Gallico *iuos "Taxus baccata"


«Il tasso (ivin in bretone) è l'albero dell'immortalità perché sempreverde e di una longevità straordinaria. I cimiteri bretoni senza tassi non sono veri cimiteri. Ha anche la fama di essere il più antico degli alberi. La mazza del dio druido Daghda era di tasso così come la sua ruota. Si scrivevano incantesimi in ogham su legno di tasso. Quest'albero ha anche un simbolismo militare: si facevano scudi e aste di lancia con il suo legno.»

Tratto da: Divi Kervella, Emblèmes et symboles des Bretons et des Celtes, Coop Breizh, Spézet 1998, p. 17.



Il “tasso sanguinante” di Nevern 

<br><br>Il “tasso sanguinante” di Nevern <br><br>


Il “tasso sanguinante” (stillante linfa rossa) del cimitero della chiesa di Saint Brynach a Nevern, Pembrokeshire (Galles).







mercoledì 29 settembre 2010

Toponimi del Piemonte di possibile origine celtica (G - O)


Giaglione
po.
TO
in Gallionis (abl. pl. in -is per -ibus; 739), in Gallione (1039), de Gailone (1060?), Gellone (prima forma con palatalizzazione; 1065), in villa Gallioni (1081), Gailun (1158), Iallonus (1202), Gaillonus (con metaplasmo), Iailonus (1211-1216), Iallionus (1279), Jalonus (1294); Ielionensis (agg.; 1149).
• Dal NP Gallio, Gallionis, di origine celt. (A. Holder, W. Schulze).
Gallio, con Gallionius, Gallus ecc., deriva dalla base galo-, gallo- (X. Delamarre), da cui forse dipende l’etn. Galli, interpretato come ‘furiosi’ da P.-Y. Lambert; cfr. l’a. irl. gal ‘vapore; furore’ – per A. Falileyev però la base gallo- significa ‘potere, potente’ (< *galno-, dall’ie. *gelH- ‘acquisire potere su’).
A. Rossebastiano (1990); P.-Y. Lambert (1994): 34; X. Delamarre (2007); A. Falileyev (2007), s. v. gallo-.

Gignese
po.
VB
Zinexio (XIII sec.).
• Per A. Rossebastiano riflette probabilmente il NP romano Genesius (A. Forcellini), «fissatosi con prolessi di i».
Genesius, femminile Genesia, è ritenuto di origine celt. da X. Delamarre, dal tema genes- < geno-, genno-, ginno- ‘discendenza, famiglia’. Si può forse ipotizzare una forma gall. originaria *Gin(n)esios.
A. Rossebastiano (1990); X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 176-7.

Grana
po.
AT
Grana (dall’886).
• Dal prelat. *krana ‘fessura’ o ‘crepaccio’, da cui il piemontese kran. Connesso all’idron. omonimo che scorre vicino. Vd. perciò anche gli idron. Grana e Grana del Monferrato.
A. Rossebastiano (1990); G. Dal Pozzo (1980): s. v. cran.

Grana
io.
CN
Grana (dal 1194).
•• Da associare al termine prelat. *krana ‘fessura, crepaccio’ > piemontese cran ‘intaccatura, intacco’ (G. Gavuzzi) [‘tacca’, forse dal francese cran ‘intaglio, tacca’, secondo J. Lacroix da un antico verbo crener ‘intagliare’, attestato dall’XI sec. (francese attuale créner), da *crinare ‘intagliare, fendere’, di possibile origine gall.] e al coesistente *krena ‘fessura, crepaccio’, connesso da J. Hubschmid al gall. *krĭnna. Vd. Grana, Valgrana, l'io. Grana (CN).
J. Degavre registra nel suo dizionario le voci *crina, *crinis ‘fessura, cresta’, che raffronta con l’a. irl. crich ‘termine, limite’ e il cimr. crib ‘pettine, punta’.
X. Delamarre invece non riporta alcun *krĭnna o *crina, bensì un *crano-, cui risalirebbero i NNP gall. Crania, Craniola, Cranius, Cranus e il poleon. Cranna > Crennes (Orne) [che però A. Dauzat, Ch. Rostaing fan derivare da un NP gall. *Crennos, affine al br. kren ‘tremante’ e ‘tremolo’]; *crano- potrebbe, sia pur dubitativamente, derivare dall’ie. *kers-, *kr̥sno- ‘scuro’, ma forse non si può escludere un NP Cranus per Granus, Grannus, teonimo e NP, dal gall. grannos ‘barba?’ o ‘calore (del sole)’ (< *gʷhr̥-snó- < *gʷhr̥- ‘caldo’). Secondo J. Lacroix Grana dipenderebbe proprio dal teonimo gall. Grannos, riconducibile a una voce gall. *grannos/*grennos ‘pelo’, ‘barba’.
Cfr. inoltre il toponimo Grane (Drôme), Grana nel 1163, da *Grannā ‘possedimenti di *Grannos’.
A. Rossebastiano (1990); A. Costanzo Garancini (1975): 96; G. Dal Pozzo (1980), s. v. cran; A. Rey (1992); J. Lacroix (2005): 124, 166; J. Lacroix (2007): 150-2; X. Delamarre (2007); A. Dauzat (1978); Delamarre (2008): 182-3; J. Degavre (1998); X. Delamarre (2012): 161.

Grana
io.
CN
Torrente confluente col Ghiandone.
Grana (886, 969, 1212), Granna (1159).
• «Certamente idronimo prelat., probabile derivazione dalla voce celtica Krinna ‘fessura’». → io. Grana.
A. Costanzo Garancini (1975): 14.

Grana del Monferrato
io.
AT, AL
Torrente affl. del Po.
• → Grana e io. Grana (CN).

Ingèure
po.
Pavone Canavese, TO
«Località indicata nelle mappe catastali di Pavone Canav. (Torino) – corrisponde a Castellatto di Pavone».
Castellana d’Ingeure (?).
•• «Secondo il Serra 1943, 49», Ingeure risalirebbe a un composto gall. *Ando-dūrum ‘fortezza di un Andius’. M. G. Tibiletti Bruno ha proposto invece un *Andio-durum con il significato ‘porta di Andius’.
In effetti, nel gallo-romano -dŭrum la vocale radicale era breve, come nella voce gall. -dŭron da cui proviene, significante ‘corte della proprietà terriera, mercato chiuso, forum’ > ‘mercato controllato’ > ‘borgo’ (un *dūro- è registrato invece da A. Holder, col significato di ‘duro’, per accostamento al lat. dūrus ‘duro’ e all’a. irl. dúr ‘duro’ – che però è prestito dal latino –, e da X. Delamarre, coi valori di ‘ferro, acciaio, duro’).
Si può quindi attribuire ad *And(i)o-dŭrum il valore di ‘mercato, borgo di Andios (o Andos, Andus)’ [per tali NNP, cfr. Andes (Virgilio, MN) e Andezeno, TO]. Ma un’ipotesi etimologica *Ando-, *Andio-durum (e anche *Indio-durum) > Ingeure in realtà non risulta molto convincente, anche perché non si hanno attestazioni antiche, o almeno medievali, del poleonimo, né – a quanto pare – forme analoghe comparabili (un confronto, sia pur parziale, pare possibile con Inzago, MI). Cfr. anche Dormelletto, Dormello e il toponimo francese Issoire (Puy-de-Dôme), Iciodurum nel VI sec., da *Īccio-duron ‘borgo di *Īccios’.
M. G. Tibiletti Bruno (1978): 187; G. B. Pellegrini (1987): 114; G. B. Pellegrini (1990b): 126; A. Holder (1961-1962); J. Lacroix (2005): 243-6; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 156-7; X. Delamarre (2012): 145, 147, 163.

Invòrio
po.
NO
Evurius, Evorius, Jvorius (X sec, 1007), Yvorius (1235).
•• Secondo P. Massia, Invorio deriva dal gentilizio gallo-romano Eburius < gall. eburos ‘tasso’, con -n- epentetica (cfr. il dial. Invreia = Ivrea).
Eburius, da eburo- ‘tasso (albero sacro)’, è attestato in iscrizioni da Novara e Suno (NO). Si può ricostruire un a. *Eburion ‘proprietà di *Eburios’.
A. Rossebastiano (1990); J. Lacroix (2007): 28-9; X. Delamarre (2008): 159; X. Delamarre (2012): 148.

Isarno
po.
Novara
•• Continua un gall. *Īsarnon ‘proprietà di *Isarnos’, cfr. il NP Isarnus.
Il celt. *īsarno- risale forse a un ie. *ēsr̥-no- ‘sanguineo’ [< ie. *ē̆sr̥(gᵘ) ‘sangue’], in riferimento al «color rosso del metallo ossidato» (ipotesi etimologica formulata da W. Cowgill)]; cfr. l’a. irl. íarn, il cimr. haearn ‘ferro’, il toponimo francese Izernore (Ain), Isarnodori (glossato ‘Porta di Ferro’) nell’VIII sec., de Ysernodero nel XIV, da *Īsarno-duron ‘mercato, borgo di *Isarnos’.
G. Rohlfs (1990): 50; X. Delamarre (2008): 191-2; J. Pokorny (2005): 343; X. Delamarre (2012): 166.

Issìglio
po.
TO
Località posta «nella parte più bassa della Val di Chy».
Dial. iséi.
Yxello (1221) e Ysiglij (1387; dal derivato *Issilius).
•• Issiglio può continuare una forma gallo-lat. *Issellus, col significato di ‘(nucleo abitato collocato) in basso’ (A. Rossebastiano), da un gall. *Īssellon (‘insediamento inferiore’ secondo X. Delamarre), dal celt. *īsselo- (< ie. *pēd-su- ‘ai piedi’, ‘sotto’ < *pēd- ‘piede’), da cui anche l’a. br., a. cimr. isel, il medio corn. yssel, l’a. irl. ísel ‘basso’. Cfr. i toponimi Exilles, Usseaux, e anche Issel (Aude; apud Issellum nel 1257), che E. Nègre fa derivare però dal gall. *uxello- ‘elevato’.
A. Rossebastiano (1990); G. B. Pellegrini (1987): 113; G. B. Pellegrini (1990b): 126; A. Deshayes (2003), s. v. isel; A. Falileyev (2000): 97; X. Delamarre (2008): 32; E. Nègre (1990): 132; S. Gendron (2003): 90; X. Delamarre (2012): 166.

Ivrea
po.
TO
Dial. Invreia (con n epentetica).
Eporedia (Plinio, N. H., III, 123; Tacito, Hist., I, 70), Eporedia (Itinerarium Antonini, 345, 1; Tabula Peutingeriana, III, 5); Yporeia (1001), Eporedia (1036), Eporeia (1091), Eporegia (1133).
•• Come riporta A. Rossebastiano, Ivrea deriva dal lat. Eporedia, attraverso fasi quali Yporeia («scambio, frequente in area gallo-italica, di e~i in protonia») > *Iv(o)reia > *Ivreia.
Eporedia è poleonimo di origine celt., formato da epo- ‘cavallo’ [< ie. *ék̂u̯os] + -redia, «collettivo in -ia», da reda ‘veicolo gallico a quattro ruote’ [gallo-lat. rēda ‘vettura a quattro ruote’], da cui un significato complessivo di ‘insieme di carri’ > ‘luogo fortificato da un vallo di carri equestri’ (G. D. Serra, G. B. Pellegrini). Per P. de Bernardo Stempel il poleonimo andrebbe analizzato come *epo-rēd(o)-yā e significherebbe ‘la città dei carri equestri’.
Secondo X. Delamarre invece, Eporedia (con -rēdiā, dalla radice *rēd- ‘andare a cavallo, viaggiare’) avrebbe il valore di ‘insediamento della cavalleria’ o ‘le corse a cavallo’, mentre per J. Lacroix sarebbe «la “Localité-des-Gens-de-Chevaux”»: «luogo di una guarnigione, ma anche tappa di mercato sugli assi di circolazione».
Cfr. anche l’a. irl. ríad ‘andare in vettura o a cavallo’, ‘viaggio, corsa’, i toponimi Rennes (Bretagna), dall’etn. gall. Redones ‘i conduttori di carro’, e Carpentras (Provenza-Alpi-Costa Azzurra), dal gall. Carbanto-rate ‘fortezza dei carri’ (gall. -rate ‘forte’).
A. Rossebastiano (1990); G. B. Pellegrini (1987): 103; G. B. Pellegrini (1990b): 113; X. Delamarre (2008): 163, 232-3, 253, 254-5; A. Falileyev (2007); J. Lacroix (2003): 189; J. Lacroix (2005): 228-30, 142-3; X. Delamarre (2012): 150.

Lèmina
io.
San Pietro Val Lèmina, TO
Anche Lemie.
Torrente.
•• Secondo G. D. Serra, Lemina deriverebbe dal lat. limina [sing. limen ‘soglia, limite’], quale «linea di confine fra la provincia augustea delle “Alpes Cottiae” e il tratto di paese, verso Pinerolo, compreso nella Liguria augustea».
O forse è da connettere alla radice celt. *lēm- ‘limo, fango’ (< *lim-, *leim-), piuttosto che al celt. *lim- ‘olmo’. Vd. l’idron. Lémene (PN, VE).
G. Gasca Queirazza (1990); X. Delamarre (2008): 198; X. Delamarre (2012): 174, 177-8.

Lèquio Berria
po.
CN
de Leucho (1193, 1201).
• → Lèquio Tànaro.
A. Rossebastiano (1990).

Lèquio Tànaro
po.
CN
Leuquio (872), Leucum (901), Lequi (1029), Leuqui (gen.; 1223), Lequo (abl. ; 1223), Lequio (abl.; 1276).
• Secondo D. Olivieri, Lequio deriva da un prelat. *leuko-, affine al lat. lucus, e quindi significante ‘bosco’; per altri invece da un *leuko- col valore di ‘bianco’ (vd. Locana). G. D. Serra lo collega però al NP di origine celt. Leucus (A. Holder), con -kw- esito di «trascrizione ipercorrettiva di un precedente Le(u)kji, donde Lequi, poi Lequio».
A. Rossebastiano (1990); X. Delamarre (2007); Delamarre (2008): 199.

