Gallico *iuos "Taxus baccata"


«Il tasso (ivin in bretone) è l'albero dell'immortalità perché sempreverde e di una longevità straordinaria. I cimiteri bretoni senza tassi non sono veri cimiteri. Ha anche la fama di essere il più antico degli alberi. La mazza del dio druido Daghda era di tasso così come la sua ruota. Si scrivevano incantesimi in ogham su legno di tasso. Quest'albero ha anche un simbolismo militare: si facevano scudi e aste di lancia con il suo legno.»

Tratto da: Divi Kervella, Emblèmes et symboles des Bretons et des Celtes, Coop Breizh, Spézet 1998, p. 17.



Il “tasso sanguinante” di Nevern 

<br><br>Il “tasso sanguinante” di Nevern <br><br>


Il “tasso sanguinante” (stillante linfa rossa) del cimitero della chiesa di Saint Brynach a Nevern, Pembrokeshire (Galles).







venerdì 10 dicembre 2010

Le kannerezed-noz. 1ª parte



Le lavandaie della notte bretoni

Fra i tipi di esseri fantastici presenti in diverse aree folcloriche europee uno dei più diffusi è quello delle «lavandaie», specie «notturne», sul quale in ambito bretone si incontrano alcune delle leggende di maggior interesse.
Tra queste vi è Les Lavandières de nuit, il cui testo originale si trova ne Le Foyer Breton, di Émile Souvestre, Paris 1844 (pp. 69-75), e che compare, in traduzione italiana — Le Lavandaie della notte —, nella raccolta Leggende della Bretagna misteriosa [1].
Souvestre (1806-1854) aveva raccolto Les Lavandières de nuit nel 1831 a Guissény, nel Léon (regione del Nord-Ovest della Bretagna, dipartimento del Finistère). Da notare che il racconto, oltre alla “traduzione” in francese (per la quale probabilmente Souvestre si era fatto aiutare) — e relativa perdita dell’originale leonese — ha subito l’integrazione di «alcune considerazioni o aggiustamenti personali» da parte dello stesso Souvestre [2].

Tale storia — assieme ad altre due testimonianze sulle lavandières de nuit bretoni — è riprodotto da Françoise Le Roux e Christian-J. Guyonvarc'h ne La Souveraneité guerrière de l’Irlande (1983) [3], lavoro in cui i due autori sostengono che la leggenda bretone sia la «sopravvivenza» [4] di un racconto mitico celtico relativo alla dea della guerra, in Irlanda la Mórrígan o Bodb che — come una giovane «lavandaia al guado» — lava le spoglie dell’eroe Cúchulainn prima che questi affronti la sua ultima battaglia [5].
Le altre due testimonianze riportate da F. Le Roux e Ch.-J. Guyonvarc'h contengono:
• «la definizione definitiva di questi personaggi femminili» data da René-François Le Men in Traditions et Superstitions de la Basse-Bretagne (in «Revue Celtique», I, 1870-1872, p. 421) e una nota relativa aggiunta al testo [6];
• un racconto — Celle qui lavait la nuit («Quella che lavava di notte») — raccolto da Anatole Le Braz a Plougastel-Daoulas (Finistère) nell’ottobre del 1890 e pubblicato due anni dopo ne La légende de la mort chez les Bretons armoricains (edizione del 1945, tomo II, pp. 259-63) [7].
Anche di questo secondo racconto non ci è stato trasmesso l’originale bretone. Tutti e due comunque, al di là delle alterazioni, conservano «il fondo intatto» della narrazione [8].

Sulle credenze bretoni riguardanti le lavandaie della notte, sei leggende e altre testimonianze sono state più di recente riportate e commentate (e corredate di preziose informazioni su opere ed autori) nel catalogo redatto da Jean Berthou in occasione della mostra intitolata appunto Les Lavandières de la Nuit, tenutasi nel 1992-1993 al Musée Yan’ Dargent di Saint-Servais (Finistère). In tale pubblicazione sono contenuti, nell’ordine:
• alcuni cenni alla «prima traccia scritta della leggenda», apparsa nel 1799 ne Le Voyage dans le Finistère di Jacques Cambry (1749-1807), e alla «correzione» apportata da Souvestre, quando questi nel 1835 curò la riedizione dell’opera di Cambry [9];
• la rielaborazione dei punti salienti del «sec canevas» dato della leggenda da R.-F. Le Men (sintesi folclorica di cui, rileva Berthou, non è possibile datare la redazione) [10];
• alcune tracce attuali della leggenda raccolte a Plourin e Commana, località del Léon [11];
• Les Lavandières de nuit, raccolta da Souvestre [12];
• La Lavandière de Nuit, narrata in bretone da François Thépaut il 19 febbraio 1890, a Plouaret (Côtes-du-Nord, dal 1990 Côtes-d’Armor), tradotta e pubblicata in francese nel 1894 dal folclorista François-Marie Luzel (1821-1895), la cui opera di raccoglitore — stando a J. Berthou — era caratterizzata da «la più scrupolosa attenzione» [13];
• Celle qui lavait la nuit, raccolta da Anatole Le Braz [14];
• Les Lavandières de nuit, testo presente alle pp. 23-7 di Contes et Légendes de la Bretagne, di Elvire de Cerny (1818-1899), Paris, 1899 [15];
• Les Lavandières de Nuit, da Nouveaux Contes et Légendes de Bretagne, di François Cadic (1864-1929), Paris 1922, pp. 162-3 (tradizione popolare del Morbihan) [16];
• un breve passo appartenente a Coutumes, Mythes et Traditions des provinces françaises di Alfred de Nore, Paris, 1846 (a p. 211) [17];
• Les Lavandières de Nuit e La Lavandière des Noes Gourdais, brevi racconti raccolti in Alta Bretagna da Paul Sébillot (1843-1918) e pubblicati rispettivamente in Traditions et Superstitions en Haute-Bretagne, Paris, 1882, pp. 248 e sgg., e Contes Populaires en Haute-Bretagne, Paris, 1880, pp. 202-3 [18];
• un testo bretone di Erwan Berthou (1861-1933), tradotto in francese dallo stesso e pubblicato in Le Clocher Breton, febbraio-marzo 1910, pp. 1872 e 1890 (tradizione popolare del Trégor) [19];
• due brevissimi testi orali bretoni del Trégor, tratti dalla parte terza del Trésor du Breton parlé di Jules Gros (1890-1992) [20].


 
Per completare una rassegna o, per dir così, un dossier sulle lavandaie notturne bretoni, sono poi utili (se non necessarie) le notizie contenute in alcune altre pubblicazioni, in special modo nei lavori Le folk-lore de France (1904-1907) di Paul Sébillot e La Bretagne et ses traditions (1968) del figlio Paul-Yves (1885-1971).
Ma soffermiamoci ora sulle principali testimonianze bretoni, riprodotte nelle pubblicazioni di Le Roux - Guyonvarc'h e Berthou e presenti originariamente nei lavori di Cambry, Le Men, Souvestre, Luzel, Le Braz e Cadic, testimonianze nelle quali si possono riconoscere i tratti essenziali e più diffusi, e talvolta anche aspetti, elementi particolari o secondari, di quegli esseri soprannaturali che sono le «lavandaie della notte» [→ 2ª parte].


[1] Gw. Le Scouëzec (1986): 33-8 e 269-71 (note).
Le Foyer Breton è stato ristampato nel 1990 da Terre de Brume Éditions (con Préface di Dominique Besançon). Les Lavandières de nuit è alle pp. 102-9.

[2] F. Le Roux, Ch.-J. Guyonvarc'h (1983): 80; J. Berthou (1993): 9, 16.

[3] F. Le Roux, Ch.-J. Guyonvarc'h (1983): 80-4.

[4] F. Le Roux, Ch.-J. Guyonvarc'h (1983): 87.

[5] F. Le Roux, Ch.-J. Guyonvarc'h (1983): 7-8, 37-9, 105. Cfr. anche: F. Le Roux, Ch.-J. Guyonvarc'h (1990): 35, 136-9; M. J. Green (1992), s. v. Badbh; J. MacKillop (1998), s. v. washer at the ford; D. Kervella, E. Seure-Le Bihan (2001): s. v. Badhbh; J. T. Koch (2006): s. vv. bean sí, Bodb; Claude Sterckx (2009): 338-9.
Ecco il passo della «lavandaia al guado» tradotto dalla versione francese di Ch.-J. Guyonvarc'h [(1983): 37-8]:
«Non erano andati lontano dalla fortezza quando [Cúchulainn e le figlie di re e i principi che lo seguivano] incontrarono una bella fanciulla dal corpo bianco, bionda, davanti il Guado della Veglia, nella prateria d’Emain. Ella era triste e afflitta e torceva spoglie purpuree, fatte a pezzi, insanguinate, e le sciacquava sulla riva del guado.
«Vedi laggiù, o Cane», disse Cathfad, «la figlia della Bodhbh che sta lavando le tue spoglie e il tuo equipaggiamento? [...]».

[6] F. Le Roux, Ch.-J. Guyonvarc'h (1983): 79-80.

[7] F. Le Roux, Ch.-J. Guyonvarc'h (1983): 84-6; J. Berthou (1993): 49-51. In A. Le Braz (1990) Celle qui lavait la nuit si trova alle pp. 234-9 del II tomo.

[8] F. Le Roux, Ch.-J. Guyonvarc'h (1983): 87.
Nella Préface a La légende de la mort Georges Dottin ricorda come Le Braz conducesse le sue inchieste con cura e preoccupandosi della verità, ma non sempre scegliendo gli informatori più sicuri. Nell’Avertissement lo stesso Le Braz dichiara di aver cercato scrupolosamente di effettuare una traduzione fedele non solo alla lettera ma anche allo spirito, così da conservare almeno un po’ dell’«aspro sapore» dei racconti. Nell’Introduction à la Première Edition, Léon Marillier ci fa sapere che Le Braz trascriveva le leggende raccontate in bretone, direttamente in questa lingua; in seguito le traduceva in francese rispettandone sempre la forma e apportando ai testi solo qualche lieve modifica; pertanto le sue traduzioni risultavano «quasi letterali». [A. Le Braz (1990): Préface, pp. 7-8; Avertissement, pp. VI, LXVII; Appendice, p. 399.]

[9] J. Berthou (1993): 9, 15, 45; J. Cambry (1993): 40.

[10] J. Berthou (1993): 10-11.

[11] J. Berthou (1993): 13.

[12] J. Berthou (1993): 16-9.

[13] J. Berthou (1993): 46-8.
Il racconto è riportato alle pp. 167-70 di F.-M.Luzel (1995), con il titolo La lavandière de nuit e il sottotitolo La fileuse.

[14] J. Berthou (1993): 49-51.

[15] J. Berthou (1993): 54-5.

[16] J. Berthou (1993): 56-8.

[17] J. Berthou (1993): 73.

[18] J. Berthou (1993): 74.

[19] J. Berthou (1993): 75.

[20] J. Berthou (1993): 76.

domenica 5 dicembre 2010

Le kannerezed-noz. Bibliografia


• Gabriella Agrati, Maria Letizia Magini, a cura di (1994): Fiabe e leggende scozzesi, Milano, Arnoldo Mondadori.

• Gabriella Agrati, Maria Letizia Magini, a cura di (1995): Racconti e leggende dell’antica terra di Cornovaglia, Milano, Arnoldo Mondadori.

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• Gian Luigi Beccaria (1987): Introduzione, in Fiabe piemontesi (scelte da Gian Luigi Beccaria e tradotte da Giovanni Arpino), Milano, Mondadori [1982], pp. 5-44.

• Francesco Benozzo (2009): Le lavandaie notturne nel folklore europeo: per una stratigrafia preistorica [in corso di stampa in Dark Tales. Fiabe di paura e racconti del terrore. Atti del Convegno di Studi sul Folklore e il Fantastico (Genova, 21-22 novembre 2009), a cura di S.M. Barillari, Alessandria, Edizioni dell’Orso]; attualmente all’indirizzo web “http://www.continuitas.org/texts/benozzo_lavandaie.pdf”.

• Jean Berthou (1993): Les Lavandières de la Nuit. Expositions au Musée Yan’ Dargent à Saint-Servais (1992-1993). Catalogue rédigé par Jean Berthou, Saint-Servais, Association des Amis du Musée Yan’ Dargent.

