Allo scopo di comporre un quadro più completo e chiaro dei risultati fin qui raggiunti dagli studiosi [1] sulle origini e i primi secoli della storia di Sappada, esaminerò ora, punto per punto, dei brani dell’articolo di Peratoner riprodotti nella Prima parte, le affermazioni, le conclusioni più rilevanti, confrontandole e integrandole sia con notizie e dimostrazioni analoghe presenti in Sappada / Plodn (2002) e negli altri recenti lavori dello stesso autore [2], sia con notizie e dimostrazioni dissimili rintracciabili negli scritti di altri studiosi.
La datazione intorno al 1270 coinciderebbe grosso modo con quella proposta da Norman Denison per l’immigrazione nel territorio di Sauris «durata qualche decennio», tra il 1250 e il 1280 [3]. L’individuazione di tale periodo verrebbe avvalorata dalla presenza nel dialetto saurano di «parole ed espressioni che nel tedesco meridionale sono entrate nella seconda metà del XIII secolo» e della «forma voschankh, ted. ‘Fasching’, per il Carnevale [...] precedente all’innovazione ‘Fasenacht’, che si trova, ad esempio, a Sappada nella forma vosenocht» [4]. Il che deporrebbe a favore della maggior conservatività — dello «stato di conservazione più arcaico» [5] — della parlata di Sauris riconosciuta da Maria Hornung [6], ma non di una colonizzazione tedesca della conca di Sappada avvenuta prima di quella saurana, semmai il contrario.
2. I documenti del 1295 e del 1296.
In Sappada/Plodn. Identità culturale di un’isola linguistica alle Sorgenti del Piave (2009) [d’ora in avanti: Sappada/Plodn (2009)] [13], dell’atto di donazione da parte di Henricus Fantuluttus [14] de Comelians (2 agosto 1295) Peratoner riporta sostanzialmente quanto già scritto in Storia di Sappada e in Sappada / Plodn (2002), innanzi tutto il nome del testatore e la forma più antica a noi pervenuta del toponimo di Sappada: Sapata [15].
Per quanto riguarda il documento del 27 dicembre 1296 — intitolato, nella raccolta, «Privilegio concesso dal patriarca di Aquileia Raimondo della Torre» [17] —, in Sappada/Plodn (2009) [18], così come in Sappada / Plodn (2002), in cui viene riprodotta la traduzione in italiano [19], vengono forniti maggiori elementi informativi su quell’atto, con cui il patriarca Raimondo della Torre confermò ai Sappadini l’uso dei masi e delle terre precedentemente accordato, previo pagamento di una tassa annuale di «88 libbre di piccoli veronesi», che era sì raddoppiata rispetto a prima, ma li liberava «da tutti gli altri obblighi, oneri e servitù di qualsiasi genere».
È tutto sommato plausibile che nella concessione di Raimondo della Torre, con le espressioni «pro fictu predicto antiquo» e «ab antiquo» — questa seconda compare due volte nello stesso periodo —, si alluda a un’epoca antecedente di duecento anni. A meno che antiquus non venga usato più con il senso di ‘anteriore, di prima, di un tempo’ che non di ‘antico’, e quindi si faccia riferimento ad una situazione precedente meno lontana nel tempo.
Le notizie climatico-ambientali indicate nel «Privilegio», fanno pensare a condizioni climatiche peggiorate nel 1296 rispetto a quelle dei decenni precedenti e, a maggior ragione, dei decenni della prima colonizzazione tedesca: «ville de Sappada [...] site in loco frigido ac silvestri, ad quam propter nives validas et que pro majori parte, vel pro tribus partibus anni regnant in ipsa»; «tante propter in temperiem aeris frigiditatis existit» [27].
Vanno qui segnalate poi alcune informazioni di rilievo contenute in quel documento:
3. L’insediamento di Sloveni Carantani.
In Sappada / Plodn (2002), in una nota [31], Peratoner ricorda l’ipotesi, formulata da Giorgio Piller Puicher in un suo libro del 1995 [32], secondo la quale nell’VIII secolo [33] vi sarebbe stata una colonizzazione iniziale duplice, ad opera di un gruppo slavo (arrivato attraverso la Val Degano) e di uno bavarese: il primo si sarebbe stanziato nell’area di Cima Sappada (il nome stesso di Sappada dipenderebbe da un slavo Sapadna ‘terra occidentale’ — su ciò si veda la Terza parte), il secondo in quella «lungo la vallata». In seguito avrebbe avuto luogo una graduale integrazione e assimilazione linguistica dei due gruppi, fatta eccezione «per alcune peculiarità superstiti e indiziarie di una loro differente origine». Peratoner rileva poi «che gli elementi prodotti a sostegno di tale ipotesi meriterebbero un ulteriore vaglio e approfondimento».
In alcuni articoli di Peratoner contenuti nel più recente Sappada/Plodn (2009), non si accenna però più all’insediamento nella conca di Sloveni Carantani né ai «toponimi a componente slavofona» o alle tracce di «radici paleoslave» riconoscibili in alcuni vocaboli sappadini, e ciò non si sa se per un eventuale ripensamento o piuttosto per esigenze di brevità [34].
Le ipotesi di Piller Puicher e di Peratoner mi paiono in effetti puramente congetturali, sia perché ad un insediamento di sloveni alpini nella vallata sappadina non si accenna, a mia conoscenza, in alcun documento (né tradizione popolare), sia sulla base di quanto verrà precisato nel § 4. e nella Terza parte, sull’ipotetica origine slava del toponimo Sappada.
