Gallico *iuos "Taxus baccata"


«Il tasso (ivin in bretone) è l'albero dell'immortalità perché sempreverde e di una longevità straordinaria. I cimiteri bretoni senza tassi non sono veri cimiteri. Ha anche la fama di essere il più antico degli alberi. La mazza del dio druido Daghda era di tasso così come la sua ruota. Si scrivevano incantesimi in ogham su legno di tasso. Quest'albero ha anche un simbolismo militare: si facevano scudi e aste di lancia con il suo legno.»

Tratto da: Divi Kervella, Emblèmes et symboles des Bretons et des Celtes, Coop Breizh, Spézet 1998, p. 17.



Il “tasso sanguinante” di Nevern 

<br><br>Il “tasso sanguinante” di Nevern <br><br>


Il “tasso sanguinante” (stillante linfa rossa) del cimitero della chiesa di Saint Brynach a Nevern, Pembrokeshire (Galles).







mercoledì 25 aprile 2012

Sappada/Plodn. Seconda parte


Allo scopo di comporre un quadro più completo e chiaro dei risultati fin qui raggiunti dagli studiosi [1] sulle origini e i primi secoli della storia di Sappada, esaminerò ora, punto per punto, dei brani dell’articolo di Peratoner riprodotti nella Prima parte, le affermazioni, le conclusioni più rilevanti, confrontandole e integrandole sia con notizie e dimostrazioni analoghe presenti in Sappada / Plodn (2002) e negli altri recenti lavori dello stesso autore [2], sia con notizie e dimostrazioni dissimili rintracciabili negli scritti di altri studiosi.

1. Lo stanziamento attorno al 1270.

La datazione intorno al 1270 coinciderebbe grosso modo con quella proposta da Norman Denison per l’immigrazione nel territorio di Sauris «durata qualche decennio», tra il 1250 e il 1280 [3]. L’individuazione di tale periodo verrebbe avvalorata dalla presenza nel dialetto saurano di «parole ed espressioni che nel tedesco meridionale sono entrate nella seconda metà del XIII secolo» e della «forma voschankh, ted. ‘Fasching’, per il Carnevale [...] precedente all’innovazione ‘Fasenacht’, che si trova, ad esempio, a Sappada nella forma vosenocht» [4]. Il che deporrebbe a favore della maggior conservatività — dello «stato di conservazione più arcaico» [5] — della parlata di Sauris riconosciuta da Maria Hornung [6], ma non di una colonizzazione tedesca della conca di Sappada avvenuta prima di quella saurana, semmai il contrario.
Stando a Peratoner, M. Hornung riteneva che l’insediamento di Sauris risalisse ad alcuni decenni prima del 1270 [7] — però secondo M. Benedetti e C. Kratter quella studiosa non era sicura del fatto che che la colonizzazione di Sauris avesse avuto luogo anteriormente a quella di Sappada [8]. Comunque sia, come sostiene Peratoner, «la variante della u palatovelare, data come decisiva a stabilire la divaricazione cronologica nella colonizzazione delle due località [9], o l’arresto dello sviluppo della ä medio-alto tedesca in ã [sic], attestata in documenti bavaresi del XIII secolo, potrebbe spiegarsi agevolmente anche col protrarsi dei contatti della comunità sappadina con le località di provenienza — o, più generalmente, con l’area linguistica tedesca adiacente —, fatto che potrebbe, del resto, aver prodotto un effetto di ‘ritardo’ nella precipitazione degli elementi ritenuti indiziari per la datazione dell’origine dell’insediamento. Non sempre, infatti, un distacco geografico o una dislocazione di una comunità in una vallata vicina corrisponde sincronicamente ad un distacco linguistico in senso stretto: tra i due momenti può intercorrere un periodo di transizione caratterizzato da una qualche forma di contatto e interazione, periodo oltre il quale una sensibile difformità evolutiva permette di distinguere alcuni tratti linguistici del gruppo derivato rispetto al suo ceppo d’origine.» [10]

Se dunque prendiamo in cosiderazione una eventuale colonizzazione risalente all’XI secolo — cioè all’incirca alle prime fasi del periodo linguistico del medio alto tedesco (1050-1350) —, in nessun modo documentata, dovremmo forse presupporre nel plodarisch dei fenomeni di ancor maggior conservatività che, per quanto in numero limitato, non mi pare i linguisti abbiano finora rilevato. Si può pensare comunque che ne siano state cancellate tutte le tracce dai successivi «flussi migratori» — si veda infra il § 6. — ipotizzati da Peratoner, per il quale gli stessi «elementi archeolinguistici riscontrati dalla Hornung potrebbero piuttosto dipendere da una successiva e più consistente immigrazione avvenuta in questo periodo [anni 1270 c.a-1296], fatto che avrebbe potuto del resto occasionare una revisione della regolamentazione da parte del patriarcato» [11].
In Storia di Sappada e in Sappada / Plodn (2002), per quanto riguarda le origini linguistiche comuni e i contatti intercorsi tra Sappada e Sauris, Peratoner afferma tuttavia: «All’origine dell’abitato di Sappada potrebbe, inoltre, collegarsi quella del paese di Sauris» ed «è possibile ammettere un’origine, almeno in parte, comune dei due insediamenti» [12]. Ciò farebbe pensare anche a una certa contemporaneità tra le due colonizzazioni, e dunque alla possibilità di retrodatare gli stanziamenti saurani all’XI secolo.

2. I documenti del 1295 e del 1296.

In Sappada/Plodn. Identità culturale di un’isola linguistica alle Sorgenti del Piave (2009) [d’ora in avanti: Sappada/Plodn (2009)] [13], dell’atto di donazione da parte di Henricus Fantuluttus [14] de Comelians (2 agosto 1295) Peratoner riporta sostanzialmente quanto già scritto in Storia di Sappada e in Sappada / Plodn (2002), innanzi tutto il nome del testatore e la forma più antica a noi pervenuta del toponimo di Sappada: Sapata [15].
In Documenti (2005), in quell’«atto testamentario» — ivi intitolato «Nota di lascito alla chiesa di Sappada» — il donatore viene però chiamato Henricus dictus Fantuluttus de Comeglians [16].