Lèvice
po.
CN
Dial. lèis.
Levesj (991), Leves (1201); «noto ai romani con il nome di Livicium o Levicium; lo ritroviamo poi designato come Levix o Levesj in alcune carte del 991» ["http://www.borghiautenticiditalia.it/ita/web/img_item.asp?nav=55"].
•• Di origine gall., Levice può discendere da *Laevicis (abl. pl.) < NP Laevicus, riconducibile all’etn. dei Laevi (G. D. Serra); ne ricorda però la liguricità A. Rossebastiano, che colloca quel poleon. accanto ai toponimi Pradleves (< *prat(um)-d(i)-Leves, Prato de Levesio nel 1282) e Levanna (oron. piemontese). Laevi deriverebbe secondo G. Petracco Sicardi da una base *lēuo- < ie. *lēu- ‘pietra’.
Non si esclude una connessione con il gall. *lēuo- ‘che scivola, lento’, usato però come base idronimica (forse ne deriva un NP *Lēvios individuato da X. Delamarre in alcuni «toponimi personali»), o con *leuo-, del teon. Su-leviae (connesso al cimr. llywydd ‘conduttore’) e probabilmente del NP Levus, oppure con l’antroponimo lat. Levius, originariamente soprannome col possibile valore di ‘maldestro, sciocco’, dall’agg. laevus ‘sinistro’ (E. Papa).
A. Rossebastiano (1990); G. Petracco Sicardi, R. Caprini (1981): 56; X. Delamarre (2008): 200, 286; X. Delamarre (2012): 176; A. Rossebastiano, E. Papa (2005).

Limone Piemonte
po.
CN
Limonus (1290).
•• Viene in genere ricondotto al gall. limo- ‘olmo’, da cui il significato di ‘(luogo) caratterizzato dall’Olmo’, «che richiama [secondo G. D. Serra] il culto ed il valore simbolico di quest’albero nella cultura medievale piemontese, dove era riconosciuto quale arbor sacra finalis» (A. Rossebastiano).
Come per Limone sul Garda (BS), si può ipotizzare un a. *Limonon ‘proprietà di Limo(nos)’, piuttosto che ‘l’olmeto’, comunque sempre dal gall. lemo-, limo- < l̥mo- ‘olmo’.
A. Rossebastiano (1990); X. Delamarre (2012): 178.

Linduno
po.
Momo, NO
•• Secondo G. B. Pellegrini, risale «assai verosimilmente al noto dūnum gallico» [dūnum ‘fortezza’, ‘collina’, dal gall. (e celtico comune) *dūnon ‘fortezza, cittadella’ > ‘monte, collina’].
Potrebbe trattarsi di un composto *Lindo-dūnon ‘Forte dello Stagno’, con primo elemento *lindon ‘liquido’ > ‘bevanda’ e ‘stagno’; cfr. le voci a. irl. lind ‘liquamen’ (*lindu-), lind ‘stagno’ (*lindo-), e il cimr. llyn ‘bevanda’, ‘lago’.
G. B. Pellegrini (1987): 114; G. B. Pellegrini (1990b): 127; X. Delamarre (2008): 154, 202; X. Delamarre (2012): 179.

Locana
po.
TO
Locania (1257), Lucana (1368), Locana (XV sec.).
•• Da un ie. *leuko- + il suff. pregall. -ana, -anna [forse anche gall. (vd. J. Degavre)], attraverso le forme *Leucan(n)a > *Loucan(n)a (A. Perinetti), con l’esito eu > ou proprio del gallico (G. Petracco Sicardi) [e probabilmente il dittongo ou passato a ō in epoca tarda (vd. P.-Y. Lambert)]; è toponimo confrontabile con i poleonimi Locarno, Locate, Lecco. Per G. D. Serra in questo caso *leuko- dovrebbe valere ‘bianco’, in relazione alla «colorazione biancastra della roccia» che «scoscende precipite sui prati di Letosa»; invece B. A. Terracini pensava a «un significato prossimo a quello di lucus», vale a dire ‘radura nel bosco, bosco’.
Potrebbe invece continuare un pl. neutro *Leucāna ‘possedimenti di *Leucos’.
A. Rossebastiano (1990); J. Degavre (1998); G. Petracco Sicardi (1981): 92; P.-Y. Lambert (1994): 42; Delamarre (2008): 199; X. Delamarre (2012): 176.

Lucedio
po.
Trino, VC
Leocedio, Leucegium (905); Silva de Loceio [vd. "http://www.abbaziadilucedio.it/index.php?pg=storia&code_m=fondazione"].
•• Secondo G. D. Serra, top. d’origine gall., da *Leucidio, da confrontare con il NP Leucus.
Si segnala anche il teonimo *Leucetios, Leucetius, Loucetius (< louco-, loucet-), da cui il «toponimo personale» *Leucetion, alla base dell’attuale Luzech (Lot).
M. G. Tibiletti Bruno (1978): 206; A. Costanzo Garancini (1975): 119; X. Delamarre (2007); Delamarre (2008): 199; X. Delamarre (2012): 176.

Mathi
po.
TO
curtem de Matigo cum tota valle Mategasca (1159), Mathiarum (gen. pl.; 1342), Matiis (abl. pl.; 1356).
«Vallem cuinomento Ametegis» (? cfr. Màttie); «Matingo, Mateis dei secoli XI e XII, latinizzati in Maty e Mati e stabilizzati definitivamente nell’attuale Mathi, in cui l’h ricorda l’origine greca del nome» ["http://www.comune.mathi.to.it/storia.htm"].
•• Forse dall’aggettivo *Matticus, dal NP lat. Mattius. Il gen. e l’abl. pl. attestati nel Medioevo rinviano a quei toponimi tardo-romani in cui a forme in -i (gen. sing.) subentrarono forme di in -is (abl. pl.), sulle quali «si ricostruì poi il genitivo plurale, a segnalare la ricostruzione dell’unità della famiglia romana, come proprietaria di beni comuni»; il toponimo significherebbe dunque ‘(fondo) appartenente alla famiglia dei Mattii’, da cui proverrebbe la -i del nome attuale.
Antroponimi come Mat(t)ius, Maticius, Matinus, Matta, Mattus, Mattiacus, Mattios, e un ricostruito *Maticos — con relativo «toponimo personale» *Maticon che pare esser richiamato dal Matigo del 1159 — secondo X. Delamarre derivano dal gall. matu-, mati- ‘buono, favorevole’ (a. irl. maith ‘buono, eccellente, vantaggioso, fasto’, a. br. mat ‘buono’) o matu- ‘orso’ (a. irl. math); per J. Vendryes si tratterebbe della stessa voce, attribuita come epiteto adulatorio all’animale (tabù linguistico). → Màttie.
A. Rossebastiano (1990); X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 220; X. Delamarre (2012): 193.

Màttie
po.
TO
Vallem cuinomento [cognomento] Ametegis (VII sec.; potrebbe però riferirsi anche a Mathi); Maticis (1065), Mathicis (1226), de vico Matico (1080), Matigum (1083), Mathiis (1369), Mathiarum (1374).
Mattie deriva forse dal NP *Matticus (vd. Mathi); nelle forme del XIV sec. appare il femminile conservatosi nella stessa denominazione attuale.
A. Rossebastiano (1990).

Mazzè
po.
TO
Maciadium (1007), Maçadium (1181), Mazayo (1433).
•• Probabile prediale dal NP romano Mattius, Matius (G. D. Serra), originariamente nella forma *Macciacus o *Mattiacus, di cui non è pervenuta alcuna testimonianza. La sostituzione di -adium ad -ācum pare dovuta a «ricostruzione erudita».
Mattius, Matius, e Maccius sono probabilmente NNP di origine celt., rispettivamente dal gall. matu-, mati- ‘buono, favorevole’ o matu- ‘orso’ (vd. Mathi), e, forse, da *mac(c)- ‘nutrire’. X. Delamarre infatti ipotizza un originario Mattiācon ‘proprietà di Mattios’.
A. Rossebastiano (1990); X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 220, 211-2; X. Delamarre (2012): 194.

Melle
po.
CN
Localmente lu ml (occitano).
El Meyl (1142), Melus (1203), Melo (1229), Mellis (1264), El Mel (1303); Malzelus, Mahelus (1306; grafie errate dovute a un copista di Napoli).
•• Per D. Olivieri potrebbe derivare dal lat. gemellae, riferito a «due villae contrapposte, come nel caso del bellunese Mel < zumellae». Tale ipotesi è stata formulata in base alla «presenza nel paese dei ruderi di due castelli», ma, secondo A. Rossebastiano, risulta priva di riscontri d’epoca medievale; si può invece risalire alla «voce celtica o preceltica (ligure) mello, ‘collina, altura’»; da confrontarsi con l’oron. Rocciamelone (Monpantero, TO), gli idron. Mèllea (CN) e Malone (TO), il poleon. a. Leucumellus (Tabula Alimentaria di Veleia, 3, 72; 7, 37).
Potrebbe essere la continuazione di un «toponimo personale» *Mellon ‘proprietà di *Mellos’; cfr. gli antroponimi Melus, Mellus, Melius, dai temi melo-, melio-.
A. Rossebastiano (1990); J. Vendryes (1959-), s. vv. mell, mul; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2012): 197.

Mezzomerico
po.
NO
Mediomadrigo (980), Medium Matrigum (1196).
•• Secondo P. Massia, si ricondurrebbe all’etn. dei Mediomatrici, citati da Cesare (Mediomatricorum, in De bello Gallico, IV, 10, e Mediomatricis, in VII, 75), Plinio (Mediomatrici, in N. H., IV, 106) e altri autori antichi. Tale etn. sarebbe costituito da medium ‘mezzo’ + matericus, mataricus < matarus ‘telum vel missile, gallis proprium’ (in C. Du Cange), per cui significherebbe ‘quelli che lanciano nel mezzo’. Da ciò A. Rossebastiano deduce per il toponimo il valore di ‘luogo degli arcieri’.
Però secondo X. Delamarre, che ipotizza un *Mediomātricon ‘proprietà dei Mediomatrici’ (di un loro gruppo là insediato) o ‘di *Mediomātricos’, Mediomatrici va interpretato diversamente: non tanto ‘quelli che abitano tra le Madri’, vale a dire gli a. fiumi Matrona e Matra, quanto ‘quelli delle Madri Mediane’, da *medio-māteres ‘Madri del Mondo di mezzo, tra cielo e inferi’ (< gall. *māter- ‘madre’; cfr. l’oron. Matrona). P. Anreiter invece suggerisce il significato ipotetico di ‘quelli che abitano in mezzo alla foresta’, ritenendo -matrici possibile derivato da una base celt. *māt(V)r- ‘legno’ (> ‘foresta’) associabile al lat. māteria/māteriēs ‘legno da costruzione, legname’.
A. Rossebastiano (1990); J. Lacroix (2007): 175; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 219, 221; A. Falileyev (2007), s. v. Mediomatrici; X. Delamarre (2012): 195.

Monviso
oo.
CN
Occitano Vìsol, piemontese Viso.
e gremio Vesuli montis (Plinio, N. H., III, 117), Vesulus mons (Servio, ad Aen., 10, 709), Vesaeuus mons (Servio, ad georg., 2, 224), Vesulus mons (Schol. Vallicell. ad Isid. etym., 14, 8, 13).
•• A parere di A. Rossebastiano, Vesulus deriverebbe dalla radice preie. *ves-, con valore di ‘monte’ secondo A. Dauzat, Ch. Rostaing – che pare distinta dalla radice idronimica, *ves-, *vis-, forse preie., cui A. Dauzat, G. Deslandes, Ch. Rostaing riconducono parecchi nomi di fiumi francesi, compresa la Vésubie.
N. Lamboglia confrontava Vesulus con l’idron. Vesubia (Nizzardo) [forse con secondo elemento -bia ‘che taglia’], i poleonimi Vesubium [anche Ussubium, forse da un “prototipo” *Uχsobion ‘proprietà di *Uχsobios’ = ‘(che possiede una) Alta Ascia’, da uχso- ‘alto’ + biyo- ‘tagliente, ascia’; vd. X. Delamarre (2007): 207 e (2012): 281] (Aquitania) e Vesunna (città iberica [in realtà, si tratta della francese Périgueux; Vesunnā dovrebbe significare ‘i possedimenti della dea Vesunā’]), e lo riteneva appartenere allo strato mediterraneo del ligure. G. Petracco Sicardi lo collega invece ai diversi toponimi con rad. *u̯es- riscontrabili in area celtica.
Vi si può riconoscere la base gall. uesu-, ues- (talvolta uisu-) ‘valido, buono, degno di’, da cui dipenderebbero nomi come Vesunna, Uesus, Uesuccius, Uisurio, Bello-uesus, Sego-uesus, Vesu-biani (Vesubianiorum, in iscrizione); cfr. l’a. irl. fíu e il cimr. gwiw ‘valido, degno di’. Secondo Delamarre, Vesulus dipenderebbe da un teonimo *Vesu-lo-, «variante di *Vesu-no- (suff. d’agente -lo-, -no- sul tema *u̯ésu- ‘bene, buono’)»; cfr. il NP Vesulus in Silio Italico.
Per J. Lacroix [J. Lacroix (2007)] Vesonna, Vesunna potrebbe derivare o da *vesu- ‘buono’ o da «un radicale preceltico *ves-/*vis-, ‘bagnato’», o anche [J. Lacroix (2003)] da un tema gall. *ves- ‘curvare’ (e quindi ‘curva, meandro’ di fiume) < ie. *wes- ‘girare’.
A. Rossebastiano (1990); A. Dauzat (1978): 77; A. Dauzat (1982): 95-6; G. Petracco Sicardi, R. Caprini (1981): 80; 77; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 75, 77, 317; A. Falileyev (2007), s. vv. Vesulus, Vesubio, Vesunna, Ussubium; J. Lacroix (2003): 92; J. Lacroix (2007): 70-1; X. Delamarre (2012): 268.