• Gwilherm Berthou-Kerverzhioù (1950): Les revenants, in «Ogam», Tome III, Rennes, pp. 124-5.

• Yann Brekilien (1994): Les paysans bretons au XIXe siécle, Paris, Hachette [1966].

• Katharine Briggs (1984): Fiabe popolari inglesi, Torino, Einaudi [ed. or.: British Fok-Tales, 1970].

• Katharine Briggs (1985): Fate, Gnomi, Folletti ed altri esseri fatati, Roma, Lucarini [ed. or.: A Dictionary of Fairies, 1976].

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• Katharine M. Briggs (1991b): A Dictionary of British Folk-tales in the English Language. Part B: Folk Legends, Volumes 1 and 2, London & New York, Routledge [1970, 1971].

• Giovanni Battista Bronzini (1992): Dalla larva alla maschera, in La maschera, il doppio e il ritratto (a cura di Maurizio Bettini), Bari 19922, Laterza, pp. 61-84.

• Jacques Cambry (1993): Voyage dans le Finistère – Présentation de Roger Dupuy, Spézet, Coop Breizh [ristampa dell’edizione di Brest, 1836, a cura di M. le Chevalier de Fréminville].

• Franco Cardini (1984): Magia, stregoneria, superstizioni nell’Occidente medievale, Firenze, La Nuova Italia [1979].

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• Jean Chevalier, Alain Gheerbrant, a cura di (1988): Dizionario dei simboli, Milano, Rizzoli [1986; ed. or. 1969].

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• Silvio Curletto (1990): La norma e il suo rovescio, Genova, Ecig.

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• Xavier Delamarre (2008): Dictionnaire de la langue gauloise, Paris, Éditions Errance.

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• Charles Dufresne Sieur Du Cange (1736-1740): Glossarium mediae et infimae latinitatis, Venezia [6 voll.].

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• Carlo Ginzburg (1974): I benandanti, Torino, Einaudi [1966].

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• Claude Lecouteux, Philippe Marcq (1990): Les esprits et les morts, croyances médiévales, Paris, Honoré Champion.

• Françoise Le Roux (1983-1984): Sur quelques sacrifices et rites sacrificiels celtiques sans effusion de sang, OGAM 35-36, Rennes, pp. 95-109.

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• Françoise Le Roux, Christian-J. Guyonvarc’h (1986): Les druides, Rennes, Ouest-France.

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• Gwenc’hlan Le Scouëzec (1986): Leggende della Bretagna misteriosa (trad. di Maria Magrini), Milano [ed. or. Histoires et légendes de la Bretagne mystérieuse, Paris, 1968, Claude Tchou Editeur].

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• François-Marie Luzel (1995): Contes du boulanger. Textes rassemblés et présentés par Françoise Morvan, Rennes, Presse Universitaires de Rennes – Terre de Brume.

• François-Marie Luzel (2007): Fantômes et dames blanches. Textes choisis et présentés par Françoise Morvan, Rennes, Ouest-France.

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• Bernhard Maier (1994): Lexicon der keltischen Religion und Kultur, Stuttgart, Kröner Verlag.

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• Carlo Alberto Mastrelli, a cura di (1982): L’Edda. Carmi norreni, traduzione e commento di C. A. Mastrelli, Firenze, Sansoni [1951].

• Marisa Milani (1994): Streghe, morti ed esseri fantastici nel Veneto, Padova, Esedra Editrice [quarta edizione].

• Françoise Morvan (1999): La douce vie des fées des eaux, Le Méjan (Arles), Babel / Actes Sud.

• Éloïse Mozzani (1995): Le livre des superstitions. Mythes, croyances et légendes, Paris, Robert Laffont.

• Peter Narváez, a cura di (1991): The Good People. New Fairylore Essays, New York - London, Garland.

• Dáithí Ó hÓgáin (1991): Myth, Legend & Romance. An Encyclopædia of Irish Folk Tradition, New York, Prentice Hall Press.

• Alwyn Rees, Brinley Rees (1990): Celtic Heritage, London, Thames and Hudson [ristampa della 1ª edizione (1961)].

• Alwyn Rees, Brinley Rees (2000): L’eredità celtica, Roma, Edizioni Mediterranee [traduzione dell’edizione originale indicata qui sopra].

• Steve Roud (2003): The Penguin Guide to the Superstitions of Britain and Ireland, London, Penguin Books.

• Maria Savi Lopez (1889): Leggende delle Alpi, Torino, Loescher.

• Marco Scovazzi, a cura di (1973): Antiche saghe islandesi, Torino, Einaudi.

• Paul Sébillot (1968): Le folk-lore de France, T. II, Paris, Maisonneuve & Larose [1905].

• Paul Sébillot (1968a): Le folk-lore de France, T. I, Paris, Maisonneuve & Larose [1904].

• Paul Sébillot (1968b): Le folk-lore de France, T. III, Paris, Maisonneuve & Larose [1906].

• Paul Sébillot (1968c): Le folk-lore de France, T. IV, Paris, Maisonneuve & Larose [1907].

• Paul Sébillot (1990): Riti precristiani nel folklore europeo, Milano, Xenia [ed.or.: Le paganisme contemporain chez les peuples celto-latins, Paris 1908].

• Paul-Yves Sébillot (1997): La Bretagne et ses traditions. L’enfance, le mariage, les fêtes, les saints, les pardons, le diable, les loups-garous, la sorcellerie, Paris, Royer – Maisonneuve & Larose [1968].

• Paul-Yves Sébillot (1998): La Bretagne et ses traditions. Les paysans, les pêcheurs, les métiers, le trépas, les mégalithes, les fontaines, les arbres, les fées, Paris, Royer – Maisonneuve & Larose [1968].

• Émile Souvestre (2000): Le Foyer Breton, Rennes, Terre de Brume.

• Dario Spada (1989): Gnomi, fate, folletti e altri esseri fatati in Italia, Milano, SugarCo.

• Claude Sterckx (2009): Mythologie du monde celte, Paris, Hachette (Marabout).

• Keith Thomas (1985): La religione e il declino della magia, Milano, Mondadori [ed. or.: 1971].

• William Butler Yeats (1981): Fiabe irlandesi, traduzione di M. Andreolli e M. Cataldi, Torino, Einaudi [ed. or.: Fairy and Folk Tales of Ireland, 1973 (1888 e 1892)].

venerdì 5 novembre 2010

Toponimi di Toscana, Umbria, Marche di possibile origine celtica



Esino
io.
Marche
Αἶσις (Aîsis), poleon. Αἴσιον (Aísion) (Strabone, V, 2, 10), Aesis (Tito Livio, Mela, Plinio; sia idron. che poleon. = attuale Jesi).
•• Esino riflette una forma Aesīnus ‘relativo ad Aesis’. G. Devoto riconduceva Aesis a un preie. *aiso- / *ais- ‘acqua, fonte’ o simile, G. Alessio a un preie. *is-. Al contrario, H. Krahe pensava a una base *ais- / *is- “paleoeuropea” (indeuropeo preceltico); vd. Isarco.
X. Delamarre ipotizza per Aesis una formazione «*Aisuī → Aisis ‘fiume di Esus’», confrontabile con la sequenza *Dubuī ‘la nera’ → *Dubī → Dubis (attuale Doubs, Francia e Svizzera).
Si tratta forse di nome attribuito al fiume dai Senoni.
C. Marcato (1990); X. Delamarre (2012): 41, 142.

Òsimo
po.
AN
Localmente òʃemu, òʃimu.
Auximum, Auxumum, Ausumum (iscrizioni), etn. Auximas, Auximatis (Auximates, in Plinio, N. H., III, 63); Auximi civitate (1147), Auximum (1290-1292).
• Dall’antico Auximum, che potrebbe essere corradicale del greco αὔξιμον (aúximon) ‘fertile’, αὔξω (aúxō) ‘cresco’.
Si ipotizza anche un’origine celt. di Osimo, da Axuma ‘città elevata’ (A. Peretti); o da Auximum, confrontabile con *Ouxama, attuale Axams (Tirolo, Austria): Ouxumenes (955-975), Auxun (1200 c.a), Auxumes (1228), Ouxams (1288). Ouxama è un superlativo *ouk(i)sm̥mā ‘il luogo il più in alto o molto in alto’, da *ouxu- < *[h1]oupsu-; cfr. l’a. irl. ós, úas ‘al disopra, in alto’ (P. Anreiter, U. Roider).
C. Marcato (1990); M. Landolfi (1987): 448; P. Anreiter, U. Roider (2007): 116-7.

Sena
io.
AN
Nome latino dell’attuale fiume Misa, alla cui foce si trova Senigàllia.
Senaque (Lucano, II, 407), Flumen etiam Sena a quo et oppidum dicitur (Schol. ad Lucanum, II, 407).
• L’idron. Sena viene generalmente ricondotto al gall. *seno- ‘vecchio’, da cui il significato di ‘fiume vecchio’. Da Sena deriva forse il poleon. Sena Gallica, attuale Senigàllia.
A tale proposito, C. Marcato osserva: «si confronta col toponimo il nome del fiume Sena (la relazione è di interdipendenza, ma non è sicuro il tipo di rapporto)».
Si può prendere in considerazione anche il radicale celt. *sen(H)- ‘vincere’, che forse è alla base dell’etn. Senones.
C. Marcato (1990), s. v. Senigàllia; G. B. Pellegrini (1987): 106; G. B. Pellegrini (1990b): 116; A. Falileyev (2007), s. v. Sena fl.; J. Lacroix (2003): 196.

Senigàllia
po.
AN
Σήνα (Sḗna) (Polibio, II, 14, 11 ecc.; Strabone, V, 2, 10), Senagallia (Plinio, N. H., III, 113), Σήνα Γάλλικα (Sḗna Gállika) (Tolomeo, III, 1, 19), Senogallia (Itinerarium Antonini, 100, 6; 316, 3), Sena Galli (Tabula Peutingeriana, V, 3); Senogalia, Sinogallia, Sinogalia, Sygnogalia, Sygnogaglia, Sena Gallica (attestazioni medievali).
• Senigallia continua il poleon. lat. Sena Gallica, costituito da una forma gall. Sena ‘la vecchia’ (dal pan-celtico *seno- ‘antico, vecchio’; cfr. l’a. irl. sen, il cimr., corn., br. hen < *senos) e un aggettivo lat. Gallica, attribuito alla Sena adriatica per distinguerla da quella etrusca: Sena, Saena Etruriae, l’attuale ‘Siena’.
Sena era anche il nome del fiume (attuale Misa) alla cui foce era sorto il centro abitato antico, che dunque verosimilmente ha tratto il nome dall’idronimo stesso.
Secondo A. Falileyev però, è probabile che Sena sia etrusco. Dovrebbe quindi trattarsi dello stesso nome antico alla base della Siena toscana.
C. Marcato (1990); G. B. Pellegrini (1987): 106; G. B. Pellegrini (1990b): 116; A. Falileyev (2007), s. v. Sena Gallica; X. Delamarre (2008): 269-70.

Sentinum
po.
Sassoferrato, AN
Localizzata presso Sassoferrato o in Sentino (Camerino, MC). Nel suo agro si svolse nel 295 a.C. la battaglia fra Romani e Sanniti (e loro alleati).
in agrum Sentinatem (Tito Livio, X, 27), Σεντῖνον (Sentînon) (Strabone, V, 2, 10).
•• Da X. Delamarre e A. Falileyev vien ricondotto al tema gall. *sent(u)- ‘cammino’, e precisamente, per Delamarre, si tratterebbe di un «toponimo personale» *Sentinon ‘proprietà di *Sentinos’ (una fondazione attribuibile a un Senone dell’Ager Gallicus). Cfr. gli antroponimi d’origine celt. Sentinus, Sentius, Sentilla (e l’a. irl. sét, il cimr. hynt ‘cammino, viaggio’).
Sentino è il nome del torrente che scorre tra Sassoferrato e l’antica Sentinum.
C. Marcato (1990), s. v. Sassoferrato; A. Falileyev (2007); X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 270; X. Delamarre (2012): 236.