Per quanto riguarda il documento del 27 dicembre 1296 — intitolato, nella raccolta, «Privilegio concesso dal patriarca di Aquileia Raimondo della Torre» [17] —, in Sappada/Plodn (2009) [18], così come in Sappada / Plodn (2002), in cui viene riprodotta la traduzione in italiano [19], vengono forniti maggiori elementi informativi su quell’atto, con cui il patriarca Raimondo della Torre confermò ai Sappadini l’uso dei masi e delle terre precedentemente accordato, previo pagamento di una tassa annuale di «88 libbre di piccoli veronesi», che era sì raddoppiata rispetto a prima, ma li liberava «da tutti gli altri obblighi, oneri e servitù di qualsiasi genere».
Viene ribadito che il riferimento a quanto «solevano corrispondere dai tempi antichi» fa retrodatare le origini di Sappada a un’epoca ben anteriore al 1270 circa ipotizzato da M. Hornung: la dipendenza da Aquileia di Sappada, appartenente alla gastaldia di Carnia, risale al 1077, quindi è possibile che il più antico atto di concessione patriarcale (la cui documentazione è andata perduta) al quale sembra alludere il Privilegio del 1296, seguisse da vicino l’atto dell’infeudamento stesso; e si può anche pensare che nel 1077 il Patriarcato «rilevasse la situazione di diritto, con i relativi documenti, di tutte le comunità presenti nei territori acquisiti, per i quali è ragionevole supporre una regolarizzazione o codificazione del rapporto sotto il precedente ducato di Baviera, se non prima». Peratoner infatti non esclude che l’insediamento sappadino abbia avuto origine prima di quella data [20] — come ha riaffermato più volte in Sappada / Plodn (2002) —, vale a dire tra il IX e il X secolo, se non addirittura nell’VIII [21].
Peratoner però in questi tre secoli collocherebbe sia i supposti primi stanziamenti di Slavi alpini (per i quali si veda il § 3.) sia gli insediamenti iniziali bavaresi, che si sarebbero succeduti in quell’arco di tempo, senza che vi sia alcuna possibilità di datazione, se non approssimativamente relativa, né per gli uni né per gli altri. Pare comunque di poter capire che l’atto di concessione patriarcale perduto, attribuibile ad anni immediatamente successivi al 1077, fosse indirizzato ai coloni d’origine tedesca.
In Sappada/Plodn (2009) Peratoner, sempre orientato a retrodatare i primi stanziamenti, accenna a gruppi di famiglie che «colonizzarono la conca a partire, presumibilmente, dal IX o X secolo» [22] — in un periodo in cui si colloca anche l’assegnazione al Ducato di Baviera (952) dell’alta valle del Piave, appartenente alla Marca Aquileiese [23]. Dal contesto sembrerebbe trattarsi di coloni tedeschi, cui far risalire i masi sappadini originari, anche perché, come si dirà nel § 3., in quelle pagine non si accenna all’insediamento di Sloveni Carantani.

È tutto sommato plausibile che nella concessione di Raimondo della Torre, con le espressioni «pro fictu predicto antiquo» e «ab antiquo» — questa seconda compare due volte nello stesso periodo —, si alluda a un’epoca antecedente di duecento anni. A meno che antiquus non venga usato più con il senso di ‘anteriore, di prima, di un tempo’ che non di ‘antico’, e quindi si faccia riferimento ad una situazione precedente meno lontana nel tempo.
Una datazione più tarda probabilmente si concilierebbe meglio anche con il fitto di 44 libbre o lire di piccoli veronesi che il decano Ermanno affermava si pagasse «ab antiquo», perché i piccoli veronesi (Veronenses parvi) vengono menzionati in scritti soprattutto del XIII-XIV secolo, e ne Il Nuovo Pirona, alla voce pìzzul, si legge la seguente definizione concernente proprio le lire di piccoli veronesi: «Liris di pìzzui t. stor. = Lire (d’argento) di piccoli (veronesi = vuornês), moneta di conto del Patriarcato nei sec. XIII, XIV» [24].
Infatti, in base alle conoscenze in campo numismatico, relative ad attestazioni documentali d’ambito aquileiese, friulano o cadorino, si fa fatica a datare un primo pagamento d’affitto in lire di piccoli veronesi ai primi decenni del XIII, e a maggior ragione a fine XII secolo [25].
Si può comunque supporre che le 44 lire siano l’ammontare, ricalcolato in piccoli veronesi da Raimondo o più probabilmente un suo predecessore, del fitto fissato anteriormente in altra moneta (denari veronesi o frisacensi). Ma non è possibile che quella sia una somma pattuita alla fine dell’XI secolo, per cui «i tempi antichi» rievocati con la formula latina ab antiquo potrebbero non esser stati così remoti. Tutto sommato, una datazione al XII secolo risulterebbe appropriata per un precedente atto di concessione patriarcale, che forse è stato perduto, o forse non è mai stato redatto, visto che nel testo del 1296 Raimondo della Torre non vi fa alcun riferimento, bensì si limita a ricordare che il fitto di 44 lire gli è stato indicato dal decano di Sappada — tant’è che precisa: «se si trovasse che corrispondevano di più [più di 44 lire] ab antiquo, corrispondano di più», quindi più di 88 lire.
Non si può in effetti sapere se «ab antiquo» sia l’esatta traduzione di un’espressione usata dallo stesso Ermanno, che forse immaginava che le 44 lire fossero un fitto pagato dai Sappadini veramente «dai tempi antichi», oppure sperava che una tassa annuale corrisposta «ab antiquo» non dovesse esser modificata — aumentata — da Raimondo della Torre.
Quel che risulta certo è che nella somma da questi raddoppiata erano compresi il precedente fitto e la monetizzazione complessiva, sommaria, di «tutti gli altri obblighi, oneri e servitù» («angariis, perangariis et onoribus»). Si trattava, a quanto pare, di una cifra inferiore a quanto il Patriarca avrebbe potuto richiedere, qualora non avesse voluto prendere in considerazione le particolari difficoltà, le «privazioni» patite dai Sappadini a causa del clima rigido [26]. D’altra parte, nel documento in esame non vi è alcun cenno ad un possibile adeguamento della vecchia somma ad eventuali mutate condizioni economico-monetarie di fine XIII secolo.