Mosezzo
po.
San Pietro Mosezzo, NO
Moxicium (941), Muxicium (959), Musicium (962), Mosetium (1013).
• P. Massia ritiene possa riflettere il gentilizio lat. Mogetius, nella variante Mocetius. Per D. Olivieri si tratterebbe invece di un derivato del preromano mosa, col significato di ‘luogo pantanoso’.
Mogetius (con Mogetia, Mogetio, Mocetes, Mogeti-marus, Moceti-marus, Erru-mocito...) deriva dal tema gall. mogeti-, mageti- ‘potenza’ (< mag- ‘grande’). Per Mosezzo, si può ipotizzare in origine una forma *Mogitium o *Mocitium (*-on).
G. Gasca Queirazza (1990); X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 212.

Novara
po.
Novaria (Plinio, N. H., III, 124; Tacito, Hist., I, 70), Novaria (Itinerarium Antonini, 344, 5), Fl. Novaria (Tabula Peutingeriana, IV, 1); Novaria (881), Novara (1114).
•• Dal lat. Novaria, toponimo di «difficile interpretazione».
A. Forcellini pensava derivasse «dal soprannome Novaria dato al torrente Agogna» nella Tabula Peutingeriana (IV, 1); vd. Agogna.
G. B. Pellegrini lo rapporta invece, in via ipotetica, al lat. novu, novāle (ager) ‘terra recentemente ridotta a culture’.
Per P. de Bernardo Stempel però Novaria potrebbe essere di origine celt., da un *new-ar-yā ‘la città nuova’, ‘la città appartenente ai nuovi territori’, o, per aplologia, da un composto *nowo-waryā o piuttosto *Novā Variā ‘nuova recinzione’.
A. Rossebastiano (1990); G. B. Pellegrini (1990b): 250-1; F. Benozzo (2002): 261; A. Falileyev (2007); X. Delamarre (2012): 207.

Ocelum
po.
Caprie, TO
Localizzato «presso Novaretto e Caprie» (A. Falileyev).
ab Ocelo (Giulio Cesare, De bello Gallico, I, 10), Ὤκελον (Ṓkelon) (Strabone, IV, 1, 3 e V, 1, 11), Occellio (Cosmografia ravennate, IV, 30), Ocelum e Ocelo (iscrizioni latine).
•• Ocelum riflette la voce gall. ocelo- ‘punta, promontorio’, da un tema ie. *h2oḱ-elo-, riconducibile alla radice *h2eḱ-, *h2oḱ- ‘punta, sommità’, quindi gli si può attribuire il significato di ‘la punta, la sommità’. Cfr. l’omonimo Ocelum, identificabile forse in Ferro (Covilhã, Portogallo), Ὂκελον (Òkelon), in Tolomeo, II, 5, 7; l’a. irl. ochair ‘angolo, bordo’, og ‘punta’; NNP d’origine celt. quali Ocelus (anche teonimo), Ocellio, Ocella (con sviluppo semantico «‘punta’ > ‘sommità’> ‘capo’»).
A. Falileyev (2007), s. vv. Ocelum, ocelo-; J. Vendryes (1959-), s. vv. ochair, og; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 236; X. Delamarre (2012): 209.

Ollasio
io.
TO
•• Forse da Aulacis, etn. loc./abl. pl., dal gentilizio lat. Aulus, oppure dal NP celt. Ollos; cfr. i toponimi trentini De Olaxio, villa Olasi (1360, 1387), attuale Dolaso, e Olasium (1220), attuale Daolasa.
È documentato un NP di origine celt. Aullus, da aulo- > aullo-, ma non *Ollos, mentre sono attestati Ollus, Ollius, Ol(l)ia, e altri ancora, tutti da ollo- ‘grande’; inoltre compare un Ollon in un’iscrizione da Magonza ed è stato ricostruito da X. Delamarre un “prototipo” *Ollo-dūnon, forse ‘forte di *Ollos’, per Oudun (Yonne) e Olten (Svizzera).
A. Costanzo Garancini (1975): 20; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 240; X. Delamarre (2012): 210-1.

Orba
io.
Liguria, Piemonte
Dial. urba.
ad fluuium miri cognominis Vrbem (Claudian., bell. Pollent. 555); Urba (1137), super fluvium Urbae (1176), inter duas Urbas (1197), Valle Urbe (1224), Vallis Urbis (1252).
•• Secondo G. D. Serra si tratta di idron. prelat., confrontabile con altri nomi dell’area gallo-ligure (A. Rossebastiano). Cfr. i seguenti toponimi antichi d’area celtica: gli idronimi Urba, attuale Orbe (Giura svizzero), Urbia, attuale Orge (Francia) [Urbia in Gregorio di Tours (VI sec.)], Urbicus, attuale Orbigo (Spagna), e il poleon. Urbate (Pannonia Inferiore), presso la confluenza Sava-Verbas (A. Costanzo Garancini, G. Petracco Sicardi).
X. Delamarre riconduce però i fiumi Orge (Essonne e Vosges) e Orb (Hérault) a forme quali *Orbiā, *Orbios < *orbʰ-io- ‘l’erede (di un fiume più grande)’.
Per G. R. Isaac, Urbate deriverebbe da una base idronimica *urb-, *orb-, forse celt.
A. Rossebastiano (1990); G. Petracco Sicardi, R. Caprini (1981): 82; A. Costanzo Garancini (1975): 108; A. Falileyev (2007), s. v. Urbate; X. Delamarre (2008): 242; X. Delamarre (2012): 211.

Òssola
co.
VB
Ὀσκέλα (Oskéla) (var. ὂσκελλα, ὂσκελα; Tolomeo, III, 1, 34), Oxilla (var. ossilia, ossila; Cosmografia ravennate, IV, 30); terra ossilense (dall’892), comitatu oxilense (915), Osola (dal 1226, «come componente antroponimica»).
•• D. Olivieri vi riconosce «una voce prelatina».
Con tutta probabilità Ossola continua il nome a. di Domodossola: Ὀσκέλα in Tolomeo e Oxilla nella Cosmografia ravennate.
Secondo X. Delamarre l’originario *Oscelā, da cui dipendono Oskéla, Òskel(l)a, Oxilla, potrebbe derivare dalla base ie. *os-k- ‘frassino’ piuttosto che dal tema *ukso- ‘bue’ (ie. e celt. *uksōn), al quale qualche anno fa riconduceva, nelle forme oxso-, oxsi-, NNP quali Oxilla ‘Vacchetta’ e, con metatesi oxs- > osk-, Oscella, Oscellus, senza escludere però la possibilità di oxso-, oxsi- «variante di uxso-, uxsi- ‘alto’». Delamarre pensa che *os-k-, ritenuto in genere «ligure» rispetto al celtico insulare *os-n-, non sia altro che una «semplice variazione dialettale in seno al celtico».
A. Rossebastiano (1990); A. Falileyev (2000), s. v. Oskela; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 244; X. Delamarre (2012): 212.

Ossona
io.
AL
Ausona, Auxona, Ossona (cartari tortonesi) ["http://books.google.it/books?id=iuUNAQAAIAAJ&q=Ossona"].
•• Forse di origine celtica, da *auso- < *h2eus- ‘far defluire, drenare, far uscire (acqua)’ (A. Falileyev), con suff. idronimico -on(n)a.
X. Delamarre, per corsi d’acqua quali l’Ausa (754; attuale Hozain), l’Ausava (attuale Oos, in Renania), l’Ausona (Limousin), propone un etimo da *aus- ‘oro’ (tema *ausu-) od eventualmente (per Ausona) da *aus- ‘orecchio’.
A. Falileyev (2007), s. v. Ausa; X. Delamarre (2012): 67-8.

Oulx
po.
TO
In occitano: Ors.
Ulces (880), Ultes (IX sec.), de Ulcis (1050), in loco et fundo Ulce (1167), loco ubi dicitur Ulcium (1083).
•• Dall’abl. pl. *Ulcis < NP gall. Ulkos (è attestato anche Ulcagnus) (G. D. Serra), forse conducibile all’ie. *u̯l̥kʷos ‘lupo’; oppure da connettere ai NNP *Uolcos, Uolcus, Uolcius < uolcos ‘falco’ («ulc- grado zero di uolc-?»), o anche da Ulicus (< *u̯el- / *u̯lei- ‘scegliere’).
A. Rossebastiano (1990); M. G. Tibiletti Bruno (1978): 206; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 132, 326; X. Delamarre (2012): 275.

sabato 25 settembre 2010

Toponimi del Piemonte di possibile origine celtica (P - V)


Pèllice
io.
TO
Localmente pèlis.
Pelesus (1041), fluvius Pelex, Pellex (1175, 1188, 1299), Pelicem (1299).
• Per A. Costanzo Garancini Pellice può ricondursi a un loc./abl. Pellicis, dall’etn. locale Pellicus, da cfr. con l’etn. celt. Pellus. Secondo C. Battisti invece, da un preromano “mediterraneo” *pel- affine a pal(a)- ‘roccia, pala’, rintracciabile anche nell’oron. Pelmo (BL).
In effetti A. Holder registra Pellus e Pellicus [è attestato il dat. Pellico] come NNP. Tali nomi, assieme a Pelius, Pellios, Pellius, Pellic(ius), dovrebbero essere celtici, dal gall. pel(l)i- (< *kʷeli-); cfr. il gall. peli-gnos ‘nato lontano, straniero’ (tavoletta di Chamalières) e il cimr., corn., br. pell ‘lontano’ < radice *kʷel(s)-.
Pellicus è nome attestato nel XII sec. in Piemonte.
A. Costanzo Garancini (1975): 15; C. Marcato (1990): 479-80; A. Holder (1961-1962); X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 246-7; E. Caffarelli, C. Marcato (2008).

Pennine, Alpi
oo.
summo sacratum vertice Poeninum montani (Livio, XXI, 38, 9), iuxta geminas Alpium fores, Graias atque Poeninas (Plinio, N. H., III, 123), Poeninis iugis (Tacito, Hist., I, 61), Summo Penino (Itinerarium Antonini, 351, 4), In Summo Pennino (Tabula Peutingeriana, III, 3-4), Alpes [...] Poeninae (Ammiano Marcellino, XV, 10, 9).
•• Corrisponde al lat. Alpes Poeninae, «connesso al mons Poeninus», nome del colle del Gran San Bernardo, protetto da Iuppiter Poeninus; quel passo era (anche) «chiamato dai Romani Jugum Peninum (nella Tabula Peutingeriana, IV sec. d. C. Summus Penninus) e nel Medioevo Monte Giove».
Penninus, Poeninus deriva forse dal gall. penno- ‘testa, estremità’ (per J. Lacroix Poeninus sarebbe il «dio della punta rocciosa»; cfr. l’a. irl. cenn ‘testa, sommità’, l’a. br. penn ‘testa, estremità’); o piuttosto riflette il teonimo Poininus, da un tema *kʷoini-no- ‘Quello della Vendetta’ riconducibile all’ie. *kʷoinā ‘riparazione’, da cui dipende l’a. greco ποινή (poiné) ‘compensazione, punizione’.
C. Marcato (1990), s. v. Gran San Bernardo; A. Falileyev (2007), s. vv. Poeninus M., Summus Poeninus; J. Lacroix (2007): 10, 221-2; X. Delamarre (2007): 150; X. Delamarre (2008): 248; X. Delamarre (2012): 216-7.

Pradleves
po.
CN
Prato de Levesio (1282), villa Pratis de Levis (1355), Pradeleves (1356), Pradaleves (1382), Prati de Leves (1427).
• Da pra < pratum ‘prato’ + la preposizione d(i) + Leves, da *Laevicis (abl. pl.) < NP Laevicus (W. Schulze), «formatosi a sua volta sull’etnico dei Laevi» (G. D. Serra). Vd. Lèvice.
A. Rossebastiano (1990).

Rigomagus
po.
Piemonte
Località indicata nella Tabula Imperii Romani (Tab. Med. 114) e in alcuni itinerari come mansio «non lontana da Vercelli e da Torino, ma di difficile localizzazione puntuale» (forse nel territorio di Trino, VC).
Rigomago (Itinerarium Antonini, 340, 5 e 356, 10), mansio Rigomago (Itin. Hierosolymitanum, 557), Rigomagus (Cosmografia ravennate, IV, 30), Rigomagum (iscrizione).
•• Toponimo formato dai temi gall. rīgo- ‘re’ e -mago- ‘campo’ (e poi ‘mercato’; cfr. l’a. irl. mag ‘piana, campo’ e l’a. br. ma ‘luogo’, dal celt. *magos ‘piana, campo’), quindi con il valore complessivo di ‘Campo (o Mercato) Reale’ (ove ‘Reale’ va inteso piuttosto come ‘del re della tribù’). Da un composto Rigomagus (gall. *Rigomagos) derivano anche i poleonimi Rians (Cher), Riom (Cantal, Puy-de-Dôme), Ruoms (Ardèche) e Remagen (Renania).
A. Rossebastiano (1990), s. v. Trino; G. Petracco Sicardi (1981): 79; R. Chevallier (1983): 551; G. B. Pellegrini (1987): 100; G. B. Pellegrini (1990b): 111; A. Falileyev (2007); J. Lacroix (2005): 250; X. Delamarre (2008): 259-60, 213; X. Delamarre (2012): 221.

Ròpes
po?
Ivrea, TO
• Per G. D. Serra Ropes è un toponimo di origine gall., da *Roppicis (loc. pl.) < NP Roppus.
Roppus (attestato come nome di vasaio) significava probabilmente ‘Grande Occhio’, essendo costituito di ro- ‘grande’ e op- ‘occhio’ < *okʷ- ‘occhio, vista’ (X. Delamarre).
M. G. Tibiletti Bruno (1978): 207; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 260-1, 170.

Ròppolo
po.
BI
Roppolo (dal 963), Ripolae (1373).
Roppolo potrebbe riflettere un NP *Roppulus, diminutivo del gall. Roppus [→ Ròpes] (G. D. Serra), piuttosto che un NP germ. Rotpulo [longobardo Rotpulo (Pistoia, 767), Roppuli (Lucca, 761 e 767)] (P. Massia). Si può anche accostare al piemontese ròpol, variante di ròcol ‘roccolo, luogo elevato, ove si tendono reti agli uccelli’.
A. Rossebastiano (1990); N. Francovich Onesti (1999): 203; G. Dal Pozzo (1980), s. v. ròcol.