Vendaso
po.
Fivizzano, MS
•• Forse da un abl. pl. *Vindacis (G. D. Serra).
Può darsi rifletta un “prototipo” *Uindācion o *Uindāciā ‘proprietà di *Vindācios’; il NP Vindacius è attestato. Vd. Vendasio, Tricesimo (UD).
M. G. Tibiletti Bruno (1978): 206; X. Delamarre (2012): 269.

Versìlia
co.
LU
Versilia (769, 804).
• Non deriva da un NP a. *Versilius, *Versilia (ricostruito sulla base di Versinius), come si pensava un tempo, bensì dall’idron. a. Vesidia, cui dovrebbe corrispondere il fiume di Seravezza, LU (cfr. l’idron. Versìlia). Si può ipotizzare un’evoluzione Vesidia > Vessidia > Versilia, attraverso i mutamenti -ss- > -rs- e -idia > -ilia (S. Pieri) oppure «con sovrapposizione di versare» (P. S. Pasquali).
Vesidia richiama il NP di origine celt. Vesidius, forse da uesi- > ues-, confrontabile con uesi-, ues- ‘buono, degno, valido’. Versinius può forse essere analizzato come *Uer-sen-io-: cfr. Versenus, formato sul tema celt. seno- ‘antico, vecchio’ [o un radicale celt. *sen(H)- ‘vincere’]. Potrebbe trattarsi di basi e nomi appartenenti anche all’a. ligure.
C. Marcato (1990); X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 317, 269-70; J. Lacroix (2003): 196.

Versìlia
io.
LU, MS
fl. Vesidia (Tabula Peutingeriana, IV, 2).
• → co. Versìlia.
C. Marcato (1990).

Toponimi dell’Emilia-Romagna di possibile origine celtica


Ambitrebius, Pagus
po.
PC
Localizzabile tra Val Trebbia e Val Nure.
Attestato unicamente dalla Tabula Alimentaria di Veleia (1, 3; 2, 39; 4, 40 ecc.): in Veleiate pago Ambitrebio.
•• Secondo G. Petracco Sicardi, si tratta di un composto *ambi-treb-i̯a ‘il pago che si estende sulle rive del Trebbia’, dall’ie. *ambhi- ‘attorno (a)’ + l’idron. Trebia + il suff. aggettivale -i̯o-.
A. Falileyev attribuisce al toponimo il valore de ‘(L’insediamento) su entrambi i lati (di Trebius)’, significato non del tutto chiaro perché Trebius può essere inteso come idronimo maschile, mentre ci si apetterebbe il femminile Trebia. Più evidente invece il significato di ‘proprietà attorno alla Trebiā’ proposto da X. Delamarre per quella che dovrebbe essere la forma originaria del toponimo: *Ambitrebion.
Delamarre però, qualche anno fa aveva interpretato Ambitrebius come nome etn. con l’accezione di ‘abitante dei dintorni di Trebia’, con Trebia che pare piuttosto un poleon., ma al tempo stesso riteneva Trebius, Trebia, NNP di origine celt., dalla radice treb- ‘abitazione’.
In ultima analisi, è forse preferibile assegnare a Pagus Ambitrebius il significato di ‘pago degli Ambitrebii (= quelli che vivono sulle due rive del Trebia)’, per analogia col pago Bagienno – ‘pago dei Bagienni’ – della Tabula Alimentaria di Veleia, (1, 42, 50 e 3, 36, 55). Ambi- corrisponde al gall. ambi- ‘intorno, sui due lati’; cfr. cimr., corn., br. am, a. irl. imb < *m̥bi ‘attorno a, intorno’ < ie. *h2(e)mbhi ‘attorno a’. Vd. l’io. Trebbia.
G. Petracco Sicardi, R. Caprini (1981): 34; A. Falileyev (2007); X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 41-2, 300; X. Delamarre (2012): 49.

Bedesis
io.
FC, RA
Fiume antico; oggi Ronco-Bedese.
cum amne Bedese (Plinio, N. H., III, 115).
• Derivato dalla voce gall. *bedo- ‘fossa, canale’; cfr. l’io. Bealèra, TO.
G. B. Pellegrini (1987): 107-8, 160; G. B. Pellegrini (1990b): 118-9; A. L. Prosdocimi (1988): 410; A. Falileyev (2007); X. Delamarre (2008): 70.

Bedonia
po.
PR
saltum Bituniam, saltus praediaque Bitunias (Tabula Alimentaria di Veleia, 3, 32, 75; 6, 60); Bedonia (1285).
•• Riflette il toponimo lat. Bitunia della Tabula Alimentaria di Veleia (con ŭ presupposta dalla o romanza), ritenuto da G. Petracco Sicardi un prediale in -i̯o- dal NP d’origine gall. Bitunus o «dal relativo gent. [gentilizio] Bitunius».
Inappropriato l’accostamento al NP lat. Bitonius (W. Schulze) proposto da D. Olivieri; nel complesso da scartare l’etimo ipotizzato da G. Devoto (e G. B. Pellegrini), da *gʷetu- ‘terreno argilloso’ (cfr. l’a. indiano jatu ‘gomma’ e l’anglosassone cwidu ‘resina’).
Bitunus e Bitunius si riconducono al celt. bitu- ‘mondo vivente’ (da cui l’a. irl. bith, l’a. corn., l’a. br. bit, il br. bed ‘mondo’) < *gʷi-tu- < ie. *gʷeih3- ‘vivere’.
C. Marcato (1990); G. Petracco Sicardi (1981): 73; G. Petracco Sicardi, R. Caprini (1981): 38-9; G. B. Pellegrini (1990b): 103; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 76-7; X. Delamarre (2012): 79.

Bentivoglio
po.
BO
• → Duno, Santa Maria in.
C. Marcato (1990).

Berceto
po.
PR
Dial. bar'säi.
Bercetum, Berceti (antiche carte).
•• D. Olivieri lo connette ai toponimi toscani Berceto, Berceti, Berceta, Bercete, riconducibili secondo S. Pieri al lat. quercētum ‘bosco di querce’.
Ma per G. Petracco Sicardi non va esclusa un’identificazione con il Berusetis della Tabula Alimentaria di Veleia: saltus praediaque Berusetis (6, 66), analizzabile come abl. pl. di *berusetum, derivato in -ēto- (suff. lat. «ben noto per la formazione di collettivi da fitonimi») da una base *ber-us(o)- che «non ha però riscontri precisi» [1].
L’identificazione viene condivisa anche da A. Falileyev e X. Delamarre.
A. Falileyev pensa a un possibile composto Beru-setis, la cui «celticità non è del tutto certa»; vi si possono riconoscere, nella prima componente, basi come bero- (‘portante, portatore’ o ‘giudicatore, declamatore’) oppure bergo-, bergu- ‘monte, collina, altura’, e, nella seconda, un elemento *seto-, che per Isaac potrebbe essere celtico – alla base dei NNP Setus, Setuleius, Setupokios, *Setu-bogios (< sentu- ‘cammino’?) viene ipotizzato un tema setu- da Delamarre, che però in Beru-setis riconosce i temi celt. beru- e seti- (cfr. il NP Seti-bogius).
C. Marcato (1990); G. Petracco Sicardi, R. Caprini (1981): 38; G. B. Pellegrini (1990b): 348; A. Falileyev (2007), s. vv. Saltus Berusetis, bergo-, bero-; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 81, 270; X. Delamarre (2012): 77.

Bertinoro
po.
FC
Dial. bartnóra; arcaico: bartnuóra.
Brittinorum (1039), Bretenoro (1122), Bretanorium (1177), Brettinoro (in Dante Alighieri, Purg. XIV, 112).
• Pare essere la continuazione di un originario gen. pl. lat. in -orum dell’etn. Britti ‘Bretoni’, che si spiegherebbe con la presenza di «un centro religioso di monaci bretoni in età altomedievale» (o eventualmente pellegrini, provenienti dalla Piccola o dalla Grande Bretagna, nel X-XI sec.). Da non escludersi però dipenda da un personale Bretto («dall’etnico»), Brictus o Berto (vd. G. D. Serra e F. Violi).
Vi sono però antroponimi d’origine celt., come Brit(t)us e Brit(t)o, che si riconducono al gall. britu-, brito- ‘giudizio, pensiero’. Come rileva X. Delamarre, probabilmente s’è prodotta «confusione, in Gallia romana, con la denominazione latina dei ‘Bretoni’», cioè con i vari Brittones, Britanni, Britannicus, ecc. (e i personali connessi quali Brittus, Britto, Brittinus), da una base Brit(t)- risalente a un celt. (pitto?) *prit-; cfr. Britanni < *Pritani.
Un personale Brictus va invece accostato a Bricta (teonimo) e Bricto, dal tema gall. brixta, bricta ‘magia’.
C. Marcato (1990); M. G. Tibiletti Bruno (1978): 207; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 88-9, 90.

Besenzone
po.
PC
Dial. bʃinsón.
Ecclesia de Besenzono, de Besençono (XIII sec.), de Besenzono (XIV sec.).
•• Dal NP Vesentio (gen. Vesentiōnis), variante di Vesontio, nome «d’ambito ligure-celtico» da cui deriva il poleon. francese Besançon (F. Violi).
Cfr. anche il NP d’origine gall. Uesonticus, il teon. Uisontis e l’io. Bisagno (GE), Vesano (X sec.), nomi da connettere forse alla base gall. uesu-, ues- (talvolta uisu-) ‘valido, buono, degno di’ (oppure a un radicale celt. *ves- ‘curvare’?); per X. Delamarre Vesontio sarebbe formato su un tema *wes-on-ti- ‘primaverile’ (cfr. l’ie. *u̯es-r̥ ‘primavera’).
C. Marcato (1990); X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 317; J. Lacroix (2003): 92; X. Delamarre (2012): 268; J. Pokorny (2005): 1174.

Bobbio
po. e io.
PC
Dial. bòbi.
•• Secondo D. Olivieri si tratta di un toponimo asuffissale dal NP lat. Bovius (W. Schulze) piuttosto che da un NP germ. Bobilo (E. Förstemann).
Bovius (con Bovus) è ritenuto d’origine gall. da X. Delamarre, da *bou-, *bouo- ‘vacca, bue’. Bobbio potrebbe dipendere da un *Bouion ‘proprietà di *Bovios’.
Non è chiaro se sia il poleon. a derivare dall’idron. o viceversa.
C. Marcato (1990); X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 79-80; X. Delamarre (2012): 85.

Bologna
po.

Bondéno
po.
FE
Bondeno (753).
• In origine Bondeno era il nome di un «canale sulla destra del Po presso il quale è sorto poi il paese» (cfr. G. Pardi).
Dal gall. bunda ‘conca, convalle’ (REW 1392) [‘suolo, fondo’ per X. Delamarre] o dal NP germanico Bondo (D. Olivieri, G. B. Pellegrini). → Bondo (TN).
C. Marcato (1990); G. B. Pellegrini (1987): 111-2; G. B. Pellegrini (1990b): 123-4; X. Delamarre (2008): 94.

Bondiolo
po.
Faenza, RA
Bondiolo (1290).
• → Bondéno.
G. B. Pellegrini (1987): 112; G. B. Pellegrini (1990b): 123-4.

Bore
po.
PR
Dial. bóri.
•• Probabile toponimo asuffissale da un NP lat. Bur(r)ius (W. Schulze).
Burius e Burrius possono essere NP d’origine celt., connessi rispettivamente con Burus (Būrus) < būro- ‘furioso’ (cfr. l’a. irl. búire ‘rabbia, furore’) e con Burrus, Burra < burro- ‘gonfio’, ‘fiero, insolente’.
C. Marcato (1990); X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 94; X. Delamarre (2012): 93.

Breno di Mezzo
po.
Borgonovo Val Tidone, PC
Lungo il corso del torrente Tidone.
• → Breno (BS).