Le notizie climatico-ambientali indicate nel «Privilegio», fanno pensare a condizioni climatiche peggiorate nel 1296 rispetto a quelle dei decenni precedenti e, a maggior ragione, dei decenni della prima colonizzazione tedesca: «ville de Sappada [...] site in loco frigido ac silvestri, ad quam propter nives validas et que pro majori parte, vel pro tribus partibus anni regnant in ipsa»; «tante propter in temperiem aeris frigiditatis existit» [27].
Si era molto probabilmente in una fase di ulteriore irrigidimento delle temperature, durante la fase fredda seguita al cosiddetto Periodo Caldo Medievale, protrattosi grosso modo dal IX al XII secolo (nel XII già si ebbero alcuni inverni particolarmente rigidi, specie nella seconda metà) [28]. È plausibile dunque che i Sappadini delle origini si siano trasferiti nella vallata in un periodo — nella prima metà del XII secolo, o già alla fine dell’XI — in cui le temperature erano ben più elevate.

Vanno qui segnalate poi alcune informazioni di rilievo contenute in quel documento:
a) la definizione di Sappada/Sapada come villa, cioè ‘villaggio’, senza alcuna menzione a quelle che oggi sono le borgate più vicine alla chiesa o a quella, più in alto, di Cima [29] («hominum ville de Sappada», «homines predicte ville», «Decanum dicte ville de Sapada», ecc.);
b) la possibilità di trasferirsi a Sappada offerta dal Patriarca a chi lo volesse («et aliorum omnium volentium se conferre ad habitationem ville predicte»), come se si trattasse appunto della conferma di una tendenza all’immigrazione già manifestatasi e autorizzata in epoche precedenti, nel XII-XIII secolo, e forse proprio attorno al 1270 [30].

3. L’insediamento di Sloveni Carantani.

In Sappada / Plodn (2002), in una nota [31], Peratoner ricorda l’ipotesi, formulata da Giorgio Piller Puicher in un suo libro del 1995 [32], secondo la quale nell’VIII secolo [33] vi sarebbe stata una colonizzazione iniziale duplice, ad opera di un gruppo slavo (arrivato attraverso la Val Degano) e di uno bavarese: il primo si sarebbe stanziato nell’area di Cima Sappada (il nome stesso di Sappada dipenderebbe da un slavo Sapadna ‘terra occidentale’ — su ciò si veda la Terza parte), il secondo in quella «lungo la vallata». In seguito avrebbe avuto luogo una graduale integrazione e assimilazione linguistica dei due gruppi, fatta eccezione «per alcune peculiarità superstiti e indiziarie di una loro differente origine». Peratoner rileva poi «che gli elementi prodotti a sostegno di tale ipotesi meriterebbero un ulteriore vaglio e approfondimento».

In alcuni articoli di Peratoner contenuti nel più recente Sappada/Plodn (2009), non si accenna però più all’insediamento nella conca di Sloveni Carantani né ai «toponimi a componente slavofona» o alle tracce di «radici paleoslave» riconoscibili in alcuni vocaboli sappadini, e ciò non si sa se per un eventuale ripensamento o piuttosto per esigenze di brevità [34].
Comunque sia, in via ipotetica i coloni tedeschi potrebbero esser stati preceduti da un nucleo di insediamento d’origine slavo-carantana, arrivato plausibilmente dalla valle della Gail (Lesachtal, Obergailtal, Untergailtal), piuttosto che dall’Alta Pusteria, dato che «il confine occidentale del territorio slavo era la la Chiusa di Lienz» (Lienzer Klause), presso Leisach, all’estemità orientale della Pusteria stessa [35], e «a ovest della Chiusa di Lienz e di Tilliach, l’elemento slavo non sembra esser stato di grande importanza» [36].

Le ipotesi di Piller Puicher e di Peratoner mi paiono in effetti puramente congetturali, sia perché ad un insediamento di sloveni alpini nella vallata sappadina non si accenna, a mia conoscenza, in alcun documento (né tradizione popolare), sia sulla base di quanto verrà precisato nel § 4. e nella Terza parte, sull’ipotetica origine slava del toponimo Sappada.
Lo stesso Peratoner d’altra parte, non ha potuto essere più esplicito sulle «peculiarità superstiti e indiziarie» e «gli elementi prodotti a sostegno» dell’ipotesi di Piller Puicher, che «meriterebbero un ulteriore vaglio e approfondimento» (e quindi forse qualcosa di più di un breve sommario accenno), perché questo autore in Storia di Sappada Longaplave (1995) si è limitato ad enunciare genericamente l’esistenza di alcune differenze tra gli abitanti di Cima e quelli di Sappada relativamente a «definizioni e denominazioni di oggetti e utensili, usi, ecc.», e ad affermare che «sono Carinziani molti vocaboli usati a CimaSappada [sic]», senza fornire alcuna esemplificazione di sorta [37].

A dire il vero, l’ipotesi di Piller Puicher sarebbe più verosimile se nella Val Degano e/o in altre valli della Carnia occidentale si fossero individuati altri toponimi d’origine slavo-alpina — indizio di qualche stanziamento medievale —, la qual cosa non mi risulta.
In effetti, Piller Puicher avrebbe individuato tre toponimi attribuibili agli Slavi: Sclavonchis (Povolaro, Comeglians), Sclavonesc (Vuezzìs, Rigolato), Scleva (Piani di Luzza = Cleva, Forni Avoltri) [38], che però non si sa da quale fonte siano tratti e non sono riportati né nella “carta topografica per escursionisti” Sappada - S. Stefano - Forni Avoltri (foglio 01) della Casa Editrice Tabacco, né ne Il Nuovo Pirona [39]. I primi due paiono derivati dal friul. sclavòn ‘schiavone’ (da sclâf ‘schiavo’, ‘slavo’), il terzo è probabilmente connesso al toponimo Cleva. Cfr. Pasiàn Sclavonèsc, attuale Basiliano (UD), in un territorio della Pianura Friulana centrale in cui attorno al 1000 si erano insediati coloni slavi su richiesta dei Patriarchi [40].
A quanto risulta, nel territorio del Ducato del Friuli gli Slavi dovrebbero aver effettuato più che altro delle incursioni, ma in epoca piuttosto antica, nel secolo VIII, incursioni quindi che vennero respinte dai capi longobardi. Gli insediamenti slavi si sono sicuramente avuti, invece, in Carinzia, lungo la valle della Gail — dalla quale, in teoria, attraverso il passo di Monte Croce Carnico e la Val Degano, sarebbero potuti provenire gli Slavi alpini stabilitisi sul pianoro di Cima Sappada.
Va qui ricordato quanto detto di recente da H.-D. Pohl sulla colonizzazione slovena e tedesca del Lesachtal: nell’XI secolo in questa valle — sulle cui vicende siamo informati da documenti solo a partire dal 1300 — vi saranno state un modesto numero di famiglie slovene provenienti dal Gailtal; «poi, nel XII secolo, si è sovrapposta una forte ondata di colonizzazione tedesca, proveniente dalla Val Pusteria, condotta dalla signoria terriera. La lingua tedesca si è affermata presumibilmente nel corso del XIII secolo. Non è molto chiaro se l’elemento romanzo del Lesachtal sia antico o offra la possibilità di pensare a contatti bavaresi-ladini più recenti.» [41]