Soana
io.
TO
Torrente.
•• G. D. Serra pensava a un’evoluzione *Sequana > *Soa(v)ana > Soana [forse piuttosto attraverso una forma intermedia *So(v)ana]. Quindi, rileva G. B. Pellegrini, «l’idronimo, tranne l’accento, sarebbe omofono del fiume Sequana (Cesare [De bello Gallico, I, 1]) la ‘Seine’». Tuttavia, oltre al Sēquăna accentato sulla prima sillaba, è attestata anche una forma Sēkoána (Σηκοάνα, in Strabone, IV, 1, 14 e Tolomeo, II, 8, 2).
Sequana è ritenuto, dal Serra e da altri, di origine precelt. Ma tale idronimo (che al tempo stesso è il nome della dea venerata alle sorgenti della Senna), assieme all’etn. Sequani (‘della Senna’) e ai NNP Sequanus, Sequana (tutti riportati ma non interpretati da X. Delamarre), può esser considerato celtico, però di un’area dialettale conservativa in cui il fonema labiovelare non è passato a p, diversamente da quanto avvenuto invece in gran parte del gallico, nel lepontico e nel brittonico. Secondo un’ipotesi di John Rhys, quella dei Sequani infatti era «una zona dialettale arcaizzante ove l’innovazione > p non s’è prodotta».
Per quanto riguarda l’etimologia, sono state proposte alcune differenti derivazioni (la prima in J. Pokorny, J. Degavre, le altre due in A. Falileyev): dalla radice ie. *seikʷ- ‘colare, versare goccia a goccia, filtrare’ [cfr. l’idron. irlandese Sechair (nella Táin Bó Cúalnge)]; dalla radice ie. *sekH- ‘tagliare’ > tema *secu- ‘tagliato; tagliante’, da cui Sequana ‘fiume che taglia (via)’ [radice *sē̆k- in J. Pokorny; cfr. l’a. irl. sech- ‘tagliare’]; dalla base ie. *sekʷ- ‘dire’, da cui Sequana ‘il fiume che parla’ [cfr. l’a. irl. sech- ‘dichiarare’]. Inoltre J. Lacroix pensa, come altri, a una formazione *sec-o-ana/*sec-u-ana, da un «radicale *sec-/*sic- applicato originariamente ad acque nascenti» (per cui «potrebbe darsi che la grafia -qu- corrisponda a un’influenza latina»), e ritiene, con B. Sergent, che l’etn. Sequani indicasse «gli adoratori della dea Sequana» e non solo gli “abitanti delle rive della Senna”.
Delamarre, che valuta «tutte improbabili» le diverse spiegazioni etimologiche, ritiene non assodata la conservazione della labiovelare ie. , poiché risulterebbe possibile una diversa segmentazione, come *sēco-u̯anā o simile.
G. B. Pellegrini (1987): 114; G. B. Pellegrini (1990b): 126-7; P.-Y. Lambert (1994): 19, 111; J. Degavre (1998): 375; J. Pokorny (2005): 893-4, 895-6, 897-8; A. Falileyev (2007), s. v. Sequana; J. Vendryes (1959-), s. vv. sech (2), sech- (3); J. Lacroix (2007): 49-50, 53-4, 78, 219; X. Delamarre (2012): 232.

Suno
po.
NO
Xunum (1013), Xuno (1165), Suno (1207), Xune (1267).
• Per D. Olivieri deriverebbe dal NP germanico, forse franco, Sunna o Sunno.
Da non esludersi un antroponimo d’origine celt.: cfr. Sunnus, Sunua, Sunucus, Sunni-vira, Sunnu-vesa, e altri, da sunu-, suno- < sōno- < souno- ‘sonno, sogno’. Suno potrebbe quindi continuare una forma a. *Sun(n)on ‘proprietà di *Sun(n)os’.
A. Rossebastiano (1990); X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 279.

Susa
po.
TO
Segusio (nom.; Plinio, N. H., III, 123), Σεγούσιον (Segoúsion) (Tolomeo, III, 1, 36), Segusione (Ammiano Marcellino, XV, 10, 3); etn.: Σεγοσιανῶν (Segosianō̂n) (Strabone, IV, 1, 11), Σεγουσιανοί (Segousianoí) (Tolomeo, 1, 40), Segusinorum (iscrizione; nom. Segusīni); Segusione (Itinerarium Antonini, 341, 3 e 357, 1; Tabula Peutingeriana, III, 4); civitate Segusia (739), Secusia (888), Susa (961), Secuxia (1093), Segusia (1215).
•• Secondo G. B. Pellegrini, deriva dal gall. *Segusia ‘la forte’, ‘la potente’, dal tema gall. sego- ‘vittoria, forza’. Cfr. l’a. irl. seg ‘forza’, gli etn. Segusiavi, Segovii, e, tra gli altri, il toponimo Segouia ‘Segovia’ (Spagna).
X. Delamarre propone un «toponimo teonimico in -on-» *Segusiū, formato appunto su un teonimo *Segusi(o)s, e quindi col valore di ‘proprietà di *Segusios’.
A. Rossebastiano (1990); G. B. Pellegrini (1987): 103; G. B. Pellegrini (1990b): 113; A. Falileyev (2000), s. v. Segusio; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 268-9; X. Delamarre (2012): 234.

Talamone, Lago e Alpe
lo.
VC
•• È stato associato da X. Delamarre, assieme al toponimo francese Talmont (Talmont-Saint-Hilaire, Vandea) < Talmun, alla voce gall. talu-, talamon-, da una radice ie. *telh2-, *telu- ‘superficie piana’; cfr. l’a. irl. talam ‘terra’ (< *talamon-). Attualmente Delamarre non esclude che Talmont (Talamun nell’XI sec.) possa essere «la latinizzazione parziale *Tāla-mont- di un *Tāla-brigā ‘forte di sostegno’ che si ritrova in Lusitania» (sostituzione del celt. -brigā con l’elemento lat. -mont-).
X. Delamarre (2008): 287-8; A. Dauzat (1978): 668; X. Delamarre (2012): 245.

Tànaro
io.
Piemonte
Tanarum (Plinio, N. H., III, 118), Tanarus (808), Tannarus (922), Tanerus (967), Tanagrum, Thaner (X-XI sec.), Tanager (1213).
•• Per A. Costanzo Garancini deriverebbe da una radice prelat. idronimica *tan-, «diffusissima» (cfr. il Tanagro, fiume della Campania).
A. Holder propone per l’idron. e il teonimo britannico Tanarus (un epiteto di Giove: IOM Tanaro), in iscrizione da Chester, una forma originaria *tn̥nros, dall’ie. *ten- ‘risuonare’ e ‘tuonare’, da cui, secondo G. Petracco Sicardi, un significato ‘risonante’ appropriato per il nome del fiume (A. Rossebastiano). Analogamente X. Delamarre attribuisce all’idron. originario *Tanaros, il valore di ‘le grondant’ (gronder = ‘brontolare, tuonare, rumoreggiare’).
Per A. Falileyev Tanarus, «se celtico», potrebbe esser associato al toponimo Tannetum [Tannetus, attuale Taneto (Gattatico, RE)], il cui etimo però risulta incerto (secondo Delamarre deriverebbe dal gall. tanno- ‘leccio’, col significato di ‘luogo dei lecci’).
Si può però avvicinare al teonimo gall. Taranus (Orgon, Narbonensis), variante Taranis, da una base taranu- ‘temporale, tuono’, ‘dio del temporale’ (cfr. l’a. irl. torann ‘temporale’). Taranus è stato anche accostato al teonimo germanico *Þunaraz, a. alto tedesco Donar [< ie. *(s)ten- ‘tuonare, brontolare’], s’è perciò suggerita un’evoluzione *Tonarus > *Toranus > Taranus, con una metatesi *tonar- > *toran- che non si sarebbe ancora realizzata nel teonimo e nell’idronimo Tanarus. F. Bader invece riconduce il teonimo Taranus alla radice ie. *terh2- ‘attraversare’, un significato riferibile a «la folgore ‘che attraversa’ il cielo [e] dà il suo nome al dio della tempesta» (Delamarre).
A. Rossebastiano (1990); A. Costanzo Garancini (1975): 98; A. Holder (1961-1962); G. Petracco Sicardi, R. Caprini (1981): 74; A. Falileyev (2007), s. v. Tanarus fl.; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 289; X. Delamarre (2012): 247.

Terdobbiate
po.
NO
Tardoblate (881), Terdublate (982), Terdoblate (911, 1022).
• Derivato da Tardubius, Tardublus, nome d’epoca medievale del torrente Terdóppio, con l’aggiunta del suff. lombardo-piemontese -ate, che unito a un idronimo ha dato origine a poleonimi quali Agognate, Beverate, Brembate.
A. Rossebastiano (1990); G. Rohlfs (1990): 67.

Terdóppio
io.
NO, PV
Tardubius, Deturbius (978), Tardublus (990, 1001, 1129).
•• Secondo G. D. Serra, Terdoppio rifletterebbe un gentilizio lat. Tardubius [a quanto risulta, un *Tardubius].
Si tratta, invece, di un un a. *Tardubios, «probabilmente celtico» a parere di X. Delamarre, forse di un composto costituito dal tema gall. taro- ‘che attraversa’ [vd. l’io. Taro, PR], e da un *-dubios derivato dell’aggettivo dubus, dubis ‘nero’ (cfr. i NNP Dubius, Dubia).
A. Costanzo Garancini (1975): 41; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 290, 438, 152; X. Delamarre (2012): 143, 247.

Torino
po.
Augusta Taurinorum, Taurinos (Plinio, N. H., III, 123 e 132), Αὐγούστα Ταυρικῶν (Augoústa Taurikō̂n) (Tolomeo, III, 1, 31), Taurinis (Itinerarium Antonini, 341, 1; 356,12), civitas Taurinis (Itin. Hierosolymitanum, 556, 9), Augusta Taurinorum (Tabula Peutingeriana, III, 5), Iulia Augusta Taurinorum (iscriz.); Taurinis (845, 880), Taurinum (950, 999, 1037), Turrin (961), Torino (1043), Torim (1071).
• Come indicato da A. Rossebastiano, deriva dal lat. medievale Taurinum (dal 950), acc. tratto da una forma Taurinus «percepita come nominativo singolare», prodottasi – per chiusura della o – dall’acc. pl. Taurinos, «forma accorciata» del poleon. Julia Augusta Taurinorum, nome assegnato «in onore di Ottaviano» alla colonia romana di Julia Taurinorum (‘Giulia dei Taurini’).
L’etnico dei Taurini, definiti Semigalli da Tito Livio (XXI, 38, 5) e liguri da Plinio e Strabone, potrebbe derivare, con un suff. -īno- («non ignoto nell’area ligure» – precisa G. Petracco Sicardi), da una voce forse non ie. *tauro- ‘monte’; G. B. Pellegrini attribuisce tale base «allo strato anario del ligure» e a Taurini il valore di ‘montanari’.
P. De Bernardo Stempel interpreta invece l’etnico come ‘coloro che sono come tori’, poiché lo riconduce alla voce celt. tauro-, forma più antica del «lessema tarvos ‘toro’» originatosi da quella per metatesi (*tauro- > *taruo-). Anche X. Delamarre risale a tauro-, forma che potrebbe dipendere da «influsso latino o conservazione della parola originale» (cioè l’ie. *tauro-).
A. Rossebastiano (1990); G. B. Pellegrini (1987): 74; G. Petracco Sicardi (1981): 88; X. Delamarre (2008): 290; A. Falileyev (2007), s. vv. Augusta Taurinorum, Taurini.

Tortona
po.
AL
Δερτῶνα πόλιν (Dertôna pólin) (Artemidoro di Efeso, fr. 4), Dertona (Varrone, de serm. lat., fr. 102), Δέρθων, Δέρθωνος (Dérthōn, Dérthōnos) (Strabone, V, 1, 11), Dertona colonia (Plinio, N. H., III, 49); Dertona (Itinerarium Antonini, 288, 6 e 294, 6; Tabula Peutingeriana, III, 5); Julia Augusta Dertona (CIL V, 7376), domo Derthona (AE 1993-531); Derthona (883), Dertona (978, 1193, 1203); Tertona (999, 1066), Terdona (1004, 1150), Tartona (1223), Tortona (1243), Tardona (1365); etn. Derthonensis (1205).
•• G. Petracco Sicardi ipotizza una derivazione «da un tema prerom. *dert-ōn-, latinizzato sul modello di Cremōna, Verōna» («rimane inspiegata» però l’oscillazione -t-/-th- delle attestazioni antiche). Dertōna si può confrontare solo con il poleon. iberico Dertōna, attuale Tortosa, ove compare lo stesso esito dert- > tort-. Non risulta infatti alcun «riscontro etimologico indoeuropeo».
Per X. Delamarre il Dertonā originario significava ‘possedimenti di Dertū’ o ‘installazioni di un *Dertō’, NP da una base *dert- che «potrebbe essere celtica»: cfr. il toponimo a. Dertosa (Tarragonese) e l’antroponimo Amadertō(nius) (Stabia, X-8042,126).
A. Rossebastiano (1990); G. Petracco Sicardi, R. Caprini (1981): 48; X. Delamarre (2012): 135.


Trivero
po.
BI
Triverius (dal 998), Trevere (999), Tribelius (apax; 1328).
•• Per D. Olivieri dal gentilizio romano Treverius, riconducibile al nome della tribù gallica dei Treveri. Secondo Sella (1935) risalirebbe invece al celt. treba, «misura agraria di circa due ettari».
L’etn. Trēueri (da cui il poleon. tedesco Trier, francese Trèves) e il NP Treuerus hanno un etimo treuero- ‘traghettatore’, da trē-uer-o-, costituito di trē- < *trei- ‘attraverso’ + *uer- ‘acqua, fiume’ (come la forma *uar-, da *u̯r̥-; vd. l’idron. Vara, SP).
Un celt. *treba (da cui dipendono i NNP Treba, Trebius, Trebia e l’a. irl. treb ‘abitazione’) significa semmai ‘abitazione, luogo abitato’; vd. l’idron. Trebbia (GE, PC, PV).
Trivero potrebbe continuare un a. *Treuerion ‘proprietà di *Treverios’.
A. Rossebastiano (1990); X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 300; P.-Y. Lambert (1994): 36; X. Delamarre (2012): 354.