Brescello
po.
RE
Dial. bersèl.
Brixillum (Plinio, N. H., III, 115), Brixellum (Tacito, Hist., II, 33 e 39), Βρίξελλον (Bríxellon) (Tolomeo, III, 1, 46), Brixello (Itinerarium Antonini, 283, 4); etn. Brixellani (iscrizione); Brixillum (1099), Berxello (1270), Birsillo (1304).
•• Dal lat. Brixellum, costituito dalla base celt. *brig-s- + il suff. diminutivo -illo-. Secondo P. de Bernardo Stempel, sarebbe un derivato di Brixia, con il valore di ‘la piccola Brixia’; vd. Brescia.
X. Delamarre ricostruisce un “prototipo” *Brigsellon (*Brig-s-ello-) ‘la collina, l’altura’.
C. Marcato (1990); G. B. Pellegrini (1987): 103-4; G. B. Pellegrini (1990b): 114; X. Delamarre (2008): 87; A. Falileyev (2007); P. Anreiter, U. Roider (2007): 105-6; X. Delamarre (2012): 89.

Broletto
po.
Albinea, RE
•• Microtoponimo costituito dal diminutivo della voce brolo, continuazione del gall. *brogilo- ‘piccolo bosco recintato’ (> ‘frutteto’), diminutivo di *brogi- ‘territorio, regione, frontiera, marca’ (< *mrogi-).
G. B. Pellegrini (1987): 120, 332; G. B. Pellegrini (1990b): 129; P.-Y. Lambert (1994): 190; X. Delamarre (2008): 91; X. Delamarre (2012): 91.

Bùdrio
po.
BO; Correggio, RE; Longiano, FC; Casola Valsenio, FC; Cotignola, RA
• Budrio è toponimo diffuso in Emilia-Romagna, «comunissimo specialmente nell’area romagnola» (stando ad A. Polloni, nel XVI sec. se ne contavano 500 circa). Deriva «da un appellativo col significato di ‘fosso’ e simili (cfr. Du Cange I, 717 “butrium seu fossatellus”)», voce d’origine prelatina (→ Butrium) alla quale presumibilmente s’è sovrapposto il termine greco-latino bothros (> italiano botro, borro), «che si ritiene parola irradiata dall’Esarcato». Cfr., in provincia di Bologna, le località Buca del Budriolo (nel Parco dei Gessi Bolognesi) e Le Budrie (S. Giovanni in Persiceto).
C. Marcato (1990); G. B. Pellegrini (1987): 160.

Budrione
po.
Carpi, MO
• → Bùdrio.

Butrium
po.
RA
Città degli Umbri, secondo Plinio; era indicata sulla Tabula Peutingeriana a sei miglia a nord di Ravenna (per A. Falileyev, a ovest della località Casa Rossa).
Βούτριον (Boútrion) (Strabone, V, 1, 7), Umbrorum Butrium (Plinio, N. H., III, 115), Butrio (Tabula Peutingeriana, V, 1).
•• Per A. Falileyev, il toponimo, «se celtico», potrebbe derivare da un tema boutro- ‘sporco’ < ie. gʷeu-tr-o- o *gʷou-tr-o- < ie. *gʷeu- ‘escrementi’ (cfr. il medio irl. búaidir ‘agitato, confuso’ e il medio cimr. budyr ‘sporco’).
X. Delamarre ricostruisce un “prototipo” *Butrion ‘il fossato’, oppure ‘proprietà di *Butrios’ (‘di *Butturios’?); cfr. il «latino medievale (< gallico) butrium seu fossatellus», e il NP di origine celt. Butrio collegato a una base buto- < ie. *bheu(H)- ‘abitare’ (gall. *buta ‘capanna, dimora’).
Vd. Bùdrio.
C. Marcato (1990), s. v. Bùdrio; G. B. Pellegrini (1987): 160; A. Falileyev (2007); X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 95; X. Delamarre (2012): 94.

Careno
po.
Pellegrino Parmense, PR
fundos Caesianos Naevianos Firmianos Arranian(os) Carigenum (Tabula Alimentaria di Veleia, 3, 96-7).
• Dal prediale (fundus) Carigenus, secondo G. Petracco Sicardi composto dalle basi *kar(o)- e -geno-. Di queste, la prima è individuabile anche in due altri toponimi liguri antichi: Carucla (Tabula Alimentaria di Veleia, 7, 57) e Caruscum (Livio, XLII, 7); la seconda (-geno-) si ritrova come componente di vari antroponimi celtici e liguri, quali i NNP liguri Velagenius, Velagenus, Enigenius, che «sembrano toponimi fondiari, in cui l’elemento -geno- faccia le veci dei suffissi denominativi *-i̯o- o -āno-».
Gli elementi lessicali di *Cari-geno- potrebbero essere in effetti temi di origine celtica (ma non si può escludere che siano appartenute anche al “ligure” antico): a) cari-, care- [possibile corradicale di caro- ‘caro, amico, amato’ (< *car- ‘amare’)], da cui derivano NNP quali Carilos, Carinus, Care-tenus, Cari-natius; b) -gen(n)o- ‘discendenza, famiglia’, alla base di NNP composti come Medi-genus, Medu-genus, Rectu-genus, Retti-genus.
G. Petracco Sicardi, R. Caprini (1981): 42; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 106-7, 176-7.

Caverzago
po.
Travo, PC
Fund(um) Aestinianum Antistianum Cabardiacum, Fund(um) Cabardiacum veterem (Tabula Alimentaria di Veleia, 2, 47 e 66); Minervae Cabardiacensi (CIL XI, 1301).
•• Secondo G. B. Pellegrini, si tratterebbe di un toponimo fondiario in -ācum *Capertiācum, dal gentilizio lat. Capertius.
Per A. Falileyev invece Caverzago coinciderebbe col Fundum Cabardiacum di alcune iscrizioni da Travo e Piacenza, prediale in -āko- però «non necessariamente celtico». Cabardiācum (*-ācon) sarebbe formato con un NP *Cabardius, *Cabardios, confrontabile con il toponimo a. Cabardensis pagus, oggi Mas-Cabardès (Aude) < *Mansus Cabardensis (de Manso Cabardesii nel 1248). Non si può escludere una derivazione dal celt. cabo- ‘bocca, gola’.
M. G. Tibiletti Bruno (1978): 186; G. B. Pellegrini (1990b): 311; A. Falileyev (2007), s. v. Minerva Cabardiacensis; A. Holder (1961-1962); A. Dauzat (1978); X. Delamarre (2008): 432; X. Delamarre (2012): 94.

Coli
po.
PC
Dial. cor.
in Caulo (862, 883), de Caula (883), de Colli (1207)
• Da un NP lat. quale Caurus, «cognomen attestato nella Venetia», con scambio r > l; «Coli pare un rifacimento cancelleresco».
X. Delamarre riporta tra in NNP di origine celt. sia Caurus (con Caura e Cauru) sia Caulus (con Caula e Caulius), da una base caulo-.
C. Marcato (1990); X. Delamarre (2007).

Dolo
io.
RE, MO
Dullus (781).
• Idronimo dall’«etimo oscuro» secondo A. Costanzo Garancini.
L’attestazione d’epoca altomedievale rinvia forse a un NP *Dullus, da accostare ai nomi Dullius, Dulli-bogius, Dula, riconducubili al tema gall. dulio-, dulli- (*dola, *dula ‘foglia’); cfr. l’a. br. dol ‘foglia’ (< *doli̯a).
A. Costanzo Garancini (1975): 126; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 146.

Dorba
io.
PC
Torrente.
•• Per A. Costanzo Garancini si tratta di un nome dall’«etimo oscuro».
Forse dal gall. *dubron ‘acqua’, pl. dubra (a. irl. dobur, br. dour ‘acqua’), come gli idronimi Douvres (Ain, Calvados, Jura, Hte-Savoie), Dèvre (Cher), Dobra (Spagna), tutti da un a. *Dubrā ‘le acque’.
In Dubra > Dorba s’è realizzata una metatesi -br- > -rb-, rilevabile anche nell’idron. francese Dourbie (Gard), fl. Durbiae (1278), da una forma *Dubriā.
A. Costanzo Garancini (1975): 115; A. Dauzat (1982); X. Delamarre (2008): 151-2; X. Delamarre (2012): 143.

Dorbida
io.
PC
• Va forse accostato all’idron. Dorba.
"http://www.appennino4p.it/colombano".

Dòrbora
io.
PR
• Secondo A. Costanzo Garancini, Dorbora è d’«etimo oscuro».
Sembra richiamare il nome del torrente Dorba.
A. Costanzo Garancini (1975): 119.

Dòrbora
po.
Bardi, PR
• Vd. l’idron. Dòrbora (PR).

Duno, Santa Maria in
po.
BO
Oggi Bentivoglio; Santa Maria in Duno fino al 1885.
ecclesie S. Marie de S. Maria in Donis (1300).
• Dal gall. dunum ‘luogo fortificato’ [dūnum ‘fortezza’, ‘collina’ → Duno (VA)], con esito u > o «davanti a consonante nasale avvenuto in epoca romanza e tipico dell’area dialettale emiliana».
C. Marcato (1990), s. v. Bentivòglio; G. B. Pellegrini (1995): 48.

Eboreus
po.
Bobbio, PC
Corrisponde, all’incirca, al territorio di Bobbio.
Pagus indicato nella Tabula Alimentaria di Veleia (5, 22): in Veleiate et in Libarnensi pag(is) Domitio Eboreo.
• Da collegarsi con il toponimo fondiario Eburelia, Eborelia. Secondo G. Petracco Sicardi, la -o- potrebbe essere «il riflesso protoromanzo di u breve latina»; il suff. -eus va confrontato con quello di alcuni aggettivi latini derivati, quali fageus da fagus e aureus da aurum, oppure è da ritenersi di origine ligure.
Il toponimo dipenderebbe dal gall. (e forse anche “ligure”) *eburo- ‘tasso’, voce priva di etimologia. Cfr. l’a. irl. ibar ‘tasso’, i toponimi Eburacum > York (Gran Bretagna), Eburo-dūnum > Yverdon (Svizzera) e Embrun (Francia), Eburomagus > Bram (Francia), e, con la -o-, Ebora > Evora (Portogallo) e Cortijo de Evora (Spagna).
G. Petracco Sicardi, R. Caprini (1981): 48-9; J. Lacroix (2003): 78, 103; J. Lacroix (2007): 28-32; X. Delamarre (2008): 159.

Eburelia
po.
Bettola, PC
Fondo identificato con l’attuale Ebbio (Bettola).
Toponimo fondiario della Tabula Alimentaria di Veleia (1, 45; 2, 6): fundum Ebureliam; saltum Eboreliam.
•• Secondo G. Petracco Sicardi, deriva dal gall. *eburo- ‘tasso’ + il suff. ligure -elio- al femminile, perché concordato dapprima a un sostantivo femminile, forse silua. Vd. Eboreus.
X. Delamarre presuppone una forma pl. *Eburelia ‘possedimenti di *Eburelios’, confrontabile con il NP Eborellius (Bologna).
G. Petracco Sicardi, R. Caprini (1981): 49; X. Delamarre (2008): 159; X. Delamarre (2012): 148.

Enza
io.
PR, RE
Inciam (Plinio, N. H., III, 118); Incia (781, 948).
•• Di origine prelatina.
Forse dal gall. inci(o)- («la base Inc- sembra celtica»), individuato da X. Delamarre anche nei NNP Com-incilo, Incia-vvervaus (*Incio-vervaus) e nel teonimo Inciona.
C. Marcato (1990); X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2012): 164.

Forum Gallorum
po.
Castelfranco Emilia, MO
Identificabile nell’odierna Pradella.
Forum Gallorum (Cicerone, ad. Fam., 8. 30), Ἀγορά Κελτῶν (Agorá Keltôn) (Appiano, B. C., III, 70), Foro Gallorum (Tabula Peutingeriana, IV, 4), Forum Gallorum (Cosmografia ravennate, IV, 33, 272).
• Toponimo costituito dal lat. forum ‘piazza, mercato’ + l’etn. Galli, con il valore d’insieme di ‘mercato dei Galli’.
C. Marcato (1990), s. v. Castelfranco Emilia; G. B. Pellegrini (1987): 109; G. B. Pellegrini (1990b): 121; A. Falileyev (2007).