4. I «toponimi a componente slavofona della zona» e i «vocaboli del dialetto sappadino, in cui si registra traccia di radici paleoslave».

La presenza di «alcuni toponimi a componente slavofona della zona, in particolare delle valli immediatamente a settentrione di Sappada» e di termini del sappadino nei quali «si registra traccia di radici paleoslave» — toponimi e vocaboli di cui A. Peratoner in Storia di Sappada non offre alcun esempio —, sembra accordarsi con la «toponomastica quasi del tutto tedesca» rilevata da M. Hornung, ma va detto però che la studiosa austriaca qui si riferiva probabilmente al ristretto numero di toponimi d’origine romanza (cadorina, friulana) da lei notato [42].
Va segnalato poi che nelle pagine dedicate a Sauris e Timau del sito www.isolelinguistiche.it e di Isole di cultura. Saggi sulle minoranze storiche germaniche in Italia, a cura di Christian Prezzi (2004), non si parla di toponimi o voci d'origine slava, la qual cosa si spiega facilmente pensando che in quei luoghi non si siano mai insediati gruppi di Slavi (o, meno verosimilmente, che famiglie slave giunte prima, siano state tedeschizzate più tardi dai Saurani e dai Timavesi).
Da tenere in debito conto anche la circostanza che nel Plodar berterpuich. Vocabolario sappadino-italiano / italiano-sappadino, di Marcella Benedetti e Cristina Kratter, ove nell’elenco delle abbreviazioni compare anche «sl. slavo», non sono riuscito a trovare alcuna indicazione di termini d’origine slava — può darsi che a causa di una lettura cursoria forse troppo rapida, non mi sia accorto della presenza dell’abbreviazione «sl.» in alcune voci [43]. Però, secondo la stessa Marcella Benedetti [44], è nei «toponimi slavi», «una manciata» in tutto, che si posson trovare dei termini slavi. E d’altra parte, nel paragrafo dedicato all’etimologia del Pladner Wörterbuch / Glossario Sappadino (1995), M. Hornung non accenna a termini d’origine slava [45].

Riguardo dunque a tali nomi di luogo — i «toponimi a componente slavofona» di Peratoner —, pare evidente che «le valli immediatamente a settentrione di Sappada» non possano essere le valli tra Sappada e il confine italo-austriaco (Val Visdende, Val d’Antola...), ma quelle oltre il confine. Ciò è confermato dallo stesso Peratoner in Sappada / Plodn (2002), ove l’ipotesi della «sacca» di Sloveni Carantani viene suffragata dalla presenza di «toponomi come Lesachtal e la stessa Luggau, che cadono immediatamente a settentrione di Sappada», ritenuti d’origine slava, precisamente da radici significanti ‘bosco’ e ‘palude’ [46].
Sta di fatto però che il Lesachtal e Maria Luggau non sono «immediatamente» a nord del territorio di Sappada, bensì da questo separati da una fascia di territorio appartenente al Comelico.

Sui nomi di luogo d’origine slava in valli situate oltre confine, si trovano in effetti informazioni nei lavori di H.-D. Pohl, il quale ne ha registrati uno solo relativamente alla parte carinziana delle Alpi Carniche — Raudenspitz(e) (ital. Monte Fleons) [47] —, ma un certo numero nella regione comprendente Lesachtal, Gailtal tirolese e Pustertal [48]: Lesachtal, Wodmaier, Nostra, Sittmoos, Pallas, Maria Luggau [49], Tilliach [50].
Per quanto concerne le voci sappadine di origine slava cui accenna Peratoner, che comunque dovrebbero essere veramente poche, in due suoi articoli — Die Slavia submersa in Österreich: ein Überblick und Versuch einer Neubewertung e Slowenisches Erbe in Kärnten und Österreich: ein Überblick [51] — H.-D. Pohl ne indica una, pur non riportandone la forma attuale: il sostantivo femminile pougate ‘tavolaccio, pancaccio, letto semplice (nelle capanne dei boscaioli o nelle malghe, riempito di fieno o ramoscelli)’ [52]. Si tratta di un prestito dallo sloveno pograd ‘struttura sul muro, che serve come telaio del letto; tavolaccio’, da cui deriva il tedesco dialettale Pograte (varianti Pogate, Grat), con gli stessi significati del vocabolo sappadino (e in più le accezioni di ‘superficie di appoggio rialzata, doppio fondo’). La comparsa e la diffusione di tale prestito nei dialetti del sud-est dell’Austria non si possono datare, dovrebbero comunque risalire a prima della fondazione dell’isola linguistica di Sappada, assegnata da Pohl al XIII secolo [53].
Sulla base di una sola voce d’origine «carantana» — ma la cosa in fondo poco cambierebbe se le voci fossero di più — mi pare in effetti difficile sostenere la tesi di una colonia pretedesca di Slavi alpini. Si potrebbe certo ipotizzare che questi, arrivati prima del 1000, siano stati in seguito assimilati (tedeschizzazione) nella conca di Sappada, non senza però aver trasmesso alla parlata locale sudbavarese alcuni loro termini, che sono stati ovviamente tedeschizzati. Oppure che degli slavi si siano tedeschizzati nelle valli carinziane di provenienza degli antenati dei Sappadini (ove sono attestati toponimi d’origine slava), durante il XII secolo (cfr. sopra il § 3.) o forse anche precedentemente, prima della migrazione delle famiglie di lingua alto-tedesca che avrebbero portato con sé traccia di qualche prestito slavo. Ma tutto ciò non risulta.