Trivero
po.
Pettinengo, BI
• → Trivero (BI).
A. Rossebastiano (1990), s. v. Trivero.

Ugliacco, Uliacco
po.
Villareggia, TO
Dial. ujè.
homines Uliaci et Villaeregie (1399).
• Secondo X. Delamarre deriverebbe da un *Olliacon. Si tratta presumibilmente di un prediale in *-ācon > lat. -ācum, formato sul NP Ollius, *Ollios < *Ollos, Ollus, dal tema gall. ollo- ‘grande’ (‘tutto’); cfr. l’a. irl. oll ‘grande’, il cimr., corn., br. oll ‘tutto’, e tra i toponimi, per esempio, il francese Oudun (Yonne), Uldunum (875), forse da *Ollono-dunum ‘grande fortezza’.
A. Rossebastiano (1990), s. v. Villareggia; X. Delamarre (2008): 240.

Usseaux
po.
TO
Uxellus (1064, 1078), de Uxelis (1091), Uxellis (1098).
•• Da G. B. Pellegrini vien ricondotto al gall. ūxellos ‘alto, sublime’, da cui il significato de ‘gli Alti’, ‘gli abitanti della valle alta’ [o ‘gli abitanti nell’alto della valle’ (A. Rossebastiano)]. Oppure di ‘(luogo abitato posto) in alto’, nel caso le forme medievali più antiche fossero la continuazione di un originario singolare.
Dal gall. uxello-, ouxello- ‘alto, elevato’, celt. comune *ouxselo- (cimr. uchel, a. irl. uasal ‘alto’), derivano NNP quali Uxellus, Uxsellus, Uxela e toponimi a. come *Uxellodunum > Issoudun (Creuse, Indre) e Exoudun (Deux-Sèvres), Uxellus > Ussel (Corèze, Allier, Lot) e Osselle (Doubs), Ussellum > Usseau (Deux-Sèvres), Uxelum e Uxela (Gran Bretagna), Usseglio e anche Issìglio.
X. Delamarre propone per Usseaux e Usseglio un “prototipo” *Uχsellon ‘l’altura, la collina’ o ‘proprietà di *Uχsellos’, antroponimo o teonimo: cfr. Uxello, deo Uxello in iscrizioni da Hyères e, forse, Parigi.
A. Rossebastiano (1990); M. G. Tibiletti Bruno (1978): 187; G. B. Pellegrini (1987): 113; G. B. Pellegrini (1990b): 126; J. Lacroix (2003): 122-3, 130-1; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 329, 154; A. Dauzat (1978): 512, 690; X. Delamarre (2012): 280-1.

Usseglio
po.
TO
Uxellis (1188), Uxeillo e Useillo (1224), Uxello (1269).
•• Da una forma *Uχsellon ‘l’altura, la collina’ o ‘proprietà di *Uχsellos’. → Usseaux.
A. Rossebastiano (1990); M. G. Tibiletti Bruno (1978): 187; G. B. Pellegrini (1987): 113-4; G. B. Pellegrini (1990b): 126; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 329, 154; X. Delamarre (2012): 280-1.

Vagna
po.
Domodossola, VB
•• Secondo P. de Bernardo Stempel e X. Delamarre, va connesso con l’a. irl fán ‘pendio’, il cimr. gwawn ‘bassura, palude’, il br. geun, yeun ‘palude, torbiera’, tutti da *u̯āgnā. Potrebbe dunque riflettere una voce gall. «uagna, ‘pendio, depressione, bassura’?» (*u̯āgnā), segnalata qualche anno fa da X. Delamarre, o un “prototipo” *Uagnā ‘le paludi’, indicato recententemente dallo stesso Autore. Cfr. anche i toponimi *Οὐαγνια (Ouagnia) < *Uagniā ‘la depressione, le paludi’ (in Tolomeo; forma ristabilita sulla base delle varianti attestate Οὐαυνία, Οὐαυννία, Αὐαγνία), e Vagniacis (Springhead, Kent), in Itinerarium Antonini, 472, 2.
X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 304-5; X. Delamarre (2012): 257; A. Falileyev (2007), s. v. uāgno-; A. Holder (1961-1962), s. v. Vagniacae; "http://books.google.it/books?id=YBrqtfWkMsIC&pg=PA192&dq#v=onepage&q&f=false".

Valgrana
po.
CN
Valle Gramna (abl.; 1159), Valgranna (1251), Vallegrana (1309).
• Composto di valle + l’idron. Grana.
A. Rossebastiano (1990).

Vàprio d’Agogna
po.
NO
Dial. vàvru.
• Secondo A. Rossebastiano, la forma dial. vàvru (cui corrisponde l'italiano Vaprio) non pare presupporre un lat. *vadulum, bensì un gall. *wabero- ‘ruscello’ (FEW XVI, 92) [gall. vo-bero- > va-bero-]. Vd. Vàprio d’Adda (MI), Casaletto Vàprio (CR) e, per la specificazione, l’io. Agogna.
A. Rossebastiano (1990); X. Delamarre (2008): 324.

Vegni
po.
Carrega Ligure, AL
Vegni, Vegna (1204), Herizone de Vegno (1281) [vd. "http://it.wikipedia.org/wiki/Vegni"].
• Può forse confrontarsi con Vagna, dal gall. «uagna, ‘pendio, depressione, bassura’?» (P. de Bernardo Stempel, X. Delamarre).
X. Delamarre (2008): 304-5.

Vegno
po.
Crodo, VB; Crandola Valsassina, LC
• Cfr. Vegni e Vagna, dal gall. «uagna, ‘pendio, depressione, bassura’?» (P. de Bernardo Stempel, X. Delamarre).
X. Delamarre (2008): 304-5.

Venaus
po.
TO
in Venavis in valle Segusina (739), Venalicius (1060), Venalius (1163), Venauz (1233).
• Per A. Rossebastiano, continuerebbe una forma *Ven(n)avis, dall’etn. *Ven(n)avii «richiamato palesemente» dal Venavis dell’attestazione del 739. Le forme del 1060 e 1163 paiono risalire piuttosto a *Vennales, un aggettivo confrontabile con il personale ligure Venna, Vennu (G. D. Serra), «affine al nome etnico dei Veneni» della Val di Stura (D. Olivieri) e dei Vennones della Raetia.
Tutti questi etnici, se di origine celtica, potrebbero dipendere dalla base *u̯en(i)- (ueni- > uini-) ‘il clan, la famiglia, gli imparentati’ (forse da una radice ie. *uen- ‘desiderare, amare, volere’). Cfr. l’a. irl. fine, l’a. br. guen ‘razza, famiglia’, NNP quali Uenialius, Uenenia, Uenna, Uennonia, Uenu, gli etn. a. Vennonetes, Venostes (→ Venosta, Val, BZ).
A. Rossebastiano (1990), s. vv. Venaus, Venasca; G. Petracco Sicardi, R. Caprini (1981): 80 (Veneni); X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 312.

Ventuno
po.
Ivrea, TO
«Nome di una regione a sinistra della Dora».
Viginti Uno (1120, 1220, 1264, 1290; tradizione dotta), Vinteuno (1199, 1202), Hospitalis de Viginti Uno (1264) [vd. "http://books.google.it/books?id=ieASAAAAIAAJ&q=Vinteuno+Viginti+Uno&dq"], Ventuno (1771).
• Secondo G. D. Serra da un gall. *Vindoduno, ‘la bianca fortezza’.
Si può ipotizzare un composto gallo-lat. *Vindo-dūnum. Vd. Linduno e Verduno.
M. G. Tibiletti Bruno (1978): 187; G. B. Pellegrini (1987): 115; G. B. Pellegrini (1990b): 127-8; X. Delamarre (2008): 319-20.

Verbano
lo.
«Nome antico (Verbanus lacus) del lago Maggiore».
Οὐερβανός (Ouerbanós) (Polibio, XXXIV, 10; Strabone, IV, 6, 12), in Verbanno, Ticinum Verbannus (Plinio, N. H., II, 224 e III, 131).
•• Continuazione del lat. Verbanus (lacus), secondo C. Marcato «formazione non latina che richiama però il nome romano Virbius (v. Olivieri 1961a, 568)».
Per A. Falileyev è invece un nome d’origine celt.: un composto formato dagli elementi gallici uer- (< *uper- ‘sopra’) e *bannā, *bennā ‘punta > sommità’.
X. Delamarre ritiene però più probabile una formazione Verb-āno- piuttosto che Ver-banno-.
C. Marcato (1990), s. vv. Maggiore, Lago, Verbano; X. Delamarre (2008): 313, 66; A. Falileyev (2007), s. v. Verbanus L; X. Delamarre (2012): 264.

Vercelli
po.
Vercellis (Cicerone, Ad. Fam., XI, 19), Οὐερκέλλοι (Ouerkélloi) (Strabone, V, 1, 12), Vercellae (Plinio, N. H., III, 124; Tacito, Hist., I, 70), Vercellas (Itinerarium Antonini, 282, 8), Vergellis (Tabula Peutingeriana, III, 5), Vercellis (Cosmografia ravennate, IV, 30).
•• Riprende il nome lat. Vercellae, su cui sono state formulate varie proposte etimologiche.
Come riferisce A. Rossebastiano, L. Bruzza interpretava Vercellae come ‘luogo maggiore’, scomponendolo nel suff. ver ‘maggiore’ e una voce cella ‘luogo’ (mentre Bu-gella > Biella risulterebbe il ‘luogo minore’). Assegnando poi a ver il significato di ‘sopra’ e al secondo elemento del composto «quello proprio di -kelo-», dall’ie. *kʷel- ‘abitare’, A. Rossebastiano suggerisce per quel toponimo il valore di «‘abitanti di sopra’, in senso politico-militare»; vd. Biella.
P. Massia, al contrario, riconduceva Vercellae a una formazione in -ellus *Vercellus, *Vercella, da un gentilizio lat. Vercius derivato da NNP «trasmessi da lapidi di area gallica»: Verce, Vercus, Vergo. Secondo A. Rossebastiano per la terminazione del toponimo parrebbe «più appropriato pensare all’influsso del suffisso di origine ligure -el», anche considerato che «la celtica Vercellae [...] sorse su di un probabile primitivo insediamento dei Liguri Salluvii».
In realtà sono documentati i personali d’origine celt. Vercella, Vercello, Vercellius, Vercillus, Vercilla, Vercus, Vercius, Verca, di cui almeno gli ultimi tre sono rapportabili al tema gall. verco-, dalla radice ie. *u̯erg- ‘fare’.
X. Delamarre invece, ritiene Vercellae riflesso di un “prototipo” *Uercellā(s) ‘possedimenti di *Vercellos, -ā’, NP formato dal suff. gall. ver- [< *u(p)er- ‘super-’] e dalla voce -cello- «‘martello’ (o ‘percotitore’)». Può esser confrontato con il toponimo francese Vercel (Doubs), Vercellis (1148), l’antroponimo Vercellius («‘Grande Colpitore’?»), il teonimo Su-cellos (e Su-caelus) interpretabile come ‘il buon percotitore’ (oppure ‘Colui alla cui attenzione nulla sfugge’, stando a un’ipotesi di derivazione da *su-kʷes-lo-). Su-caelus potrebbe «essere una variante ortografica per Su-cel(l)us», oppure rappresentare una forma *su-cailos ‘buon presagio’, dal gall. cailo-, caelo- ‘presagio’ (cfr l’a. br. coel ‘presagio’).
Secondo P. de Bernardo Stempel poi, Vercellae varrebbe ‘la foresta settentrionale’, «con il celt. *kallī (a. irl. caill [‘bosco, foresta’]), “attratto” successivamente dai frequenti nomi di città in -(k)ellon» [però la voce gall. significante ‘a nord’ (oltre che ‘a sinistra’) risulta essere, nei composti, teuto-, touto- (> tuto-)]. Infine, G. R. Isaac accosta la seconda componente del toponimo alla voce a. irl. cellach ‘guerra, combattimento’ (la quale, a parere di J. Vendryes, dipende da una radice ie. *kel- ‘colpire, tagliare distruggere’, individuabile anche nel teonimo Sucellus).
A. Rossebastiano (1990); X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 113, 313; A. Falileyev (2007), s. v. Vercellae; J. Vendryes (1959-), s. vv. caill, cellach; J. Pokorny (2005): 545-7; X. Delamarre (2012): 264.

Verduno
po.
CN
Verdunum (1026), Virduno (1147-84).
•• Per G. B. Pellegrini, si tratta di una formazione gallica con le voci *viro-, *vero- ‘saldo, vigoroso’ e dunum ‘fortezza’ [dūnum, vd. Linduno], con il significato di ‘fortezza salda’.
È preferibile però, con X. Delamarre, vedere nella prima parte il prefisso gall. *uiro-, *uero-, da *u(p)er(o)- ‘super-’ [ie. * uper(o)-], e assegnare al composto originario *Uer-dūnon, *Uero-dūnon il valore di ‘super-fortezza’. A. Falileyev e M. G. Tibiletti Bruno propongono invece come prima componente il tema uiro- ‘uomo’ (< u̯ĭro-, dall’ie. *uih1-ró-), mentre altri il tema *u̯īro- < u̯ēro- ‘vero’. Cfr. i numerosi toponimi francesi Verdun (Meuse, Ariège, Aude ecc.), da Uiro-dunum, Uero-dunum.
A. Rossebastiano (1990); M. G. Tibiletti Bruno (1978): 187; G. B. Pellegrini (1987): 114-5; G. B. Pellegrini (1990b): 10, 127; A. Falileyev (2007), s. v. Viriodunum; X. Delamarre (2008): 313, 154-5, 320-1; X. Delamarre (2012): 265.

Vernone
po.
Marentino, TO
•• Secondo N. Lamboglia dipende dal gall. uerna ‘ontano’.
Cfr. i NNP Verno e Vernonius: è forse possibile un «toponimo personale» *Vernonon ‘proprietà di *Verno(nos)’.
M. G. Tibiletti Bruno (1978): 207; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 314-5.