Gabellus
io.
Emilia, Lombardia
Nome antico del Secchia [da Secula (III sec. d.C.), Sicla (781), Secla (787), dalla radice ie. *sec- ‘tagliare’].
Gabellum (Plinio, N. H., III, 118).
•• Idronimo antico, per C. Marcato «da assegnare ai liguri e riconducibile alla base preromana *gaba / *gava ‘torrentello di montagna’» (con il tipico suff. ligure -ello-, secondo R. Chevallier).
Di diverso parere invece F. Violi e B. A. Terracini: per il primo Secula «potrebbe essere un calco di Gabellus», voce di origine celt. significante ‘forca, arco’; per il secondo, Gabellus «sarebbe la traduzione celtica del ligure Secula».
Anche A. Falileyev ritiene Gabellus d’origine celt., da un gabalo- (forse in una variante *gabelo-), da ritenersi una forma latinizzata del gall. *gablo- ‘forca’. Vd. Gavello (RO; Mirandola, MO; Bondeno, FE).
Diversamente, X. Delamarre riconosce in *Gabellos un possibile idronimo-teonimo celt. *Gab-elo-s, costituito dalla base gab- ‘prendere’ e da un suff. d’agente -(e)lo-.
C. Marcato (1990), s. vv. Sècchia, Gavello; M. G. Tibiletti Bruno (1978): 184; R. Chevallier (1988): 176-7; G. B. Pellegrini (1987): 161; A. Falileyev (2007); X. Delamarre (2008): 172; X. Delamarre (2012): 153.

Gatteo
po.
FC
Dial. gatì.
fundus Catei (1140), Gatei (1199), Gateo (1290), Cast. Gattei (1371).
• C. Marcato pensa risalga al NP lat. *Cattelius (da raffrontare con gens Cattelia) «in forma asuffissata».
Potrebbe invece riflettere il NP d’origine gall. Cateius, che X. Delamarre associa alla voce gall. cateia ‘arma da getto’ (in Servio, ad Aen., 7, 741, glossato “tela gallica”); cfr. l’a. irl. caithid ‘(egli) lancia’.
C. Marcato (1990); X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 110.

Gavello
po.
RO; Mirandola, MO; Bondeno, FE
•• Per C. Marcato Gavello risalirebbe a una voce prelatina *gava / *gaba ‘canalone’, ‘torrente’ (e simili) (J. Hubschmid), piuttosto che al gall. *gabelo- ‘forca’. Però per il Polesine – e il corso del Po, nel caso delle due frazioni omonime – son più verosimili formazioni toponimiche attinenti a componenti geografiche dei territori fluviali di pianura, quali rami, biforcazioni, isolotti. Cfr. anche Gabellus, nome antico del fiume Secchia (Plinio, N. H., III, 118), che secondo A. Falileyev deriverebbe da gabalo- (forse nella variante *gabelo-), forma latz. (assieme a gabulum) del gall. *gablo- ‘forca’ (cfr. l’a. irl. gabul, il cimr. gafl, l’a. br. gabl ‘forca’, tutti da *gablos), mentre per X. Delamarre potrebbe corrispondere a un teonimo celt. *Gab-elo-s < gab- ‘prendere’ + suff. d’agente -(e)lo-. Vd. l’io. Gabellus e Trigáboloi.
C. Marcato (1990); G. B. Pellegrini (1987): 161; A. Falileyev (2007), s. v. Gabellus fl.; X. Delamarre (2008): 172; X. Delamarre (2012): 153.

Medutius
po.
PR
Pagus. Corrisponde forse alla Val Mòzzola.
In Veleiate pago Medutio (Tabula Alimentaria di Veleia, 5, 42 e 6, 37).
• Da medu- ‘sentenza, giudizio’ [ie. *med- ‘misurare’] o ‘bevanda inebriante’, da confrontarsi con il NP Medussa (M. G. Tibiletti Bruno).
X. Delamarre colloca Medussa (*medu-ssa) tra i derivati di medu ‘idromele’, ‘ebbrezza’? < ie. *medhu ‘idromele’. Vd. l'io. Meduna (PN).
M. G. Tibiletti Bruno (1978): 183, 186; X. Delamarre (2007); Delamarre (2008): 221-2.

Metti
po.
Bore, PR
saltus praediaque Mettiae (Tabula Alimentaria di Veleia, 6, 69).
• Mettiae potrebbe essere il loc. sing. di un femminile in -i̯ā-; riflette il gentilizio Mettius, di probabile origine italica (G. Petracco Sicardi). Mettius però, e così pure Mettus, Metia, Metilus, è posto tra i NNP celtici da X. Delamarre [dalla rad. ie. *met- ‘mietere’?].
G. Petracco Sicardi, R. Caprini (1981): 63; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 225.

Mocogno
po. e io.
Lama Mocogno, MO
Torrente e frazione.
Ecclesia S. Johannis de Mochogno (XIII sec.).
• Dal NP lat., di origine celt., Mocconius (F. Violi; C. Marcato), dal gall. mocco- ‘porco, cinghiale’; cfr. anche i NNP Moccus, Mocus, Mocca, Moco, Moccius.
C. Marcato (1990); X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 227.

Modena
po.
Dial. mòdna.
Μοτίνη (Motínē) (Polibio, III, 40), Μουτίνη (Moutínē) (Strabone, IV, 6-7; V, 12), Mutina (Livio, XXI, 3), Mutina (Plinio, N. H., III, 115), Μουτίναν (Moutínan) (Tolomeo, III, 1), Mutena (Itin. Hierosolymitanum, 616; IV sec.).
•• Dal lat. Mutĭna, attraverso una possibile evoluzione Mòtina > Mòdana > Modena. C. Tagliavini associava Mutina all’etrusco mutna / mutana ‘tomba’, «che sarà in rapporto con una base preromana (definita “mediterranea”) *mut(t)-, *mot(t)- ‘collina; rialzo di terreno’ sulla quale si fondava l’interpretazione di [G.] Bertoni 1925, 3-5».
Per P. de Bernardo Stempel Modena sarebbe d’origine celt., da *mut-īnā ‘la città nebbiosa’ (< ie. *meut-); cfr. l’irl. mothar ‘banco di nebbia’ (a. irl. mothar ‘massa confusa e oscura’, detto di tenebre).
X. Delamarre prospetta invece la continuazione di un «toponimo personale» *Mūtinā ‘possedimenti di Mūtinos’; cfr. i NNP Mutinos (in monete degli Ambiani), Mutacus, Muticus (< *muto- < ie. mū- ‘muto’).
C. Marcato (1990); F. Benozzo (2002): 261; A. Falileyev (2007), s. v. Mutina; J. Vendryes (1959-), s. v. mothar; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2012): 202.

Modolena
io.
RE
Mutilena, Motelene (882-1183).
• Secondo A. Costanzo Garancini, possibile omonimo dell’antico fiume modenese Muclena, Moclena [errata lettura per Modena?], forse dal lat. mutulus ‘mucchio, colle’ < prelat. *mut- ‘sporgenza’.
Da non escludersi una possibile origine celtica: muti- (< muto-, cfr. i NNP Mutacus, Muticus, Mutinos, Soli-mutus) + -lena (< lēno-, lēn- ‘bosco, boschetto?’, cfr. i NNP Laenus, Lenus, Amma-lenus, Ati-lena, Carvi-liena, Vassi-lenus ecc.).
A. Costanzo Garancini (1975): 124; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 435.

Nicelli
po.
Ferriere, PC
Nell’alta Val Nure. Corrisponde al top. antico Nitielius.
vico Nitelio; fund(um) Atilianum Nitielium (Tabula Alimentaria di Veleia, 1, 44; 3, 35).
•• Per G. Devoto, da *nit-i̯o- ‘brillante, pulito’, riferito alla «buona condizione del suolo»; cfr. il lat. nitēre, nitidus, il gall. Nitio-briges, etn. derivato però, secondo A. Holder, da *nitio- ‘battaglia’ e confrontabile con l’a. irl níth ‘combattimento’. Si tratterebbe di un fondiario in -i̯o- dal NP ligure *nitielo- ‘combattente’ (nitielio- sarebbe la forma originaria), da accostare al NP Nitiogenna (G. Petracco Sicardi).
In gallico, tuttavia, il tema nitio- (di Nitio-briges, Nitio-broges, Nitio-genna, Nitiana, Niticus, Nitidus, Nitius, Nitonius) significa ‘indigeno, proprio’, ed è formato da *(e)ni- ‘in, interno’ e -ti̯o-. Non è dunque in relazione con l’a. irl. níth (vd. J. Vendryes) – proprio a nitio- accostava Nitelius, Nitielius M. G. Tibiletti Bruno nel 1978.
X. Delamarre pensa che Nitielium (*Nitielion) possa esser costituito di due parti: *Niti-ēlio-. Il secondo tema si individua in NNP quali Elio-marus, Elius, Elia.
M. G. Tibiletti Bruno (1978): 185; G. Petracco Sicardi (1981): 76; G. Petracco Sicardi, R. Caprini (1981): 65; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 234-5; J. Vendryes (1959-), s. v. níth; X. Delamarre (2012): 206.

Noviodunum
po.
PC
in Placentino pag(o) Novioduno (Tabula di Veleia, 5, 72),
•• Dalla forma aggettivale gall. novio- ‘nuovo’ + il termine gallo-lat. dūnum, da cui il valore d'insieme di ‘nuova fortezza’ – o anche, a parere di G. Petracco Sicardi, ‘la rocca di Novio’. Coincide con altri Noviodunum d’area gallica, corrispondenti a Nevers (Nièvre), Neung, Nouan (Loir-et-Cher), Nieudan (Cantal), tutti continuazione di un originario *Nouio-dūnon = ‘Nuovocastello’ (X. Delamarre). → Duno (VA).
G. B. Pellegrini (1987): 102; G. B. Pellegrini (1990b): 9, 10, 112; G. Petracco Sicardi, R. Caprini (1981): 65; X. Delamarre (2008): 235-6; X. Delamarre (2012): 207.

Pieve Modolena
po.
Reggio Emilia
• → io. Modolena.

Povìglio
po.
RE
in loco Pupilio (1020) [vd. "http://books.google.it/books?id=2LEBAAAAQAAJ&pg=PA11&dq"], in plebe Pupilli, in plebe Pupilii (1230).
• Poviglio risulta un prediale asuffissato dal NP lat. Popilius (F. Violi).
Popilius, assieme a Popilia, Poppillus, Poppilos, e altri ancora, è NP d’origine celt., da pop(p)os, pop(p)ilos ‘cuoco, panettiere’ (< *pop- ‘cuocere’).
C. Marcato (1990); X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 251.

Reno
io.
Toscana, Emilia
Rhenum (Plinio, N. H., III, 16, 118), parvi […] Rheni (Silio Italico, VIII, 509).
•• Secondo X. Delamarre riflette un gall. (e celt.) *rēnos ‘la corrente’ (‘fiume’), da una «forma iniziale» *reinos, derivata dalla radice ie. *rei- ‘scorrere’. A *rēnos si riconducono anche l’idron. Rhēnus ‘Reno’ (Rhenum in Cesare, De bello Gallico, I, 1, passim), tedesco ‘Rhein’, e l’a. irl. rían ‘mare, oceano’ (C. Marcato ha erroneamente attribuito al tema rēno- i significati di ‘mare’ e ‘sentiero’).
C. Marcato (1990); G. B. Pellegrini (1987): 109; G. B. Pellegrini (1990b): 120-1, 369; A. Falileyev (2007), s. v. Rhenus fl.; X. Delamarre (2008): 256; X. Delamarre (2012): 98.

Rigossa
io.
FC
• Da confontare con l’idron. gall. Rigusia ‘la potente’ [forse dal celt. rīg- ‘re’ + -us-ia (cfr. Segusia → Susa, TO)], attuale Reuss (Svizzera).
G. Rohlfs (1990): 51; X. Delamarre (2008): 259-60.

Ro
po.
FE
Localmente rò.
• Diverse le etimologie proposte: dalla lettera greca ro (ρ), da Rhodos ‘Rodi’, dal lat. rota ‘ruota’ (G. Pardi); dal NP germ. *Rodo (D. Olivieri); dal lat. aratus ‘arato’ (G. Pardi). Vd. Rho, MI
C. Marcato (1990).

Rodano
io.
MO
Torrente del Modenese.
• → io. Rodano (Cremona).
G. Rohlfs (1990): 49.