5. Le « permanenze stagionali», tra l’VIII e il X secolo.

In Sappada / Plodn (2002) Peratoner attribuisce a Giandomenico Zanderigo Rosolo l’ipotesi di una trasformazione di «permanenze stagionali nelle valli estreme del Cadore» (per sfruttare i pascoli) in «residenze ed insediamenti stabili»; questi cambiamenti sarebbero avvenuti in un arco di tempo piuttosto lungo: «tra l’VIII e il XII secolo», un periodo che pare più lungo ancora di quello indicato da Zanderigo Rosolo nella formulazione cui si rifà Peratoner: «È probabile che nello spazio di 3-4 secoli precedenti al XII, con la permanenza stagionale per il pascolo, si siano formati in queste valli estreme i primi villaggi» [54]. Tant’è che in lavori successivi [55] Peratoner anticipa la fine di quel processo di trasformazione al X secolo, anche per una maggior coerenza con la scelta di retrodatare al secolo XI la colonizzazione iniziale della conca sappadina da parte dei tedeschi.
Ma a quale popolazione saranno appartenuti quanti in epoca altomedievale, durante i mesi più caldi, sfruttavano i pascoli delle valli estreme del Cadore? Dovrebbe trattarsi, stando a Zanderigo Rosolo, di gente romanza del Centro Cadore (Auronzo, Domegge, Lorenzago...); ma non si può affatto escludere la presenza di pastori provenienti dalla Carnia (Canale di Gorto) o anche dal territorio dell’attuale Pusteria, dalla o attraverso la val di Sesto (e il passo di Monte Croce di Comelico) [56].

6. I «flussi migratori» di tedeschi.

In Storia di Sappada Peratoner ricorda l’infeudazione del Friuli — Cadore e territorio di Sappada compresi — a Sigeardo di Tengling avvenuta il 3 aprile 1077 [57], e subito dopo, continuando il capoverso, formula l’ipotesi di «alcuni flussi migratori» verificatisi «nei secoli successivi», flussi dai quali dipenderebbe, in buona sostanza, la parlata sappadina (come ho già indicato nel § 1.). Tali flussi sarebbero dunque posteriori alla data del 1077, non sarebbero inquadrabili nei secoli VIII-X — quelli delle «permanenze stagionali nelle valli estreme del Cadore [...] trasformate in residenze ed insediamenti stabili» —, secoli durante i quali invece, contemporaneamente, nella conca si sarebbero stanziati degli Slavi alpini [58] (giunti nell’VIII secolo, simultaneamente ai bavaresi, secondo la supposizione di Giorgio Piller Puicher). Si veda a tale proposito quanto rilevato supra nel § 3.
Indipendentemente da Peratoner, A. Leidlmair prospetta «movimenti migratori dall’alta Pusteria e dalla Lesachtal» successivi all’epoca della fondazione di Sappada, risalente alla seconda metà dell’XI secolo [59].

7. L’attività mineraria.

Peratoner — come già si è detto nei due paragrafi precedenti — accenna, in Soria di Sappada, a «permanenze stagionali» per il pascolo e probabilmente per le attività minerarie, che tra l’VIII e il X secolo «potrebbero essersi col tempo trasformate in residenze ed insediamenti stabili», tenuto conto anche della presenza di toponimi quali Monte Ferro e Vallone Rio della Miniera. La prima menzione di miniere di ferro risale però al 1334.
Maggiori informazioni si trovano in Sappada / Plodn (2002) [60] e Sappada/Plodn (2009) [61], ove si ipotizza che i primi stanziamenti abbiano riguardato il pianoro di Cima Sappada, anche perché da esso si può raggiungere più agevolmente il Vallone Rio della Miniera, per poi proseguire fino alla Cresta del Ferro, in una zona nella quale si incontrano toponimi quali «i nomi di Èrzpeidn (pianori delle miniere), Knoppmloch (buco del minatore) e dello stesso Ainspèrk (M. Ferro)» — menzionati nelle forme Erzpèidn/Eržpèidne, Knòppnloch/Knòppnlòch, Ainspèrck/Àis(e)npèrck in Sappada / Plodn (2002) [62] ed Erzpèidn, Knòppnloch, Ainspèrck in Documenti (2005) [63].
Nel documento del 1296 però non vi è alcun riferimento ad attività estrattive, mentre il primo cenno sulle miniere di ferro si trova in un documento del 2 febbraio 1334, in cui il patriarca Bertrando di San Genesio concede lo sfruttamento di una vena di ferro e la costruzione di un forno a «Bartholomeus dictus Zassus et Manfeus dictus Vallina de Furno de Cavrilis» [64]. Siamo in un periodo durante il quale si sta assistendo ad un notevole sviluppo delle attività estrattive e metallurgiche nella montagna veneta, specie nell’Agordino e nello Zoldano, tant’è che nel 1328 degli abitanti della Val Zoldana si erano spinti fino ad Avoltri per costruirvi un forno da ferro.
Da ciò si può supporre che lo sfruttamento (più organizzato, intensivo) dei giacimenti di ferro abbia avuto inizio nel XIV secolo, (ben) più tardi rispetto all’epoca di fondazione degli insediamenti stabili, vale a dire che le famiglie tedesche non migrarono nell’alta valle del Piave attratte tanto dalle risorse minerarie quanto da quelle pascolive e forestali.
Quindi, ai pastori romanzi frequentanti l’area sappadina in epoca altomedievale, dovrebbero esser subentrate, forse già nell’XI secolo (all’epoca di Sigeardo di Tengling ed Enrico di Augsburg, patriarchi di Aquileia e conti del Friuli), oppure nel XII secolo, più che altro famiglie di agricoltori-allevatori-boscaioli parlanti varietà bavaresi del medio alto tedesco provenienti dall’Alta Pusteria, dal vicino Tilliacher Tal o anche dal Lesachtal.