Verrone
po.
BI
Veronus (dal 1263), Veironus (1248; «variante più fortemente dialettale»).
• Per D. Olivieri deriverebbe dal lat. vetus, veteris ‘vecchio’ (in effetti, «l’insediamento sembra essere antico»). Secondo A. Rossebastiano potrebbe però anche ricondursi al celt. *uer- [< *uper- ‘sopra’] (G. Petracco Sicardi), da cui il valore di ‘luogo posto sopra’ (sorge su un altopiano), oppure alla base gall. *viro-, *vero- ‘saldo, vigoroso’ (G. B. Pellegrini).
Dipenderà più probabilmente da uero- > uiro- ‘super-’ piuttosto che da uiro- ‘uomo’ o *uīro- ‘vero, giusto’. Cfr. i NNP Ronius, Rono, Su-ronus, Ver-ronius (da *ver- + ronio- < *rono- ‘?’) e Verona, Veronius [da uer(o)-].
A. Rossebastiano (1990); G. Petracco Sicardi, R. Caprini (1981): 80; G. B. Pellegrini (1987): 115; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 313, 320-1.

Veruno
po.
NO
•• Secondo D. Olivieri e G. B. Pellegrini, può essere associato a Inveruno (MI), dal composto gallo-lat. Eburo-dūnum ‘fortezza del tasso (pianta)’, dal gall. eburos ‘tasso’ (G. B. Pellegrini) [stando a X. Delamarre, un a. *Eburo-dūnon ‘forte dei tassi’, o ‘del Tasso’ o anche ‘di *Eburos’], oppure da un *eburunum, costituito da *eburos ‘tasso’ + un suff. -unum [forse da un gall. *-uno-, suff. diminutivo per J. Degavre] e con -n- epentetica, «come in Invreia, per Ivrea» (C. Marcato).
A. Rossebastiano (1990); C. Marcato (1990), s. v. Inveruno; G. B. Pellegrini (1987): 115; G. B. Pellegrini (1990b): 127; J. Degavre (1998): 456; J. Lacroix (2003): 78, 103; J. Lacroix (2007): 28-32; X. Delamarre (2008): 159; X. Delamarre (2012): 148.

Vévera
io.
NO
•• Secondo A. Costanzo Garancini, Vevera va ricondotto al celt. bedum [gall. *bedo- ‘fossa, canale’] attraverso il lat. medievale bedale.
Da non escludere una derivazione dall’italiano arcaico bévero < lat. tardo beber, acc. bebrum < gall. bebros, bebrus ‘castoro’.
X. Delamarre pensa che Vévera rifletta il tipo *Bebrā ‘fiume dei castori’. Cfr. l’io. Bévera (Ventimiglia, IM), ma anche gli idronimi francesi Vèbre (Hérault, Drôme, Ariège) da un “prototipo” *Vebruā > *Vebrā ‘il fiume ambrato’.
A. Costanzo Garancini (1975): 51-2; G. B. Pellegrini (1992): 113, 358, 364; X. Delamarre (2008): 69-70; X. Delamarre (2012): 73, 260.

Viverone
po.
BI
Dial. vivrón.
Vevrono (1127), Viverono (1145), Vevrone (1221), Veverono (1349), Viverone, Viveron.
• Prediale asufissato da un NP lat. Veprio -onis o Vibrio -onis (P. Massia, D. Olivieri).
È possibile rifletta un personale d’origine celt. Vebro, da *Ue-bron- < ue-, uo- ‘sotto’ + bron- ‘seno, petto’ (cfr. Broni, PV), o anche un NP connesso con il gall. vebru- ‘ambra’. Potrebbe inoltre risalire all’italiano arcaico bévero, bìvero, dal lat. tardo beber (acc. bebrum, var. *bibro-), prestito dal gall. bebros, bebrus ‘castoro’. Cfr. gli idronimi Bévera (Ventimiglia, IM) e Vévera.
A. Rossebastiano (1990); G. B. Pellegrini (1992): 113, 358, 364; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 308, 323-4, 91-2, 69-70.

Vogogna
po.
VB
Vegonia (970), Vegogna (1102).
•• Si può ricondurre, secondo P. Massia, al NP femminile *Veconia, da un *Veco, *Veconis di origine celt., da cui deriverebbe il Veconianus riportato da W. Schulze (D. Olivieri); oppure a un Veconius, Viconius ipotizzato da G. Flechia alla base di Viconago (Cadegliano-Viconago, VA).
In effetti *Veconius, *Viconius non risultano attestati, a differenza di Vecconius, Veconus, da ue- < uo- ‘sotto, sub-’ + -conus < coni-, cone- ‘cane’, ‘lupo’. Un *Viconius si può supporre sulla base del NP composto Ollo-uiconis, da ollo- ‘grande’ + uicon- (uic-, uico-) ‘vincitore’.
Vegonia può dipendere da una forma *Uec(c)oniā ‘possedimenti di *Vec(c)onios’.
A. Rossebastiano (1990); X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 323-4, 131-2, 240, 317; X. Delamarre (2012): 260.

lunedì 20 settembre 2010

Toponimi della Valle d’Aosta di origine celtica sicura o ipotetica



Toponimi della Valtournenche sono raccolti nel post "Toponimi della Valtournenche di possibile origine celtica".


Arebrigium
po.
Stazione stradale romana d’incerta identificazione, attestata nella Tabula Peutingeriana e nell’Itinerarium Antonini «a 25 miglia da Augusta Praetoria (Aosta) sulla via del Piccolo San Bernardo». A. Falileyev la localizza presso Pré-St-Didier (AO) e X. Delamarre nel sito di Morgex; stando alla Tab. Med. [Tabula Imperii Romani, Foglio L 32 Milano (Mediolanum), Roma 1966] pare corrispondere ad Arvier (AO).
Arebrigium (Ta­bula Peutingeriana, III, 4; Itinerarium Antonini, 345, 4), Arebribium (Cosmografia ravennate, IV, 30).
•• Formato dal prefisso gall. are- ‘presso’, ‘davanti’ = ‘di fronte all’est’, e la base brig- ‘altura, colle’. Corrisponde ad Are-dunum nel significato di ‘Forte dell’Est’, e si confronta perciò con il toponimo Desso-briga ‘Forte del Sud’ (identificabile con la località spagnola di Las Cuestas, Osorno), composto con l’aggettivo *deχso- ‘a destra, a sud, favorevole’.
G. B. Pellegrini (1987): 105; G. B. Pellegrini (1990b): 115; A. Falileyev (2007), s. vv. Arebrigium, Dessobriga; X. Delamarre (2008): 52, 86-7, 142; X. Delamarre (2012): 57.

Avise
po.
AO
in avisol (1199), terra de aujso (1214).
•• Le forme attestate avisol e aujso paiono riflettere un NP lat. Avitius (W. Schulze), mentre il toponimo Avise deriverebbe dalla forma Avitia (P. Aebischer). Avītus secondo L. Revelli deriva da avus ‘nonno’.
Avitus e Avita (assieme ad Avitianus) da X. Delamarre son ritenuti NNP d’origine celt., da un tema *avito-. Si può ipotizzare un «toponimo personale» *Avition ‘proprietà di *Avitios’ oppure un *Avis(i)on ‘proprietà di *Avis(i)os’ (cfr. il NP Avisa).
C. Marcato (1990); A. Rossebastiano, E. Papa (2005): 180; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 61; X. Delamarre (2012): 67.

Brussòn
po.
AO
en Brusson, en pede de Bruson (1499).
•• Da confrontarsi con il piemontese brusséi ‘cespuglio’, brussón ‘mirtillo’, dal prelat. *bruscia ‘cespuglio’ (REW 1340a) + il suff. (forse collettivo) -ón.
Per G. B. Pellegrini bruscia ‘Gestrüpp’ [‘sterpaglia’] sarebbe voce gallica.
Bruscia, accanto ad altre forme quali brucia, brusca, broscia, è usato nel latino medievale col significato di ‘boscaglia, cespuglio’; si suppone risalga, tramite un lat. popolare *bruscia ‘insieme di escrescenze, di polloni’, a un termine gall. *bruscia ‘escrescenza, cespugli’ (per J. Pokorny dall’ie. bhreus- ‘rompere, spezzare, sbriciolare’).
*Bruscia viene connesso da alcuni linguisti col lat. bruscum ‘escrescenza dell’acero’ (menzionato da Plinio in N. H., XVI, 27), e forse termine d’origine celt. (cfr. i personali Bruscus e Bruscius registrati da X. Delamarre, che però, come pure P.-Y. Lambert, non riporta né bruscum né *bruscia). Bruscum, presumibilmente, è all’origine dell’italiano brusco ‘foruncolo’, dell’a. francese bruis, broiz ‘nocchio di acero’, del francese brosse ‘spazzola’ (per quest’ultimo vi è incertezza, cfr. P. Guiraud). Oltre a ciò, è attestato nel latino tardo un fitonimo brūscus ‘pungitopo’ (< lat. classico rūscus), dal quale forse derivano l’italiano brusca ‘spazzola dura’ e brusco ‘aspro’.
Il Brusson valdostano pare avere un omonimo nel francese Brusson (Marne), che secondo A. Dauzat, Ch. Rostaing deriverebbe dal NP gall. Bruccius [*Brū-co-, da cfr. con l’a. irl. -brú, brá ‘sopracciglio’?] + il suff. -onem. Forse si tratta di un originario *Brucciōnon ‘proprietà di *Brucciō, *Brucciū’.
Mario Aldrovandi ritiene derivi invece da un lat. bruxeum col significato di ‘miniera d’oro’ [?].
C. Marcato (1990); G. B. Pellegrini (1983): 62-3; G. B. Pellegrini (1987): 188; G. B. Pellegrini (1991): 75; G. B. Pellegrini (1992): 58; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008); J. F. Niermayer (1993); J. Pokorny (2005): 171; P.-Y. Lambert (1994); J. Degavre (1998); M. Cortelazzo, P. Zolli (1979-1988); A. Ernout, A. Meillet (1985); A. Rey (1992), s. v. brosse; P. Guiraud (1994); A. Dauzat (1978)): 114;
"www.varasc.it/brusson.htm".

Buthier
io.
AO
Torrente affl. della Dora Baltea.
Bautegius e Bautegia (1024), Bautegium (1176-94), probabili «grafie arbitrarie» secondo P. Aebischer.
• P. Aebischer ipotizza dipenda da «un personale celto-latino» *Bauteius. La forma Buthier pare dovuta a un’evoluzione au > o > u e ad una errata interpretazione della pronuncia dial. Butiè: questa infatti sarebbe stata accostata ai nomi «uscenti in , derivati dal suffisso latino -arius, resi per lo più con -ier nelle fonti scritte».
Da *Bauteius – o piuttosto *bauteius, come scrive G. B. Pellegrini – deriverebbe Bautica, nome a. della Dora Baltea (Duria Bautica, in Cosmografia ravennate, IV, 36, 288), che Aebischer riconduce a un tema celt. *baut-, *bautio- ‘recinto o reticolato di spini’. Ma tale etimo non sembra aver alcun riscontro lessicale nelle lingue celtiche.
Si può invece accostare Bautica ai NNP d’origine celt. Boutus, Boutius e Boutia, ritenendo -au- «grafia latina» usata per trascrivere il dittongo gall. -ou-.
Per J. Pokorny però, Bautica risalirebbe a una forma *Baltica confrontabile con un illirico *balta- ‘palude’, dalla radice ie. *bhel- ‘splendente, bianco’.
C. Marcato (1990); A. Costanzo Garancini (1975): 30; G. B. Pellegrini (1987): 112; G. B. Pellegrini (1990b): 124; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 79; P.-Y. Lambert (1994): 42; J. Pokorny (2005): 119.

Chambave
po.
AO
Chambava, Zambava (1181).
•• Secondo P. Aebischer, risalirebbe al celt. camb- ‘ricurvo’ + il suff. -ava «comune in tanti toponimi francesi» (G. B. Pellegrini), oppure potrebbe riflettere un NP Cambo.
Si riconduce, in effetti, al tema gall. *cambo- ‘curvo’, ‘curva, meandro’, o a un NP derivato: Cambo, Cambus ‘incurvato, storto’.
X. Delamarre ipotizza un “prototipo” pl. *Cambāuā ‘possedimenti di *Cambos’ (*Cambo- + suff. -āuo-). Cfr. anche i toponimi Cambes (Gironde, Lot, Loy-et-Garonne), da *Cambā ‘possedimenti di *Cambos’, Cambo-dunum ‘forte del meandro’ > Kempten (Baviera) e Cambo-ritum ‘guado del meandro’ > Chambord (Loir-et-Cher, Eure).
C. Marcato (1990); G. B. Pellegrini (1987): 113; G. B. Pellegrini (1990b): 125; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 99-100; X. Delamarre (2012): 98.

Cogne
po.
AO
In patois cogn, cugn.
Conia (1151-1192), Cognia (1258).
•• Secondo P. Aebischer, da un NP romano in -onius: Connius, Cotonius o Coponius. Per D. Olivieri può trattarsi anche di Acconius, ma potrebbe avere la stessa origine di Cuneo, dal lat. cuneus ‘punta di terra tra due fiumi’ [e ‘terreno di forma a cuneo’, ‘angolo’, ‘un cantuccio di terra’ (G. B. Pellegrini)], con variazione di genere, come per Gogna («una strada di Vicenza») [cfr. Cima Gogna (Auronzo di Cadore, BL)], pure da cuneus; cfr. i toponimi Cogno (Cartignano, CN) e Cogni (Bene Vagienna, CN) (C. Marcato).
Per una possibile origine celt., cfr. i NNP Conia, Connia, Cunia, Conius, Connius [*k(w)on-io- < *, *kwon-], da coni-, cuno-, cuni- ‘cane’, ‘lupo’. È probabile una forma originaria *Connia ‘possedimenti di *Connios’.
C. Marcato (1990); G. B. Pellegrini (1990b): 179-80; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 131-2; X. Delamarre (2012): 121-2.

Comboè
io.
AO
Dal valdostano comba ‘valle scoscesa’ < gall. cumba ‘cavità, valle’.
A. Costanzo Garancini (1975): 31; X. Delamarre (2008): 131.