Scarnago
po.
Travo, PC
Secondo M. G. Tibiletti Bruno e X. Delamarre, può forse corrispondere al vicus Caturniacus della Tabula Alimentaria di Veleia (cfr. anche il fundum Caturniacum e il fundum Bassilianum Caturnianum [2]).
vico Caturniaco (Tabula Alimentaria di Veleia, 2, 93).
•• Scarnago si configura come un toponimo fondiario in -ācum (*-ācon) > -ago. Se la corrispondenza col vicus Caturniacus fosse esatta (mancano infatti forme documentarie successive), andrebbe riferito a un gentilizio *Caturnius, da un personale *Caturnus, Caturonus < Caturo, dal tema gall. catu- ‘battaglia’; cfr. i toponimi francesi Chadreugnat (Lafat, Creuse) e Chadourgnac (Dordogne), registrati da A. Holder e da Delamarre, per il quale risalirebbero a una forma *Caturniācon ‘proprietà di *Caturnios’. Vd anche Cadorago, CO.
M. G. Tibiletti Bruno (1978): 186; A. Holder (1961-1962); X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 110-1; X. Delamarre (2012): 110.

Scoltenna
io.
MO
Torrente che costituisce il tratto del Panaro dai pressi di Pievepelago (MO) fino alla confluenza con il torrente Leo.
Σκουλτάνναν (Skoultánnan) (acc., in Strabone, V, 1), ad Scultennam flumen (Tito Livio, XLI, 12), Scultennam (Plinio, N. H., III, 118).
• Dal lat. Scultenna, per C. Marcato «nome d’indubbia origine etrusca (cfr. Scoltenna in Toscana)».
P. Sims-Williams lo considera invece celtico, seguendo quanto ipotizzato da A. Holder: una possibile connessione con l’a. irl. scoltaim ‘(io) taglio’ [tema verbale scoilt- ‘fendere, dividere’, forse dall ie. *(s)kel- ‘tagliare’ di J. Pokorny], oppure una derivazione, «attraverso dissimilazione», da una forma *Scuntenna [su cui tuttavia nulla vien detto]. Secondo A. Falileyev però, nessuna delle due proposte dimostrerebbe la celticità dell’idronimo Scultenna.
G. Petracco Sicardi ritiene accettabile la prima ipotesi di Holder. Una forma originaria *Scoltenna — all’incirca col valore di ‘(torrente che) scava il suo letto’, da una base ie. *skolt- ‘fendere’ + il suff. -enno- dell’etn. Bagienni (→ Bene Vagienna, CN) — sarebbe divenuta Scultenna per esito grafico *o > u, «dovuto alla tradizione prob. etrusca del toponimo (l’alfabeto etrusco confondeva o e u nel grafema u)».
C. Marcato (1990), s. v. Panaro; A. Holder (1961-1962); A. Falileyev (2007), s. v. Scultenna; J. Vendryes (1959-), s. v. scoilt-; J. Pokorny (2005); G. Petracco Sicardi, R. Caprini (1981): 71.

Solona
po.
Oppidum degli a. Solonates.
È stata identificata con Sogliano al Rubicone (FC), oppure Terra del Sole (Castrocaro Terme e Terra del Sole, FC), o anche Sant’Agata Feltria (PU) [vd. "http://www.tesoridisogliano.com/pagine/cenni-storici.htm" e "http://www.ancientdream.net/borgo.php?id_bor=203&lang=it"].
Solonates (Plinio, N. H., III, 116), curatori Solonatium (iscrizione; Aemilia, Rimini).
•• X. Delamarre presuppone un originario *Solōnā ‘possedimenti di *Solōnos’, da un tema *Su-louno- > *So-louno- col valore di ‘buona ricchezza’, cui aveva associato anche i significati di ‘buon guadagno’ e ‘buona sorte’ nel suo Noms de personnes celtiques (2007). In quest’opera aveva interpretato l’etn. Solonates come un composto *su-loun-ati-, da una forma su-loun(o)- costituita da su- ‘buono, bene’ + il tema louno- (launo-) > lōno-, lūno- (cfr. i toponimi So-lṓnion, So-loniacum, So-lonianum).
C. Marcato (1990), s. v. Castrocaro Terme; M. G. Tibiletti Bruno (1978): 194, 208; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 282, 197; X. Delamarre (2012): 240.

Taneto
po.
Gattatico, RE
(vicum) Tannetum (Livio, XXI, 25 e 26; XXX, 19, 7), Tannetum (Itinerarium Antonini, 287, 8; Tabula Peutingeriana, IV, 3; Cosmografia ravennate, IV,33).
•• Secondo X. Delamarre Tannetum, derivando dal gall. tanno- ‘leccio’, significherebbe ‘bosco di lecci’ (cfr. il br. tannen ‘rovere’ e glastannen ‘leccio’), similmente ai toponimi francesi Tannay (Ardennes e Nièvre), tutti da un probabile *Tanneton.
Diverse le etimologie proposte rispettivamente da P. de Bernardo Stempel e G. R. Isaac: rappresenterebbe una forma *tan-eto-, con il significato de ‘il (luogo) lungo’ (cfr. l’a. irl. tanae ‘sottile’); oppure avrebbe il valore di ‘Luogo dei fuochi?’, se riconducibile a un *tanet- (cfr. l’a. irl. tene ‘fuoco’ < *tanets e il medio cimr. tan ‘fuoco’).
X. Delamarre (2008): 288-9; X. Delamarre (2012): 247; A. Falileyev (2007), s. v. Tannetum.

Taro
io.
PR
Tarum (Plinio, N. H., III, 118), mutatio ad Tarum (Itin. Hierosolymitanum, 616), Taron (Cosmografia ravennate, IV, 36); Taronus, Tario (dal XII sec.).
•• Continua il lat. Tarus, che viene ricondotto da H. Krahe alla radice ie. *ter- / *tor- ‘veloce’. G. Rohlfs «accosta più in particolare Taro alla forma celtica tar».
Secondo F. Bader e X. Delamarre, assieme ad altri idronimi tra cui Tartarus [→ Tàrtaro (VR, MN, RO)] e Tardubius [→ Terdóppio (NO, PV)], Tarus (*Taros) risalirebbe al celt. taro- ‘che attraversa’, dalla radice ie. *terh2- ‘attraversare’.
C. Marcato (1990); A. Costanzo Garancini (1975): 117; A. Falileyev (2007), s. v. Tarus fl.; X. Delamarre (2008): 290; X. Delamarre (2012): 248.

Trigáboloi
po.
FE
Presso la località di Τριγάβολοι (Trigáboloi), il Po si divideva «nei due rami di Padoa e Olana (Volano)». Corrisponde forse a Vigarano Pieve (Vigarano Mainarda, FE).
εἰς Τριγαβόλους (eis Trigabólous) (Polibio, II, 16, 11).
• G. B. Pellegrini lo ritiene di origine celtica, formato da «celtico tri- e indoeuropeo *ghabh(o)lo- (IEW 409)» ‘forca’ [un tema *gabelo- < *ghabh(e)lo-, secondo A. L. Prosdocimi], quindi un composto equivalente al lat. trifŭrcum e dal significato di ‘triforcazione’, con probabile riferimento a «tre rami o lingue di terra paragonabili ad un tridente». J. Pokorny assegna Trigaboloi al venetico, ma in questa lingua ci si aspetta un h- da un ie. gh-.
La componente -gábolo- potrebbe ricondursi al gall. gablos, da cui il gallo-lat. gabalus, gabulum ‘forca’ (prestiti), tutti e tre con inserimento di una vocale epentetica; cfr. l’a. irl. gabul, il cimr. gafl, l’a. br. gabl ‘forca’, dal celt. *gablos (‘ramo forcuto d’albero’ > ‘forca’), con esiti ie. *gh > celt. g e ie. *bh > celt. b.
G. B. Pellegrini (1987): 107; G. B. Pellegrini (1990b): 117-8; G. B. Pellegrini (1991): 75; J. Pokorny (2005): 409; R. Chevallier (1988): 150; A. L. Prosdocimi (1988): 392; X. Delamarre (2008): 172.

Vetto
po.
RE
Dial. vèt.
• «Non ha origine chiarita». Per C. Marcato va forse ricondotto al cognomen lat. Vetto (I. Kajanto).
Da non escludersi una derivazione dal celt. uitio-, uitu- > uetio-, uetu- ‘salice’ (o ‘ramo di salice’): cfr. i NNP Vitus, Vitto, Vittuo, Vettidia, Vettulinus.
C. Marcato (1990); X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 322.


[1] Come precisa G. Petracco Sicardi, il «lat. berula, dal gallico, è anche formalmente lontano». Stando a X. Delamarre [(2008): 73, 324], nel gall. berura, berula ‘crescione d’acqua’ si può individuare una base *beru- ‘sorgente, fontana’, dall’ ie. *bher(u)- ‘sorgente’; cfr. l’a. irl. bir ‘acqua, sorgente’ < *berus [cfr. anche J. Lacroix (2005): 51].

[2] Vd. all’indirizzo web "http://www.romit.org/it/codes_ibc/Provincia%20di%20Piacenza/veleia/veleia_fonti_storiche.htm".


Toponimi del Friuli Venezia Giulia di possibile origine celtica (A - E)


Ambiesta
io.
Cavazzo Carnico, UD
Friul. Ambiéste.
• C. C. Desinan lo collega, assieme ad Ambis (Forni Avoltri, UD), al tardo-gallico ambe ‘rivo’ citato nel Glossario di Vienna . Potrebbe però anche dipendere dal gall. ambi- ‘intorno, sui due lati’ (o ambio- ‘recinto’).
G. A. Pirona (1988): 1464; C. C. Desinan (2001): 43; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 41-2.

Artegna
po.
UD
in Artenia castro (Paolo Diacono, IV, 37); Arthenea (1000 c.a), Retenia (1015).
•• Dal latino Artenia, attestato da Paolo Diacono. Secondo C. C. Desinan deriverebbe da un NP celt. costituito dalla base art- ‘orso’ + un suff. -en- (un originario «appellativo onorifico» dal significato di ‘uomo forte come un orso’, ‘eroe’, divenuto antroponimo), cui s’è aggiunta una terminazione -ea.
A. Falileyev ritiene Artenia «probabilmente non celtico», e raffrontabile con un omonimo Artenia d’Asia Minore, ma suggerisce pure il confronto con «i nomi celtici in arto-» [tra gli altri, Artus, Artemia, Artima, Artinus, Αρτεινος (Arteinos) (galato), Artona, Artonacus/Artenacus, dal celt. *artos ‘orso’ < ie. *h2r̥tk̂os].
Artegna potrebbe infatti dipendere da un «toponimo personale» *Artiniā ‘possedimenti di *Artinios’ o ‘di Artinos’.
C. Marcato riporta altre due proposte etimologiche: il personale lat. Artenius / Artemius, e – «però non è giustificato dalla posizione geografica della località» – il lat. ar(c)tus ‘stretto’. Da escludersi poi la possibilità, richiamata dalla stessa studiosa, di accostamento ai toponimi Arta Terme (UD), Artena (Roma) e Artèn (Feltre, BL), in quanto il primo dipende probabilmente dal lat. ar(c)tus[1], il secondo è di probabile origine etrusca, il terzo apparterrebbe, secondo G. B. Pellegrini, ad un «filone retico o etruscoide».
C. Marcato (1990), s. vv. Artegna, Arta Terme; G. Frau (1978); C. C. Desinan (2001): 43; A. Falileyev (2007); J. Lacroix (2007): 115; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 55-6; X. Delamarre (2012): 62; G. B. Pellegrini (1987): 54.