[1] Alcuni non citano le tesi di Peratoner perché presenti in lavori pubblicati perlopiù dopo i loro.

[2] Documenti per la storia di Sappada / Plodn. 1295-1907 (= A. Peratoner 2005) e gli articoli contenuti in Sappada/Plodn. Identità culturale di un’isola linguistica alle Sorgenti del Piave (= A. Peratoner, D. Isabella 2009: 15-78).

[3] L. Protto 2004: 179-80.
Secondo N. Denison è probabile che le famiglie provenissero, almeno in parte, dall’area di Kartitsch e Tilliach (nel Tirolo orientale, rispettivamente lungo il Gailbach e la Gail).
La parlata di Timau (appartenente alla « famiglia dei dialetti sud-bavaresi di tipo carinziano») risalirebbe alla fine del XIII secolo (cfr. F. Cattarin 2004: 223-4).

[4] L. Protto 2004: 196-7.
Stando alle attestazioni del XIII secolo, il tipo Fasenacht parrebbe però precedere quello Fasching. Infatti Fasching è termine bavaro-austriaco attestato dalla metà del XIII secolo nelle forme vaschanc, vaschang (1272, 1283, nella Passauer Weberordnung); Fastnacht, Fasnacht, Fasnet è attestato dal 1200 in forme quali vastnaht, vasnaht — questa seconda già nel 1206, nel Parzifal (VIII, 409, 9) di Wolfram von Eschenbach: an der vasnaht nie baz gestriten. Cfr. F. Kluge 1989, s. vv. Fasching, Fastnacht, e O. A. Erich, R. Beitl, K. Beitl 1996: 198-204.
Sulla voce Fasnacht, Heinz-Dieter Pohl (2002: 38-9, nota 8 = 2010: 1, nota 4) riferisce quanto segue:
dialettale vṓsenåxt ‘Fastnacht’ (dal m.a.t. vastenaht), che proveniva dall’ovest della Germania meridionale e che poi ha sostituito il bavarese più antico Fastgang > Fasching. Oggi ancora in Pusteria si dice Fas(e)nacht (cfr. Hornung 1964: 91), dall‘Iseltal verso est Fasching. Hornung (1964: 81, 95, 111) nomina per Assling e Kartitsch Fas(e)nacht, per Kals Fasching. — Ulteriori informazioni in Hornung 1972: 171f.
[5] M. Hornung 1995: 36.

[6] La maggior conservatività della parlata potrebbe forse esser dovuta ad un maggior isolamento più che non ad una migrazione avvenuta in epoca più antica. Cfr. A. Peratoner 2002: 131-2.

[7] A. Peratoner 2002: 135. M. Hornung faceva risalire la fondazione di Sauris al 1250 circa o un po’ prima (M. Hornung 1995: 36).

[8] M. Benedetti, C. Kratter 2010: 16.

[9] «La variante consisterebbe nella fonazione della palatovelare üa in uo a Sauris e ui a Sappada, riscontrabile nel dialetto della Val Pusteria (M. Hornung, Wörterbuch ..., cit.p.; ed. 1995, p. 36)» (A. Peratoner 2002: 135, nota 8).
Si tratterebbe però del m.a.t. úo passato a úi a Sappada, a úe a Sauris: si veda, ad es., m.a.t. guot ‘buono’ (ted. gut) > guit (Sappada), guet (Sauris); cfr. M. Hornung 1995: 36, H.-D. Pohl 2002: 61 e L. Protto 2004: 196.

[10] A. Peratoner 2002: 135. Cfr. anche, nella Prima parte, la nota 6.
La «ä medio-alto tedesca» è la ä metafonica (metafonia secondaria) che in bavarese è passata ad a «intorno all’ultimo ventennio del XIII secolo» — una «a chiara» rappresentata con il simbolo à —, mentre in sappadino si pronuncia ɛ (e aperta): si vedano, come esempi, la voce pèntl ‘nastrino’, diminutivo di pònt (m.a.t. bant, ted. Band), corrispondente al bavarese Bàndl, e la voce — proposta dalla stessa Hornung — mändl [mèndl ‘omino’, diminutivo di mònn], con ä m.a.t. «conservata come suono aperto ä», di fronte al mandl delle «regioni d’origine», con evoluzione ä > a. Cfr. M. Hornung 1995: 39, L. Protto 2004: 196, e H.-D. Pohl 2002: 61.
Nella sua raccolta di documenti sappadini, Peratoner riconosce che «le ipotesi linguistiche» della Hornung, «fondate su valutazioni di glottologia comparata ed evolutiva», non sono da ritenersi «destituite di qualsiasi valore e significato, dipendendo la scorrettezza del loro risultato (cioè la datazione sconfessata dal presente documento [il «Privilegio concesso dal Patriarca di Aquileia Raimondo della Torre», in data 27 dicembre 1296]), a nostro avviso, dalla sottovalutazione di alcune variabili (l’effetto ritardo e la stratificazione multipla dei flussi di immigrazione a Sappada, peraltro attestati storicamente) non tenute in considerazione dalla Hornung nella formulazione della suddetta ipotesi» (A. Peratoner 2005: 5, nota 16).

[11] A. Peratoner 2005: 4-5; A. Peratoner 2009b: 25, nota 26.

[12] A. Peratoner 2002: 56 e 131.

[13] A. Peratoner 2009b: 22.

[14] G. B. Pellegrini, in A. Angelini, E. Cason 1992: 28-29, e C. Malaguti (2001: 34) lo chiamano «Enrico detto Fauculucus».

[15] Nella sua Breve storia del Cadore, Giovanni Fabbiani rileva che Sappada «dal lato religioso fin dal 1119 dipende dalla badia di Moggio e dalla pieve di Gorto» (G. Fabbiani 1992: 47). A quell’anno risale in effetti la fondazione dell’abbazia di Moggio, nel cui documento viene nominata per la prima volta la pieve di Gorto, che venne proprio allora assegnata alla giurisdizione dell’abbazia, mentre, a quanto risulta, non vi è alcuna menzione di Sappada. Cfr. http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/allegati/30547/ACAU%20Fondo%20Moggio.pdf.