Donnas
po.
AO
Localmente dunàh.
de Donatis (1159), de Donazo (1192).
• Per G. D. Serra da *Donatis, abl. loc. pl. dal NP Donnus [prediale in -atis per -atibus?] o Donatus.
Donnus è d’origine celt., dal gall. < don(n)o- ‘nobile’; cfr. anche i NNP Donaticna e Donatilla.
C. Marcato (1990); X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 147.

Dora Baltea
io.
AO, TO
Duria Bautica (Cosmografia ravennate, IV, 36, 288).
•• «Da una base preindeuropea *dura / *duria molto diffusa nell’idronimia europea» + il determinante Baltea, per il quale vd. l’idron. Buthier.
X. Delamarre ricostruisce i prototipi *Dorā, *Doriā per gli idronimi francesi Dore (Puy-de-Dôme), Doire (Cantal) e Doria (Savoia).
C. Marcato (1990); G. B. Pellegrini (1987): 98-9, 112; G. B. Pellegrini (1990b): 108-9; X. Delamarre (2012): 140.

Eudracinum
po.
St-Rhémy, AO
Mansio attestata nella Tabula Peutingeriana (III, 4). Da alcuni viene identificata con Etroubles.
•• «Oscuro; può contenere -āko-» (A. Falileyev). Di etimo celt. secondo R. Chevallier.
Forse composto con un secondo elemento -cinum ‘altura’, che si riconosce anche in Vindocino (VI sec.), attuale Vendôme (Loir-et-Cher), e va confrontato con il cimr. [a.] cynu ‘elevare’ [‘levarsi’; attuale cwnnu] (J. Lacroix).
X. Delamarre pensa che Eu- sia «secondario», sviluppatosi da un primo elemento *Ivo-; -dracinum potrebbe essere un -tragino- attestato in *Contraginon (‘proprietà di *Contraginos’ < *Con-tragino-s < *trag- ‘correre’) e *Traginācon (‘proprietà di *Traginos’ < *Traginos < celt. *trag-, cfr. vertragus ‘levriero’). Si ricostruisce quindi un toponimo «*Iuotraginon ← NP *Iuotraginos ± ‘Yew-Runner’?». Il tutto risulta però «molto teorico».
A. Falileyev (2007), s. vv. Eudracinum, Labr(oc)inum, Vindocinum; R. Chevallier (1983): 550; J. Lacroix (2007): 19; X. Delamarre (2012): 152, 123, 253.

Gignod
po
AO
Localmente ʃ̌ignò; in patois franco-provenzale ʒignù.
Gignio, Gigno (1095, 1234).
•• Secondo P. Aebischer, dal NP lat. Gennius (W. Schulze) + il suff. di appartenenza -od (< lat. -uscus).
NNP quali Gennius, *Ginnius possono essere di origine gall.: cfr. Ad-gin(n)ius, Ad-ginnos, Ad-gennius, -genius (in più composti), da geno-, genno-, ginno- ‘discendenza, famiglia’. Gignod va confrontato con Genod (dipart. del Giura), de Genosco nel 1187, da un *Gennoscon ‘proprietà di *Gennos’ (con suff. derivativo -sco-).
C. Marcato (1990); X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 176-7; X. Delamarre (2012): 157.

Graia, Alpis
oo.
AO
Colle del Piccolo San Bernardo.
Alpibus aeriis, ubi Graio numine pulsae descendunt rupes et se patiuntur adiri (Petronio, Satirycon, 122 v. 144); per Poeninum Graiumve montem (Seneca, Epistole a Lucilio, 4, 2, 9); geminas Alpium, Graias atque Poeninas (N. H., III, 123); Alpes Graias (Itinerarium Antonini, 346, 10), in Alpe Graia (Tabula Peutingeriana, III, 3); Graia (Cosmografia ravennate, IV, 30).
•• Da connettersi forse al prelat. *grava (da cui l’italiano grava ‘area ghiaiosa’) o riconducubile a una rad. preie. *kar- / *gar- ‘pietra, roccia’ (J. Lacroix).
Per A. Falileyev deriverebbe da una radice sconosciuta, «possibilmente celtica».
Grava risalirebbe a un lat. popolare *grava (lat. medievale grava) < gall. *graua ‘sabbia, ghiaia’ < *grou̯ā, forse dall’ie. *ghreu- ‘schiacciare, frantumare’; cfr. il br. gro, groa ‘cordone di ciottoli (o sabbia)’, il cimr. gro ‘ghiaia’, l’a. irl. griän ‘ghiaia’, irl. grean. Ma per E. Campanile *grava sarebbe una voce preie. e per O. Bloch e W. von Wartburg non sarebbe celtica.
X. Delamarre avanza, al contrario, un “prototipo” *Graiā(s) ‘possedimenti del dio *Graios’; cfr. l’Hercules Graius di un’iscrizione da Aime (Savoia) e l’etn. Graioceli (Cesare, De bello Gallico, I, 10) < *Graio-oceli ‘Quelli del Monte (di) Graios’ (*Graio-ocelon).
J. Lacroix (2007): 9-10; A. Falileyev (2007), s. v. Alpes Graiae; G. B. Pellegrini (1990b): 183; P.-Y. Lambert (1994): 195; Delamarre (2008): 106, 183; X. Delamarre (2012): 160.

Issime
po.
AO
Pronunce locali: isìma, (tedesca) eišëmë.
Ixima («nelle carte antiche») e, forse, aqua de Ussima (1218).
•• «Di origine incerta», presumibilmente prelat. (D. Olivieri). Secondo P. Massia, può esser ricondotto al NP lat. Iccius, da cui il significato complessivo di ‘fondo appartenente ad un parente di Iccius’.
Iccius, secondo X. Delamarre, deriverebbe da una base gall. *ico-, *icco-, *ici- ‘picchio’? (< ie. *peik-, *pīk- ‘nomi di uccelli’), invece per J. Lacroix va associato a una base idronimica *ic- ‘acqua’.
Da non escludersi che Issime, Ixima risalga al NP Issus (nome di un vasaio) o a un superlativo. P. Anreiter, U. Roider menzionano Issime, Ussima nel 1218, come toponimo «svizzero», confrontabile con i poleon. Axams < *Ouksamā ‘la località più alta o molto alta’ (Tirolo) e Osimo (AN), a. Auximum.
X. Delamarre riconduce Issime (Ussima nel 1218) ad una forma *Uχsamā, *Uχsisamā ‘altura’ (da *uχso- ‘alto’).
C. Marcato (1990); G. B. Pellegrini (1990b): 407; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 186-7; J. Lacroix (2003): 45; J. Lacroix (2007): 52-3; P. Anreiter, U. Roider (2007): 117; X. Delamarre (2012): 280.

Pelline
io.
AO
•• Forse corradicale di Pèllice (A. Costanzo Garancini). D. Olivieri lo collega al poleon. Pella (NO) e al connesso idron. Pellino, derivati dal preromano *pella ‘roccia’ oppure dall’etn. Pellus che compare anche nell’idron. Pèllice (TO).
Pellus e Pellius si riconducono alla base gall. pel(l)-; cfr. il gall. peli-gnos ‘nato lontano, straniero’ (tavoletta di Chamalières) e il cimr., corn., br. pell ‘lontano’, da una radice *kʷel(s)-.
A. Costanzo Garancini (1975): 30; C. Marcato (1990), s. v. Valpelline; A. Rossebastiano (1990), s. v. Pella; C. Marcato (1990): 479-80; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 246-7; X. Delamarre (2012): 214.

Valpelline
po.
AO
Nell’omonima valle.
[valpelìn]. Franco-provenzale valpëlö́na.
• Composto di val(le) e l’idron. Pelline.
C. Marcato (1990).

lunedì 13 settembre 2010

Toponimi della Valtournenche di possibile origine celtica


Antèy-Saint-André
po.
AO
Anche Anthey. Antei S. Andrea dal 1939 al 1946.
•• Si ritiene comunemente che Antey risalga a un NP lat. Anthesius, altri affermano si chiamasse Anticcus nel Medioevo, ma di tutto ciò non risultano effettivi riscontri (D. Olivieri). Probabilmente deriva da una voce non ancora individuata + il suff. fitonimico collettivo -ētum > -ey.
Da non escludere una origine celt.: cfr. i NNP Anteios, Antia, Antuleia, Antullus, Antuliala, da anto-, antu-, anti- ‘estremità, limite’ < ie. *h2ént-, o ‘cammino’ < ie. *ponth- / *pn̥th-.
Qualora Ant(h)ey fosse esito di un precedente *Ant(h)eil, *Ant(h)euil, si potrebbe ipotizzare un originario *Anto-ialon ‘villaggio dell’estremità, finale’ o ‘villaggio sul cammino’ (oppure ‘di *Antos’); cfr. Anteuil (Doubs) < Antogilus, Antheuil (Côte-d’Or) < Antolium (1175), Antheuil (Oise) < Antoilum (1214).
C. Marcato (1990); X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 49-50, 185; X. Delamarre (2012): 24-5, 53.

Breil, Breuil
po.
AO
•• Come il francese dial. breuil ‘campo’ – a. francese brueil, bruel, broil ‘bosco ceduo’ –, tali forme (ed altre simili) continuano il gall. *brogilo- ‘boschetto recintato’. Nel patois valdostano vengono usate nell’accezione di “terreno, prato, pascolo acquitrinoso”: secondo l’Abbé Joseph-Marie Henry, designano dei «piani lacustri, paludosi». Si tratta di (micro-)toponimi presenti nei territori di Châtillon, Cogne, Courmayeur, Fontainemore, La Thuile, Perloz, Valtournenche.
M. G. Tibiletti Bruno riconduceva Breil, invece, a *brigilo- ‘altura’, diminutivo di *briga – gall. briga ‘collina, monte’.
Breuil-Cervinia.
H. Bessat, C. Germi (2004): 24-9; S. Favre, Les noms de villages, hameaux et autres localités au Val d’Aoste, in «Nouvelles du Centre d’Études René Willien», n. 55 (2007), pp. 24-5 ; M. G. Tibiletti Bruno (1978): 187; G. B. Pellegrini (1987): 332 ; P.-Y. Lambert (1994): 190; X. Delamarre (2008): 91; X. Delamarre (2012): 91.

Breuil-Cervinia
po.
Valtournenche, AO
Località sciistica alle pendici del Cervino.
• Nome composto di Cervinia, toponimo dato alla località in epoca fascista, e del nome valdostano Breuil, la cui forma originaria era però Breil. Fu, a quanto pare, il geologo ed alpinista Horace-Bénédict de Saussure ad alterarne la grafia originaria, dopo esser salito alla conca del Breuil nel 1792. Vd. Breil, Breuil.
"http://books.google.it/books?id=YagVAAAAYAAJ&pg=PA23&dq#v".

Chamois
po.
AO
Franco-provenzale zamué.
• Probabilmente dal francese chamois ‘camoscio’, dal lat. tardo (V sec.) camox, ritenuto «termine del sostrato alpino, celtico o ligure o anche “preindeuropeo”» (oppure di origine basca). Per la terminazione -ox può essere confrontato con esox ‘salmone’, zoonimo sicuramente gallico.
C. Marcato (1990); X. Delamarre (2008): 100-1.
 
Chamois
 Veduta di Chamois

Torgnon
po.
AO
•• Secondo P. Massia potrebbe derivare dal NP lat. Turnius + un suff. -ōne indicante appartenenza («affine perciò ad -ānus»). D. Olivieri pensava anche a un termine settentrionale torno col valore di ‘altura tondeggiante’.
È probabilmente di origine celt.: cfr. i NNP Tornos, Tornionius, da torno- (< turno-?) ‘altura’; cfr. anche i toponimi a. Turno-magus (> Tournon, Indre-et-L.), *Turno-durum, Turnacum, e l’attuale Tourny (Eure), Torniaco nell’884. Potrebbe anche riflettere un «toponimo personale» *Turnion ‘proprietà di *Turnios’ o ‘di *Turno’, da NNP che X. Delamarre individua in Tourniac (Cantal), Turniacus nel XII sec., e in Tournon-Saint-Pierre (Indre-et-L.), da Turno-magus ‘mercato di Turnos’.
Per J. Lacroix *turno- potrebbe essere un tema preceltico.
C. Marcato (1990); M.-T. Morlet (1985): 197; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 303-4; A. Falileyev (2007), s. vv. Turnacum, tur-; J. Lacroix (2003): 122.