Àttimis
po.
UD
ad locum qui dicitur Attens (o Attems?) (1106), Wodolricus de Aten (1134), Odoricus de Attemis (1258).
• Secondo G. B. Pellegrini e G. Frau, Attimis è un toponimo presumibilmente di «origine preromana», formato forse dalla «particella gallica» at-, ati- ‘al di là, oltre, sopra’ e una base *tim-, *tem- ‘acqua’ o simili; secondo C. C. Desinan, significherebbe ‘oltre le pozze’: l’abitato è sorto sul torrente Malina, che in passato tendeva a impaludarsi.
La radice *tim-, *tem- risulta alla base anche dell’idron. Timavo, che però F. Crevatin fa derivare dall’ie. *tem(ə)- ‘oscuro’.
Riguardo invece all’origine del poleon. Attimis, si deve partire dal prefisso gall. ate-, at-, «esprimente la ripetizione [‘ri-’] o l’intensità [‘molto’]», o ad- ‘verso’ e, con gli aggettivi, ‘molto’ (valore intensivo). Aggiungendo poi radicali o temi plausibili, si arriva a ricostruire forme iniziali quali *at-tem-es-, *ad-tem-es- ‘molto scuro’, *ad-tēno-/*ad-tēnes- (< celt. *tēno- ‘calore, fervore’ e ‘fuoco’; cfr. il NP At-tienus < *ad-tēno-), o anche *ad-tēmmo- (< *tēmmo- < *tēsmo- <*te(p)esmo- ‘caldo’, dalla radice ie. *tep- ‘calore’).
C. Marcato (1990); G. Frau (1978); C. C. Desinan (2001): 48; F. Crevatin (1991): 69-70; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 31, 57, 293-4.

Avesica
po.
TS
Stazione stradale romana presso Trieste; va localizzata, secondo L. Bosio, nell’odierna Zolla (Monrupino, TS) – precedentemente era stata identificata con Prosecco e Basovizza.
Avesica (Itinerarium Antonini, 273, 2).
• Dal lat. Avesĭca, per F. Crevatin «probabilmente di origine celtica»; cfr. i toponimi *Avesiācus (de Avesiaco nel 1100) > Avezé (Sarthe) e Avesa (643) > Avoise (Sarthe), e forse anche Àvesa (Verona) e l’idron. Avìsio, TN.
L. Bosio (1991): 220-1; F. Crevatin (1991): 63; G. B. Pellegrini (1987): 223-4; A. Holder (1961-1962); A. Dauzat (1978).

Barazzetto
po.
Coseano, UD
Toponimo comune.
Friul. Barazzêt.
• Secondo G. Frau è un «collettivo in -etu da baràz “rovo... in genere ogni pianta spinosa” (N. Pirona, p. 37), dal gall. *barros» [«In generale chiamasi Baràz ogni pianta selvatica spinosa», G. A. Pirona (1988): 37].
La voce gall. barros ‘testa’, stando a X. Delamarre, nei toponimi doveva avere il valore di ‘altura’ o ‘cima, sommità’, come nelle lingue celtiche insulari: a. irl. barr ‘sommità, cima, punta (della lingua), estremità (delle dita)’; cimr., corn. bar ‘sommità’; cfr. i toponimi Bar (Ardennes), Bar-le-Duc (Meuse), Bar-sur-Aube (Aube), Bar-sur-Seine (Aube) e altri ancora.
Sembra logico quindi vada rintracciata solo nei nomi di luoghi ove compaiono (o comparivano nel passato) alture. Pertanto pare più verosimile che Barazzetto di Coseano derivi il suo nome da una voce come il prelat. *bar ‘cespuglio’, ‘sterpeto’, ‘rovo, spino’, e *barros ‘sterpeto’, che D. Olivieri ha suggerito per diversi toponimi (vd. Barolo, CN); non escludendo tuttavia la possibilità che il gall. *barros fosse passato a significare anche ‘ciuffo, estremità cespugliosa’, come si potrebbe supporre sulla base del Romanisches Etymologisches Wörterbuch (REW 964) e, tra gli altri, di G. B. Pellegrini [(1987): 184].
G. A. Pirona (1988): 1465; G. Frau (1978); X. Delamarre (2008): 68; P.-Y. Lambert (1994): 188; J. Vendryes (1959-), s. v. barr; M. Cortelazzo, C. Marcato (2005): s. v. bār; J. Lacroix (2005): 118.

Bedasio
io.
Brugnera, PN
•• Secondo C. C. Desinan da bedo ‘fosso’ [gall. bedo- ‘fossa, canale, gora, ruscello’], con suff. -asio («ben attestato»), che però è di tipo prediale.
Sono tuttavia documentati i NNP d’origine celt. Bedasius, Bedasia, Bedarus, probabilmente non connessi con bedo- (forse derivati dall’ie. *bheidh- ‘persuadere’). Può darsi che Bedasio rifletta un *Bedasion ‘proprietà di *Bedasios’.
C. C. Desinan (2001): 43; J. Lacroix (2005): 23; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 70; X. Delamarre (2012): 73.

Beligna
Aquileia, UD
«Vasta pianura a sud di Aquileia» e «porta delle mura medievali» [Pellegrini (1990b): 124].
de Belinia (1155 e 1186), iuxta portam Beligna (XIII sec.).
•• Dal nome del dio gallico Belenos, Belenus, Belinus, o dal NP Belinus, derivati dal tema gall. belo-, bello- ‘forte, potente’ — per X. Delamarre si tratterebbe di un a. *Beliniā ‘possedimenti di Belinos’.
A parere di J. B. Trumper, M. T. Vigolo, dal «nome divino» *Belēnio-, connesso con il nome della ‘donnola’ o quello del ‘lupo’, derivati dall’ie. *bʰel-; cfr. il cimr. bele, belau [bele, bela, belau ‘martora’, medio cimr. beleu]. Secondo Delamarre però, il nome del ‘lupo’, celt. *bledios (cimr. blaidd), non avrebbe alcuna etimologia ie. sicura.
G. B. Pellegrini (1987): 112; G. B. Pellegrini (1990b): 124-5; J. B. Trumper, M. T. Vigolo (1998): 224; J. Lacroix (2005): 138-43; X. Delamarre (2007); Delamarre (2008): 71-2; X. Delamarre (2012): 74.

Belloio
po.
Tricesimo, UD
Mansio romana presso Tricesimo.
viam Belloio (viam Bellono, viam Beleio, viam Beloio) (Itinerarium Antonini, 276, 2).
• Secondo C. C. Desinan Belloio è composto di belo ‘chiaro, limpido, luminoso’ + -ialos ‘radura’ [-ialon ‘luogo dissodato, radura’, poi ‘luogo, villaggio’, nel gallico tardo; vd. Vendoglio]. Per X. Delamarre il gall. belo-, bello- significa invece ‘forte, potente’.
La mansio viam Belloio è interpretata da L. Bosio come «stazione stradale sulla viam Belloio»; probabilmente ne è rimasto un ricordo nel nome di una «modesta altura» posta sopra Tricesimo: Borgobello, Borgobel in friulano, ove -bel non significa ‘bello’ (vi corrisponde infatti biel in friulano), ma può derivare dal radicale bel- del teon. Belenus, individuabile appunto anche in Belloio. Cfr. altresì i NNP d'origine gall. Bellos, Bellus, Bel(l)ona.
C. C. Desinan (2001): 43; L. Bosio (1991): 159-63; A. Holder (1961-1962), I: 397; G. A. Pirona (1988): 1466; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 71-2, 185.

Bèrgum
po.
Remanzacco, UD
Casali Bèrgum. Friul. Bèrgum, Bèrgun.
• Bergum viene confrontato da C. C. Desinan con Bèrgimos, nome di divinità gallica. È attestato il teon. Bergimus, da berg(o)- ‘monte’ < ie. *bʰerĝʰ- ‘alto, eminente’. Vd. Bergamo.
G. A. Pirona (1988): 1465; C. C. Desinan (2001): 43; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 73.

Borbinta
io.
Arta Terme, UD
•• Secondo C. C. Desinan, va connesso con Borvon; «è stato reinterpretato sulle base della voce latina fervente».
Può forse ricondursi al gall. boruo-, bormo- ‘sorgente calda’, dalla radice ie. *bhĕr-, *bhŏr- ‘gorgogliare, ribollire’; cfr. gli idronimi Bourbince, fluvio Burbuntio nell’890, e Bourbonne, Borbontia nell’855, fluvium Borbuntia nel 906 (Saône-et-Loire), da una possibile forma a. *Boruontiā.
C. C. Desinan (2001): 44; X. Delamarre (2008): 82-3; X. Delamarre (2012): 84.

Bressa
po.
UD
in Bressa (1275).
• Probabilmente da accostare a Brescia, quindi di origine celtica. Secondo J. B. Trumper, M. T. Vigolo, deriverebbe da *brĭg-sa.
G. Frau (1978); J. B. Trumper, M. T. Vigolo (1998): 224; X. Delamarre (2008): 87.

Brio
po.?
Alesso, Trasaghis, UD
• Per C. C. Desinan forse da brio, briva ‘guado’, ‘ponte’ [gall. brīva ‘ponte’, brio nel Glossario di Vienna].
C. C. Desinan (2001): 44; X. Delamarre (2008): 89.

Bróili
po.
Friuli
•• Broili risulta «toponimo comune» in Friuli. Si tratta del friulano bróili ‘brolo, verziere, poderetto annesso alla casa’, che, come l’italiano brolo ‘orto, frutteto’, deriva dal gall. *brogilos ‘piccolo bosco recintato’, diminutivo di *brogi- ‘territorio, regione, frontiera, marca’ (< *mrogi-).
G. Frau (1978); G. A. Pirona (1988): 76; G. B. Pellegrini (1987): 120; G. B. Pellegrini (1995): 267; P.-Y. Lambert (1994): 190; X. Delamarre (2008): 91; X. Delamarre (2012): 91.

Budoia
po.
PN
Budoia (1299), in territorio di Bodolja (1337).
• Dal lat. betŭllĕa ‘betulla’ < ie. *gʷet-w- [‘resina’], dal gall. betua, betulla.
C. Marcato (1990); G. Frau (1978); G. B. Pellegrini (1995): 277; J. B. Trumper, M. T. Vigolo (1998): 224; X. Delamarre (2008): 74.

Buttrio
po.
UD
Localmente bùri.
Butrium (1000 c.a), villa Budriach (1140), de Budrio (1188).
•• Secondo G. Frau, può esser connesso a un termine preromano significante ‘burrone, voragine’, il quale, a parere di C. Marcato, potrebbe anche venir a coincidere con il «greco-latino» bothros (con lo stesso significato di ‘burrone, voragine’).
X. Delamarre presuppone una forma antica *Butrion ‘il fossato’, oppure ‘proprietà di *Butrios’ (‘di *Butturios’?).
Vd. Bùdrio (BO; Correggio, RE; Longiano, FC; Casola Valsenio, FC; Cotignola, RA) e Butrium (RA).
C. Marcato (1990); G. Frau (1978); X. Delamarre (2012): 94.

Candàglia
oo.
Polcenigo, PN
• Per C. C. Desinan Candaglia deriva da cando ‘bianco’. Probabilmente connesso ai NNP d’origine celt. Candala, Candalio, Candius, Candia, Candialla, tutti dalla radice cand- ‘brillante’ (> cann-), cfr. l’a. br. cann ‘bianco, brillante’.
C. C. Desinan (2001): 44; X. Delamarre (2007); A. Holder (1961-1962), s. v. Candalicae.

Càrnia
co.
UD
Κάρνοι (Kárnoi) (Strabone, IV, 6, 9; V, 1, 8), Carnorum (Tito Livio, XLIII, 5, 3), Carni (Plinio, N. H., III, 38); de monte in Carnia (762).
• Dall’etn. lat. Carnius, da cui deriva al coron. il significato di ‘Paese abitato dai Carni’. L’etnico può esser connesso con una radice preromana *kar- [‘roccia, pietra’] «usata, con suffissi varii, ad indicare ‘luoghi rocciosi o sassosi’» (G. Frau), tra cui il Carso.
S’è anche proposta un’origine celtica: per P. Anreiter, da un tema *kar-no-, con base *(s)kar-n-, da *(s)kar- ‘ruvido, duro’ – l’etn. Carni significherebbe quindi ‘i duri’ –; secondo A. Falileyev (per il quale però è possibile «che il nome sia attribuibile ad un altro gruppo linguistico»), da un tema carno- ‘picco, tumulo, cairn’ (il cui etimo ie. non è sicuro), cfr. l’a. irl. e il cimr. carn ‘mucchio di pietre’; oppure, stando a X. Delamarre, dal gall. *carnon ‘corno’, da cui il valore de ‘i Cornuti’ o ‘quelli dal corno’: forse, secondo un’ipotesi di J. Lacroix, i capi guerrieri dei Carni portavano sul casco delle corna come «ornamento distintivo».
C. Marcato (1990); G. Frau (1978); A. Falileyev (2007), s. vv. Carni, Carnuntum; X. Delamarre (2008): 105-6; J. Lacroix (2003): 65.