A dire il vero, l’ipotesi di Piller Puicher sarebbe più verosimile se nella Val Degano e/o in altre valli della Carnia occidentale si fossero individuati altri toponimi d’origine slavo-alpina — indizio di qualche stanziamento medievale —, la qual cosa non mi risulta.
4. I «toponimi a componente slavofona della zona» e i «vocaboli del dialetto sappadino, in cui si registra traccia di radici paleoslave».
La presenza di «alcuni toponimi a componente slavofona della zona, in particolare delle valli immediatamente a settentrione di Sappada» e di termini del sappadino nei quali «si registra traccia di radici paleoslave» — toponimi e vocaboli di cui A. Peratoner in Storia di Sappada non offre alcun esempio —, sembra accordarsi con la «toponomastica quasi del tutto tedesca» rilevata da M. Hornung, ma va detto però che la studiosa austriaca qui si riferiva probabilmente al ristretto numero di toponimi d’origine romanza (cadorina, friulana) da lei notato [42].
Riguardo dunque a tali nomi di luogo — i «toponimi a componente slavofona» di Peratoner —, pare evidente che «le valli immediatamente a settentrione di Sappada» non possano essere le valli tra Sappada e il confine italo-austriaco (Val Visdende, Val d’Antola...), ma quelle oltre il confine. Ciò è confermato dallo stesso Peratoner in Sappada / Plodn (2002), ove l’ipotesi della «sacca» di Sloveni Carantani viene suffragata dalla presenza di «toponomi come Lesachtal e la stessa Luggau, che cadono immediatamente a settentrione di Sappada», ritenuti d’origine slava, precisamente da radici significanti ‘bosco’ e ‘palude’ [46].
Sui nomi di luogo d’origine slava in valli situate oltre confine, si trovano in effetti informazioni nei lavori di H.-D. Pohl, il quale ne ha registrati uno solo relativamente alla parte carinziana delle Alpi Carniche — Raudenspitz(e) (ital. Monte Fleons) [47] —, ma un certo numero nella regione comprendente Lesachtal, Gailtal tirolese e Pustertal [48]: Lesachtal, Wodmaier, Nostra, Sittmoos, Pallas, Maria Luggau [49], Tilliach [50].
5. Le « permanenze stagionali», tra l’VIII e il X secolo.
In Sappada / Plodn (2002) Peratoner attribuisce a Giandomenico Zanderigo Rosolo l’ipotesi di una trasformazione di «permanenze stagionali nelle valli estreme del Cadore» (per sfruttare i pascoli) in «residenze ed insediamenti stabili»; questi cambiamenti sarebbero avvenuti in un arco di tempo piuttosto lungo: «tra l’VIII e il XII secolo», un periodo che pare più lungo ancora di quello indicato da Zanderigo Rosolo nella formulazione cui si rifà Peratoner: «È probabile che nello spazio di 3-4 secoli precedenti al XII, con la permanenza stagionale per il pascolo, si siano formati in queste valli estreme i primi villaggi» [54]. Tant’è che in lavori successivi [55] Peratoner anticipa la fine di quel processo di trasformazione al X secolo, anche per una maggior coerenza con la scelta di retrodatare al secolo XI la colonizzazione iniziale della conca sappadina da parte dei tedeschi.
6. I «flussi migratori» di tedeschi.
In Storia di Sappada Peratoner ricorda l’infeudazione del Friuli — Cadore e territorio di Sappada compresi — a Sigeardo di Tengling avvenuta il 3 aprile 1077 [57], e subito dopo, continuando il capoverso, formula l’ipotesi di «alcuni flussi migratori» verificatisi «nei secoli successivi», flussi dai quali dipenderebbe, in buona sostanza, la parlata sappadina (come ho già indicato nel § 1.). Tali flussi sarebbero dunque posteriori alla data del 1077, non sarebbero inquadrabili nei secoli VIII-X — quelli delle «permanenze stagionali nelle valli estreme del Cadore [...] trasformate in residenze ed insediamenti stabili» —, secoli durante i quali invece, contemporaneamente, nella conca si sarebbero stanziati degli Slavi alpini [58] (giunti nell’VIII secolo, simultaneamente ai bavaresi, secondo la supposizione di Giorgio Piller Puicher). Si veda a tale proposito quanto rilevato supra nel § 3.
7. L’attività mineraria.
Peratoner — come già si è detto nei due paragrafi precedenti — accenna, in Soria di Sappada, a «permanenze stagionali» per il pascolo e probabilmente per le attività minerarie, che tra l’VIII e il X secolo «potrebbero essersi col tempo trasformate in residenze ed insediamenti stabili», tenuto conto anche della presenza di toponimi quali Monte Ferro e Vallone Rio della Miniera. La prima menzione di miniere di ferro risale però al 1334.
[5] M. Hornung 1995: 36.dialettale vṓsenåxt ‘Fastnacht’ (dal m.a.t. vastenaht), che proveniva dall’ovest della Germania meridionale e che poi ha sostituito il bavarese più antico Fastgang > Fasching. Oggi ancora in Pusteria si dice Fas(e)nacht (cfr. Hornung 1964: 91), dall‘Iseltal verso est Fasching. Hornung (1964: 81, 95, 111) nomina per Assling e Kartitsch Fas(e)nacht, per Kals Fasching. — Ulteriori informazioni in Hornung 1972: 171f.
G. Fabbiani riassume così quel documento: «Il patriarca Raimondo il 27 dicembre 1296 concesse ai sappadini, in perpetuo, tutti i masi e le terre spettanti alla chiesa d’Aquileia posseduti da loro, con l’obbligo di pagare non più 44 lire veronesi, bensì, 88, assolvendoli da qualsiasi ulteriore imposta e ciò per il clima freddo di quel luogo» (G. Fabbiani 1992: 48).
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