[16] A. Peratoner 2005: 2. La forma Comeglians riportata nel lascito è già identica a quella ufficiale attuale, si discosta infatti dal Comalgians e dal Gomeliano attestati in due documenti di poco posteriori (del 1300 circa e del 1308); cfr. G. Frau 1978: 51. Il Comelians menzionato negli altri lavori di Peratoner è uguale al toponimo friulano.
Come si vedrà anche più avanti, i documenti riprodotti nella raccolta di Peratoner presentano al loro interno forme oscillanti nei toponimi che potrebbero dipendere da incertezze o sbagli attribuibili non si sa quanto agli estensori piuttosto che ai trascrittori (senza che si possa escludere, forse in qualche caso, il curatore stesso della raccolta).

[17] A. Peratoner 2005: 5-7.
G. Fabbiani riassume così quel documento: «Il patriarca Raimondo il 27 dicembre 1296 concesse ai sappadini, in perpetuo, tutti i masi e le terre spettanti alla chiesa d’Aquileia posseduti da loro, con l’obbligo di pagare non più 44 lire veronesi, bensì, 88, assolvendoli da qualsiasi ulteriore imposta e ciò per il clima freddo di quel luogo» (G. Fabbiani 1992: 48).

[18] A. Peratoner 2009b: 22, 24.

[19] A. Peratoner 2002: 59-60.

[20] A. Peratoner 2009b: 24.

[21] A. Peratoner 2002: 54, 60-61.

[22] A. Peratoner 2009c: 29.

[23] A. Peratoner 2002: 52.

[24] Il «piccolo veronese» viene chiamato in friulano anche vornéis e vornês (G. A. Pirona, E. Carletti, G. B. Corgnali 1988: 772, 1294).

[25] Cfr. le pagine web http://www.lamoneta.it/topic/54958-nelle-tasche-degli-italiani-nellanno-1200/ e http://www.lamoneta.it/topic/88740-prime-attestazioni-di-piccoli-veronesi/.
In effetti, come mi ha confermato il professor Giandomenico Zanderigo Rosolo, prima del 1230, in area cadorina o in regioni limitrofe, non s’incontrano nei documenti «lire di piccoli veronesi», bensì «lire (di denari) veronesi» o «lire (di denari) di moneta veronese», come negli esempi seguenti (indicatimi dallo stesso Zanderigo):
– compravendita, 7 maggio 1145, Mis: «sei lire di moneta veronese» (VI libras Veronensis monete), edito da Ferdinando Tamis, Storia dell'Agordino. Vita religiosa, Belluno 1981, p. 204;
– compravendita, 18 ottobre 1156, Treviso: «nove lire di denari veronesi» (denariorum Veronensium libras novem), edito da Giuseppe Richebuono, Le antiche pergamene di San Vito di Cadore. I 224 documenti dell'Archivio comunale dal 1156 al 1420, Belluno 1980, p. 57;
– concessione di feudo, 1162, Prata: «300 lire veronesi» (CCC libras Veronenses), in Giovan Battista Picotti, I Caminesi e la loro signoria in Treviso dal 1283 al 1312, Livorno 1905, ristampa anastatica riveduta a cura di Giovanni Netto, Roma 1975, pp. 245-246;
– compravendita, 3 giugno 1163, Vedana: «sei lire di denari veronesi» (libras sex denariorum Veronensium), in Documenti antichi trascritti da Francesco Pellegrini, I, Belluno 1991, p. 198;
– compravendita, 23 settembre 1175, Monguelfo: «60 lire di denari veronesi» (LX libras Veronensium denariorum), edito da Fabbiani e poi da Giuseppe Richebuono, Ampezzo di Cadore dal 1156 al 1335, Belluno 1962, pp. 192-193;
– procura, 31 marzo 1177, Venezia: «210 lire veronesi» (CC et X libras Veronenses), in Documenti antichi trascritti da Francesco Pellegrini, I, Belluno 1991, p. 216;
– atto di vendita, 15 settembre 1188, Pieve di Cadore: «cento lire veronesi» (libras Veronenses centum), in G. Zanderigo Rosolo Appunti per la storia delle Regole del Cadore nei secoli XIII-XIV, Belluno, Istituto Bellunese di Ricerche sociali e culturali, 1982, pp. 241-2;
– investitura di decime, 29 gennaio 1207, Trento: «trenta lire di denari di moneta veronese» (triginta librarum denariorum Veronensis monete), edito in Le più antiche pergamene dell'archivio comunale di Condino (1207-1497), a cura di Franco Bianchini, Trento 1991, pp. 1-3);
– investitura feudale, 5 febbraio 1214, Trento: «fitto di 35 lire di moneta veronese» (fictum XXXV librarum Veronensis monete), edito in Le più antiche pergamene dell'archivio comunale di Condino (1207-1497), a cura di Franco Bianchini, Trento 1991, pp. 5-9).

[26] Il valore monetario di «tutti gli altri obblighi, oneri e servitù», in una situazione climatico-ambientale più favorevole, sarebbe forse dovuto ammontare a più di 44 lire.

[27] A. Peratoner 2005: 5.

[28] Cfr. P. Guichonnet 1986: 33, e http://www.meteoparma.com/news.html?news=152.

[29] A. Peratoner 2005: 6, nota 17.

[30] Cfr. A. Peratoner 2002: 61.

[31] A. Peratoner 2002: 51, nota 14.

[32] G. Piller Puicher 1995: 25-7.

[33] Piller Puicher — nello spazio di due pagine — indica però, per l’«insediamento permanente» a Sappada, due diversi periodi, il secondo compreso nel primo: il V-VIII secolo (p. 25) e il VI-VII secolo (p. 26) — questo secondo propone anche in G. Piller Puicher 1997: 5 —; e al tempo stesso indica, per l’arrivo e lo stanziamento degli Slavi a Cima, la seconda metà del VI secolo, ossia il «750» circa (p. 26).

[34] Cfr. A. Peratoner 2009c: 29.