Chialminis
po.
Nimis, UD
Friul. Cialminis.
de villa Calmines (1170), de Calminis (1282).
• Per G. Frau è un probabile «diminutivo in -inu della voce gallica (?) *calmis ‘campo non coltivato’ o ‘cima pietrosa di monte’» (‘luogo non coltivato’, secondo C. C. Desinan). Calmis, attestato nel latino medievale (varianti calmen, calma, calmus, calmas) col valore di ‘altura pianeggiante denudata, landa’, è ritenuto in genere prelatino (cfr. il ligure carmo) se non preceltico; d’altra parte, risulta privo di riscontri nel celtico.
Chialminis però potrebbe trarre origine da un *Calminius – ipotesi di M.-T. Morlet per il francese Chaumigny (Nièvre) – o Calminus, NP di origine celtica, da un tema *calm-ino-, derivato (assieme a Calma, Calmenus, Calmius, Calmeius) da una base gall. calm(i)- confrontabile con l’a. irl. calma ‘forte, valoroso’ e il cimr. celfydd ‘abile’ (brittonico *kalmíyo-).
G. A. Pirona (1988): 1467; G. Frau (1978); C. C. Desinan (2001): 44; J. F. Niermayer (1993); M. G. Tibiletti Bruno (1978): 191; G. Petracco Sicardi (1990), s. v. Carmo; M. Alinei (1984): 143-52; M.-T. Morlet (1985): 48; X. Delamarre (2007).

Chialminis
po.
Pagnacco, UD
• → Chialminis (Nimis, UD).
C. C. Desinan (2001): 44.

Chiarmacis
po.
Teôr, UD
Friul. Ciarmacis.
in villa de Charmacis (1276).
• Secondo G. Frau, deriverebbe da calmis ‘campo non coltivato’ o ‘cima pietrosa di monte’, «con suffisso -aciu e -l- passato a -r-». Vd. tuttavia quanto indicato per Chialminis (Nimis, UD).
G. A. Pirona (1988): 1468; C. C. Desinan (2001): 44; G. Frau (1978).

Cjandóis
po.?
Arta Terme, UD
• Secondo C. C. Desinan, Cjandois deriva da cando [base cand(i)-] ‘bianco’ + -ialos ‘radura’ [-ialon ‘luogo dissodato, radura’, poi ‘luogo, villaggio’, nel gallico tardo].
C. C. Desinan (2001): 44; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 185.

Colmalìsio
Moruzzo, UD
Friul. Cuèl Malîs.
• Per C. C. Desinan Colmalisio si configura come una formazione tautologica, con -malisio dalla base mal- (che «non è esclusiva del gallico»), parallela a mel- (mello ‘altura’; vd. Miélis).
È documentato un NP d’origine celt. Malisius (assieme a Malicco, Mallus, Mallius, Malla, Malusia e altri), da malu-, malo-, mallo- (‘alto’?) — A. Falileyev ipotizza un celt. malo- ‘che si eleva, prominente’ (< ie. *melh3- ‘venir fuori’), da cfr. con il medio irl. mell ‘blocco, massa, mucchio’.
G. A. Pirona (1988): 1473; C. C. Desinan (2001): 46; X. Delamarre (2007); A. Falileyev (2007), s. v. malo-.

Còlvera
io.
Maniago, PN
«Torrente e villaggio distrutto». Friul. Còlvare.
molendinum in flumine quod dicitur Colvera (1103).
• «Di significato oscuro», secondo G. Frau. Per C. C. Desinan da còmboro ‘confluenza’ [gall. *comberos], con «lambdacismo» (il torrente ha due rami confluenti).
La voce *com-beros significa ‘diga di fiume’ e ‘confluenza’, con -bero- (-beru-) < ie. *bhĕr- ‘gorgogliare, ribollire’. → io. Comberanea (GE).
G. A. Pirona (1988): 1471; G. Frau (1978); C. C. Desinan (2001): 44; X. Delamarre (2008): 122.

Cormòns
po.
GO
Cormones (Paolo Diacono, IV, 37), Carmonis ruralia (791), subtus Cromonis (963), Carmonum (1000 c.a), de Cormons (1084).
• Secondo G. Frau deriva forse da un etn. Cormones «collegato con la voce gallica carmo, -one ‘donnola’ o simile, preso come animate totemico».
X. Delamarre ipotizza un tema gall. *carmon- ‘donnola, ermellino’ (da cui il retoromanzo karmún ‘donnola’), che però non ha riscontri nel celtico insulare. Dipenderebbe dall’ie. ker-, k̂er-, *k̂or-men- ‘donnola’, basi che, secondo J. B. Trumper, M. T. Vigolo, indicano al tempo stesso il colore ‘grigio’ e alcuni mustelidi (‘mustelide’ = ‘il grigio’, per tabuizzazione).
Cfr. i NNP Carmo, Carmanos e il toponimo Carmona (Betica).
C. Marcato (1990); G. Frau (1978); G. B. Pellegrini (1990b): 302; G. B. Pellegrini (1992): 398; J. Pokorny (2005): 573; J. B. Trumper, M. T. Vigolo (1998): 224; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 105;

Cuièstris
oo.
Segnacco, Tarcento, UD
Colle.
• Per C. C. Desinan Cuiestris potrebbe derivare da Cogèstilo, NP di un regolo dei Carni documentato in una moneta (con rotacismo l > r, per evitare l’«ostico nesso consonantico» -stl-). Sono attestati anche i NNP Cocestlus (moneta boica) e Congeistlus (Norico), dal gall. congestlos ‘pegno reciproco, ostaggio’ < con- + gestlos ‘ostaggio’.
C. C. Desinan (2001): 49; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 124.

Dòbia
po.
Valvasone, PN
•• Dobia potrebbe esser connesso con il gall. dubus, dubis, dob- ‘nero’ (vd. Dòbis, Buia, UD), più che non riflettere lo sloveno dobja ‘querceto’, da cui, secondo G. Frau, deriva Dòbbia di Staranzano, TS. Si può ipotizzare dunque, con X. Delamarre, un a. Dubiā ‘possedimenti di *Dubios’.
G. A. Pirona (1988): 1474; G. Frau (1978): 57; X. Delamarre (2008): 152; X. Delamarre (2012): 142.

Dòbis
oo.
Tolmezzo, UD
Monte della Carnia.
• → Dòbis.
G. A. Pirona (1988): 1474.

Dòbis
po.
Buia, UD
• Dobis va accostato probabilmente al gall. dubus, dubis, dob- ‘nero’, da cui derivano gli idronimi a. Dubis (oggi Doubs) e *Dubīna (> attuali Dheune, Douyne, La Dhuine) e, fra gli antroponimi, Dubius, Dubia, Dobunnus (vd. anche Duìna).
G. A. Pirona (1988): 1474; C. C. Desinan (2001): 44; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 152.

Drogna
po.
Forni di Sotto, UD
•• Per C. C. Desinan da rapportare al gall. dru, dervo [dru-, deruo-] ‘quercia’.
Può forse riflettere invece un neutro plurale *Droniā, *Druniā ‘possedimenti di Dronius o *Drunios’; cfr. i NNP Dronius (*Drunius), Glan(o)-dronus, Glan(o)-druna, e gli idronimi antichi Druna > Drôme, Dronne, Droune (Francia), Traun (Baviera), Traun (Austria), tutti dal tema gall. druno- > drono- ‘vigoroso, rapido’. Da non escludere del tutto, inoltre, una connessione con l’a. irl. dron ‘fermo, solido, vigoroso’, dalla radice *dreu̯(H)- ‘solido, fermo’.
C. C. Desinan (2001): 44; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 140-1, 149-50; X. Delamarre (2012): 142.

Drugna
po.
Erto, PN
•• C. C. Desinan lo collega al gall. dru, dervo [dru-, deruo-] ‘quercia’.
Richiama piuttosto una forma *Druniā, accostabile ai NNP *Drunios, *Drunius, Dronius, per i quali vd. Drogna.
C. C. Desinan (2001): 44; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 140-1; X. Delamarre (2012): 142.

Dubies
po.
Forni di Sopra, UD
• Forse in relazione con il gall. dubus, dubis, dob- ‘nero’; vd. Dòbis.
C. C. Desinan (2001): 44; X. Delamarre (2008): 152.

Duìna
po.
UD
Presso il M. Canìn, UD
•• Duina pare richiamare l’idron. a. *Dubīna, da cui discendono, tra gli altri, gli idronimi francesi Dheune (Duina nell’873, Côte-d’Or) e La Dhuine (Isère), formati sulla base gall. dubi- ‘nero (cfr. Dòbis e i NNP Dubius, Dubia). Da non escludersi però possa rappresentare un lat. *tubīna, variante femminile di quel *tubīnu, diminutivo di tuba ‘condotto naturale o artificiale delle acque (terrestri e sotterranee)’, cui risale, secondo F. Crevatin, il poleon. Duìno (TS).
C. Marcato (1990), s. v. Duìno - Aurisina; G. Frau (1978), s. v. Duìno; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 152; X. Delamarre (2012): 142.

Enemonzo
po.
UD
Dial. enemònč, denemònč.
Enemum (1000 c.a), de Anemoncio (1255), Nimons de Carnea (1293).
• Secondo G. Frau, da un NP di origine germ. Aunemundus oppure da un lat. *in montes (ipotesi meno probabile viste le attestazioni medievali). Per C. Marcato si tratterebbe invece di un ibrido gallo-lat., composto della preposizione gall. enĭ [eni ‘in’] e del lat. collettivo montium (< mons) [cfr. il lat. Septimontium] e significante ‘tra i monti’, da cfr. con il nome della «non lontana località nominata Esemòn», ‘oltre i monti’, da es(e) + montium (→ Esemòn di Sopra).
C. Marcato (1990); G. Frau (1978); X. Delamarre (2008): 162, 168.

Esemòn di Sopra
po.
Raveo, UD
de Desamon (1295), illo de Desemon (1314), villa de Asmon (1422).
• Per G. Frau da un NP di origine germ. Ansmund, Ansimund. C. Marcato però ipotizza un composto ibrido es(e) + montium con il valore di ‘oltre i monti’, dalla preposizione gall. es(e) + il lat. collettivo montium (→ Enemonzo).
Es- in effetti è una forma ridotta di ex-, exs-, significante però ‘senza, fuori di’.
C. Marcato (1990), s. v. Enemonzo; G. Frau (1978); X. Delamarre (2008): 168.

Esemòn di Sotto
po.
Enemonzo, UD
• → Esemòn di Sopra.


[1] C. C. Desinan [(2001): 43] registra i seguenti toponimi friulani come derivati «verosimilmente» dal celt. «art ‘pietra’»: Artugna (torrente e località; Aviano e Polcenigo, PN), Artena (Cavazzo, UD), Artona (Fresis, Enemonzo, UD), Artàis (monte; Tramonti di Sopra, PN). A dire il vero, non è corretto parlare di una voce celtica art (o base *art-) significante ‘pietra’, poiché è solo nell’antico irlandese che tale termine compare, ed è probabile sia «un antico nome della pietra che i Celti hanno preso in prestito da una popolazione precedente» [cfr. J. Vendryes (1959-): s. v. art (2)]. Inoltre, nell’artuaš dell’iscrizione gallica della stele di Todi, che viene accostato – anche da J. Vendryes [op. cit., s. v. art (2)] – all’a. irl. art, s’è riconosciuto invece l’acc. femminile pl. (ARTUAŠ, da leggersi /arduas/, da una forma *arduans col presumibile significato di ‘le parti alte’) dell’aggettivo gall. arduo- ‘alto’ [X. Delamarre (2008): 52; P.-Y. Lambert (1994): 76]. Per quei quattro toponimi dunque devono esser proposti etimi differenti: 1) dall’aggettivo lat. ar(c)tus ‘stretto’, 2) da antroponimi in Art(o)- < celt. arto- ‘orso’ (specie per Artona, forse = ‘possedimenti di *Artonos’), 3) da NP o gentilizi latini (almeno in parte d’origine celt.) come Artemius, Artenius, Artinius.