Valtournenche
po.
AO
Franco-provenzale votornènzë.
ecclesias sancti martini et sancti andree de valle tornina (1176), Vallis Tornenchia (XIII-XIV sec.).
• Composto di valle + un derivato del toponimo Torgnon + il suff. -inca (G. D. Serra).
C. Marcato (1990); "http://www.comune.valtournenche.ao.it/".

mercoledì 1 settembre 2010

Nomi di luogo italiani d'origine celtica: Milano


Milano
po.
Mediolanum (Tacito, Hist., I, 70; Plinio, N. H., III, 124; Tabula Peutingeriana, IV, 2), Μεδιόλανον (Mediólanon) (Polibio, II, 34, 10), Mediolanium (Livio, V, 34, 9; XXXIV, 46, 1), Μεδιολάνιον (Mediolánion) (Strabone, V, 1, 6; Tolomeo, III, 1, 29), Meśiolano (abl.; iscrizione della fine II-I sec. a.C.), a Mediolano (Itinerarium Antonini, 98, 3.6; 123, 9).
•• Continua il lat. Mediolanum, dal gall. *Mediolanon, oppure la forma *Mesiolanom indicata da A. Morandi sulla base del Meśiolano – ritenuto un ablativo – che si legge in un’iscrizione rinvenuta a Milano negli anni ’80 del secolo scorso. La variante Mediolanium (da un gall. *Mediolanion) non ha avuto continuazione: secondo G. B. Pellegrini «le forme in -aniu- non erano evidentemente popolari poiché da esse ci saremmo aspettati -agno» (quindi un poleon. *Milagno).
Mediolanum viene per lo più ritenuto un composto di medio- ‘medio, centrale’, ‘(in) mezzo’, + -lanum < *-lānon [o lān(i)o- ‘piana’ (A. Falileyev)], voce confrontabile col lat. plānum ‘piano, pianura’, da cui il significato complessivo di ‘centro della piana’ o ‘piana di mezzo’ (‘nel mezzo della piana?’, in J. Pokorny).
Tale analisi potrebbe esser convincente per una città come Milano, ma non lo è per gli altri circa sessanta abitati antichi di nome Mediolanon attestati nell’Europa continentale, che «sono spesso in luoghi decentrati, appartati e talvolta anche su alture» (come rileva J. Lacroix, diversi si trovano «in prossimità di un limite territoriale»).
Risulterebbero quindi più appropriate le interpretazioni, avanzate innanzi tutto da Ch.-J. Guyonvarc’h e X. Delamarre, di Mediolanon come ‘centro perfetto’, ‘centro di perfezione’ (o ‘di compitezza’, ‘di perfezionamento’), o ‘pieno-centro’, ‘centro sacro’: il secondo elemento -lānon sarebbe infatti comparabile con l’a. irl. lán e il cimr. llawn ‘pieno’, aggettivi riconducibili a un tema celt. *lāno- < ie. *pl̥h1-no-. Si tratterebbe di «un termine di geografia sacra» — designante, ipoteticamente, un «luogo sacro situato “nel mezzo dell’asse cosmico” tra il mondo superiore e il mondo inferiore» (X. Delamarre) —, come probabilmente il Medio-nemeton ‘santuario centrale’, documentato nel toponimo britannico Medio Nemeton della Cosmografia ravennate (V, 31, 435).
Ma secondo J. Lacroix bisogna piuttosto attribuire a -lanon (confrontabile con il lat. planus ‘piano’) il valore di ‘luogo piano’ e a medio- quello di ‘centrale’, nell’accezione però di «centrale rispetto ad altri territori adiacenti», non di “al centro di un territorio”. In origine dunque, Mediolanon designava probabilmente uno spazio di terreno piano, libero, utilizzabile per riunioni di guerrieri ed assemblee politiche, economiche e religiose; non un ‘santuario’ vero e proprio, bensì un «luogo di incontro» carico di sacralità.
In Meśiolano, che pare corrisponda a *Mediolano (dal celt. *medio- < ie. *medhi̯o-), si riconosce un fenomeno di assibilazione del nesso -di̯-. Se leponzio, sarebbe una forma di abl. sing. dei temi in -o-, cioè di un caso che non si sa se esistesse nel gallico (distinto dallo strumentale).
C. Marcato (1990); G. B. Pellegrini (1987): 100; G. B. Pellegrini (1990b): 10, 109-10; A. Falileyev (2007); J. Pokorny (2005): 806; P.-Y. Lambert (1994): 38, 49-52; Ch.-J. Guyonvarc’h, F. Le Roux (1986): 227, 405; M. Dillon (2001): 416; X. Delamarre (2008): 221, 196, 232-3; X. Delamarre (2012): 195; J. Lacroix (2003): 157-8; J. Lacroix (2007): 194-9; P. Piana Agostinetti, A. Morandi (2004): 615-7, 697; "http://it.wikipedia.org/wiki/Fondazione_di_Milano".

Insubria
co.
Ἴνσομβρες (Ínsombres) (Polibio, II, 17, 4), Insubri, Insubres (Cicerone, Pro Balbo, 14, 32, ecc.; Tito Livio, V, 34, 9 e XXX, 18, 1), Insubres (Plinio, N. H., III, 124), Insubrum exsules [...] ab Insubribus (Plinio, N. H., III, 125), Ἴνσουβροι (Ínsoubroi) (Strabone, V, 16).
• Territorio degli antichi Insubri, popolo celtico della Transpadana. L’etn. lat. Insubri, Insŭbres (sing. Insŭber, -bris), indubbiamente d’origine celt., risulta di non facile spiegazione etimologica.
A. Holder, seguendo Much, lo interpreta come un composto significante ‘i molto violenti, selvaggi’, formato da in- [‘in sé’?] e un elemento *suebro- confrontabile con il cimr. chwefr ‘violenza, rabbia’ [cimr. chwefrin, chwefris ‘selvaggio’ (termini disusati)] e l’a. alto tedesco swepfar [‘furbo’]; cfr. anche l’etn. a. Suebri (Narbonensis), in Plinio, N. H., III, 35 (se diverso dall’etn. Suetri di III, 137).
Aurelio Bernardi, attribuisce ad insuber il valore di «fiero, indomito, combattivo» [in E. Campanile (1981): 17].
G. R. Isaac pensa (sia pur dubitativamente) possa esser costituito da una base bero-, br(o)- ‘portatore / giudicatore’ «preceduta da preposizione/-i».
K. H. Schmidt considera in- «una variante areale di eni-» e «ammette una provenienza non celtica di -subres».
P. de Bernardo Stempel compara Insubres con Antabri e Cantabri, senza però giungere a una soluzione.
A. Falileyev (che riporta le ultime tre analisi), grazie al confronto con il NP Subroni, «forse per *Subro» [dat. di *Subro, teonimo o antroponimo: Subroni Sumeli Uoretouirius (iscrizione di Beaumont)], ipotizza per Insubres una formazione come *in-su-bro o *eni-su-bro.
Invece P.-Y. Lambert suggerisce che «il primo elemento insu- potrebbe corrispondere all’a. irl. és, eis ‘tracce’».
In-su-bres va forse interpretato come ‘(che hanno) un buon [-su-] *br(o)- in loro [in-]’.
A. Holder (1961-1962); R. Schützeichel (2006); W. Braune, E. A. Ebbinghaus (1979): 243; A. Falileyev (2007), s. vv. Insubres, Suetrii; D. Ellis Evans (1967): 113-4; X. Delamarre (2008) : 92, 162, 199 (s. v. lergo-).

sabato 14 agosto 2010

Bologna: un toponimo di origine celtica?



Bologna
po.
Βονωνία (Bonōnía) (Strabone, V, 1, 11), Bononiam Latinam coloniam [...] triumuiri deduxerunt [...] ager captus de Gallis Boiis fuerat; Galli Tuscos expulerant (Livio, XXXVII, 57, 7), Bononia, Bononiam (Plinio, N. H., III, 115 e VI, 218), Bŏnōnĭă (Marziale, VI, 85, 5), Βοβωνία (Bobōnía) (Tolomeo, III, 1, 42), Bononia civitas (Itinerarium Antonini, 99, 5 e 127, 2), Bononia (Cosmografia ravennate, IV, 33; Tabula Peutingeriana, IV, 4).
•• Bologna fu dapprima una città etrusca, che, a detta di G. B. Pellegrini, «fu conquistata dai Galli Boi (sec. IV a.C.) che le imposero un nome celtico in sostituzione della vecchia denominazione etrusca di Felsina (Plinio 3.15.115: “Intus coloniae Bononia, Felsina vocitata tum cum princeps Etruriae esset...”)».
Qui son necessarie due precisazioni: Felsĭna risulta essere il nome etrusco latinizzato; non sappiamo quale nome gallico abbiano attribuito (“imposto”?) a Felsina i Boi, né se ne abbiano realmente dato uno. Non si tratta di sicuro di Bononia, nome con il quale Tito Livio chiama la Latina colonia dedotta nel 189 a.C. (XXXVII, 57), mentre denomina Felsina la città boica (definita oppidum e al tempo stesso urbs) arresasi ai Romani nel 196 a.C.: «[i consoli] iunctis exercitibus primum Boiorum agrum usque ad Felsinam oppidum populantes peragrauerunt. Ea urbs [...]» (XXXIII, 37).
Il toponimo attuale deriva dal lat. Bŏnōnia, attraverso una forma dissimilata *Bolonia. Bononia è poleonimo che si incontra anche in altre regioni dell’Europa romana: in Gallia, attuali Boulogne-sur-Mer – «ant. Portus Itius (Cesare), poi Gesoriacum (Pomp. Mela) e finalmente (dall’epoca di Costantino) Bononia» –, Boulogne-sur-Seine, Boulogne-la-Grasse, ecc.; in Pannonia (Itinerarium Antonini, 243, 1); in Mesia, attuale Vidin (Bulgaria).
Bŏnōnia è sempre stato considerato, dalla gran parte degli studiosi, una formazione in -ōn-ia da una voce celt. bona, ‘fondazione’, ‘base’, ‘villaggio’, ‘oppidum’, ‘luogo abitato’, ‘luogo d’origine’ (ma ‘sorgente’, secondo L. Fleuriot) che ha dato origine forse a Bonna ‘la fondazione’ > Bonn — che potrebbe invece risalire a un *Bundā < ie. *bʰundʰ- ‘fondo’ (X. Delamarre) — e sicuramente a una serie di toponimi composti, tra cui forme ibride con primo elemento latino: Augustobona, Iuliobona, Radesbona, Silbona (*Sīli-bonā), Vindobona; cfr. il cimr. bon e l’irl. bun ‘ceppo, base, origine’.
A dire il vero, con la terminazione -ōn-ia sono stati formati:
a) in ambito celtico, antroponimi femminili gallici e gallo-romani, il teonimo gall. Bergonia, alcuni pochi idronimi (Vedonia, nel 676, Bedonia nell’819, attuale Boulogne, Loire-Atl.; Vicinonia, attuale Vilaine, Bretagna; *Uolonia, attuale Vologne, Vosges), un certo numero di poleonimi: A. Falileyev riporta Andautonia, oggi Ščiterjevo, Croazia, e Assegonia, attuale Santiago de Compostela, ma Delamarre, oltre a Glastonia, oggi Glastonbury, ne registra una ventina, di cui 16 formati da NNP in -onios, -onos, / (tra i quali, forse sei «toponimi personali» in , sei in -iā, quattro in / -iā);
b) in ambito italico, diversi poleonimi, specie sannitici ed etrusco-latini (tra cui Aquilonia, Casontonia, Duronia... Populonia, Vetulonia).
Forse, seguendo O. A. W. Dilke, si può pensare che Bononia non sia nome d’origine celtica, bensì romana: un nome augurale, riconducibile al lat. bŏnus ‘buono’, come lo sono Placentia (da placens ‘piacevole’, oggi Piacenza), Faventia e Fidentia (attuali Faenza e Fidenza).
Ma P. de Bernardo Stempel ha accostato Bononia (a quanto pare un *Bō̆nōnia) al teonimo irl. a. Buanann < *Bounonā ‘la resistente’ — una dea chiamata ‘nutrice dei guerrieri’ (Delamarre) — (da un tema *bouno- ‘durevole’ < *bhouno-). Il toponimo dunque, da una forma *bʰoun-ōn-yā, può esser interpretato come ‘la città che resiste’, ‘la duratura’ o ‘la prospera’. Cfr. i NNP d’origine celt. Bononius, Bononia (‘Prospero’, ‘Prospera’) e il toponimo Baunonia insula menzionato da Plinio (N. H., IV, 94), in cui, secondo X. Delamarre, si nota la «grafia latina Bauno- che rende celtico Bouno-», ma che secondo altri va associato alle voci delle lingue germaniche per ‘fagiolo’, come il norr. baun.
Vd. anche Bologne.

Vindobona, nome del campo romano di Vienna, è ritenuto un composto di vindo- ‘bianco’, ‘sacro’ e -bonā ‘fondazione’ (o ‘sorgente’); secondo P. Anreiter, U. Roider [(2007): 101-2] avrebbe il valore di ‘fondazione di Vindos’ (con il secondo termine NP). Il poleon. e idron. Wien – bavarese Wean, italiano Vienna, slovacco Vieden, ceco Vídeň; la sua prima attestazione è dell’881: ad Weniam (Annales Juvavenses maximi) – non deriva da Vindobona (come invece sostengono ancora vari linguisti), bensì va ricondotto a un idron. celt. *Veidinia ‘il fiume del bosco’ [H. D. Pohl, B. Schwaner (2007): 178; vd. anche gli indirizzi web: "http://members.chello.at/heinz.pohl/N_Buch.htm"; "http://wwwg.uni-klu.ac.at//spw/oenf/name1.htm"], oppure *Vidunia (P. Anreiter), o forse *Viduna / *Veduna [Charles P. Corby (1963): L’hydronimie de la Bretagne, p. 97, in «Ogam», Tome XV, Rennes, pp. 93-102; cfr. gli idron. francesi La Veaune, La Vonne, da *Vidunna], formazioni con il valore de ‘la boscosa’ o di ‘fiume nascosto da un bosco’, derivate dal tema gall. *vidu- ‘albero, bosco’.

C. Marcato (1990); G. B. Pellegrini (1987): 101; G. B. Pellegrini (1990b): 10, 110; P.-Y. Lambert (1994): 37-8; A. Holder (1961-1962); N. Jufer, Th. Luginbühl (2001): 29; A. Dauzat (1982): 30, 97; A. La Regina (1989): 305, 372, 398-9, 401, 419, 427; O. A. W. Dilke (1988): 88-9; F. Benozzo (2002): 261-2; A. Falileyev (2007), s. vv. Vedonia fl., Vicinonia fl., Bononia, bono-; X. Delamarre (2007); X. Delamarre (2008): 82, 83-4; X. Delamarre (2012): 83, 85; P. Scardigli, T. Gervasi (1978): 110; Jan de Vries (1977): 29.



Bologne
po.?
Giavenale, Schio, VI
•• D. Olivieri ritiene possa riflettere un NP Bononius (W. Schulze) o «un più recente Bologno».
Per J. B. Trumper, M. T. Vigolo corrisponde al poleon. Bologna < lat. Bōnōnia, dall’ie. *bʰou-no- + -ōnia. Da *bʰouno- deriva l’a. irl. búan ‘duraturo; eterno’ [a. irl. buan ‘durevole, costante incessante’ (J. Vendryes)] e [«poco verosimile» per J. Vendryes] il cimr. [medio cimr., forse anche a. br.] bun ‘donna’, oltre all’a. irl. Búanann [Buanann], nome di divinità corrispondente a Minerva (quindi Bologna potrebbe valere ‘città di Minerva’).
D. Olivieri (1961): 3; E. Caffarelli, C. Marcato (2008): s. vv. Bológna, Bológni e Bolognini, Bolognino (pp. 250-1); J. B. Trumper, M. T. Vigolo (1998): 229; J. Vendryes (1959-), s. vv. buan, Buanann.