[35] Cfr. http://members.chello.at/heinz.pohl/Landschaften.htm.
Nella carta G5 del Tirol-Atlas, «Die Sprachschichten in den Ortsnamen Tirols», allegata a K. Finsterwalder 1990, non compaiono nomi di località d’origine slava nel tratto austriaco della Pusteria fino al Kristeinerbach, attuale confine tra i comuni di Anras e Assling — Assling è infatti ritenuto «nome slavo»: la forma attestata Aznich deriverebbe dallo slavo jazen ‘frassino’. —, né nel tratto tirolese dell’alta valle della Gail (fino a Untertilliach), mentre ve ne sono diversi attorno a Lienz (il cui nome è pure slavo) e un po’ in tutto il bacino dell’Isel.
Secondo Adolf Leidlmair, gli Slavi penetrarono da est, dal «bacino carinziano», e si stanziarono nei fondivalle a partire dalla fine del VI secolo (A. Leidlmair 2002: 20).

[36] H.-D. Pohl 2002: 57.

[37] G. Piller Puicher 1995: 25-7.

[38] G. Piller Puicher 1995: 15.

[39] Nessuna traccia nemmeno in G. Frau 1978 e A. di Prampero 2001.

[40] Cfr. G. Frau 1978: 16.

[41] H.-D. Pohl 2002: 57-8.

[42] Secondo G. B. Pellegrini, è probabile che quando sono arrivati i tedeschi carinziani «la zona non fosse spopolata e che alcuni toponimi pretedeschi dovessero già esistere»; cfr. A. Angelini, E. Cason 1992: 28-9.
H.-D. Pohl fa notare che «solo nella parte più orientale, verso la Carnia, vi sono alcune antiche denominazioni romanze di alpi e monti, là dove precisamente si trovava anche quel terreno dissodato chiamato Sappada» (H.-D. Pohl 2002: 42-3 e 2010: 3).

[43] M. Benedetti, C. Kratter 2010: 34.

[44] Comunicazioni personali dell’Autrice.

[45] Cfr. M. Hornung 1995: 49-50. Si veda più sotto la nota 52.

[46] A. Peratoner 2002: 51.

[47] H.-D. Pohl 2002: 53-4.

[48] H.-D. Pohl 2002: 57-61.

[49] Luggau, Lukaw nel 1374, può significare ‘punto di guardia/osservazione’; cfr. lo slov. lukavati ‘osservare’. Luggau dunque non dipenderebbe da una voce slava *lug ‘palude, prato paludoso’. Cfr. H. D. Pohl, B. Schwaner 2007: 73 e D. Berger 1993, s. vv. Lauchhammer, Lugau.

[50] Tilium, quod vulgo Circinach vocatur (1075); forse dal «rom. tilia ‘tiglio’ (desinenza -ach rimodellazione slava, come rom. Circinach / Cercinago), il Circinach rom. è nome di dissodamento (Schwendrodung, rom. circinatu ‘Platz mit zum Schwinden gebrachten Bäumen’ (luogo con alberi fatti sparire [o diminuire])» (H.-D. Pohl 2002: 60-1; cfr. anche G. B. Pellegrini 1992a: 283, A. Draxl 2002: 82-3, A. Sacco 2002: 157-8).

[51] Consultabili ai siti: http://wwwg.uni-klu.ac.at/spw/oenf/KrtnJbPol_2005.pdf; http://wwwg.uni-klu.ac.at/spw/oenf/FS_Oresnik.pdf.

[52] M. Benedetti, C. Kratter 2010: 531. Le Autrici non accennano ad alcuna origine slava della voce pougate.
Invece, nel Pladner Wörterbuch / Glossario Sappadino (1995), M. Hornung precisa: «pougate, dallo slavo regionale alpino pograd, “tavolaccio, pancaccio”, ripreso in diversi dialetti austriaco-bavaresi per lo più come pograt o simile» (M. Hornung 1995: 372).

[53] Anteriormente alla sua introduzione nella parlata salisburghese, ad opera dei primi lavoratori del legno sloveni immigrati nel Salzkammergut.

[54] «G. Zanderigo Rosolo, Appunti per la storia delle Regole del Cadore nei secoli XIII-XIV, Belluno, Istituto Bellunese di Ricerche sociali e culturali, 1982 (Serie “Storia”, n. 10), p. 50», in A. Peratoner 2002: 51-2, nota 15.

[55] A. Peratoner 2004: 168; A. Peratoner 2005: VIII.

[56] Cfr. http://digilander.libero.it/zaccariar/origini.htm, A. Leidlmair 2002: 19-20, A. Sacco 2002: 134, 136-7, 140-1.

[57] Cfr. anche A. Peratoner 2009b: 21.

[58] Cfr. anche Peratoner 2002: 54.

[59] A. Leidlmair 2002: 21.

[60] A. Peratoner 2002: 56, 145.

[61] A. Peratoner 2009b: 25-6.

[62] A. Peratoner 2002: 56 (nota 15), 145.

[63] A. Peratoner 2005: 13.

[64] A. Peratoner 2005: 13.

martedì 24 aprile 2012

Sappada/Plodn. Prima parte


Il comune di Sappada, formato da 15 borgate situate nel tratto superiore dell’alta valle del Piave, costituisce un’«isola linguistica alloglotta» d’origine alto-tedesca medievale, così come le due «isole linguistiche germaniche di origine pustero-carinziana» di Sauris e Timau sorte in Carnia [1].
In mancanza di testimonianze storiche risalenti al periodo dei primi stanziamenti e delle fasi iniziali (ma anche immediatamente successive) dell’organizzazione della comunità sappadina, non è possibile determinare con precisione né quando né perché e come nacquero gli insediamenti medievali nella conca di Sappada.
Secondo la dialettologa austriaca Maria Hornung [2] (1920-2010), prima della colonizzazione tedescofona quell’area non era abitata, ma tutt’al più veniva usata «occasionalmente come pascolo alpino» da pastori romanzi, «altrimenti non ci [potremmo] trovare dinnanzi ad una toponomastica quasi del tutto tedesca». Sappada infatti «fu colonizzata sistematicamente e dietro richiesta delle autorità goriziane» [3] da famiglie provenienti «dall’area di Heimfels con Sillian, Kartitsch e Tilliach includendo l’alta valle del Lesachtal attorno a M. Luggau» (già in territorio carinziano [4]), come dimostrerebbero le particolari voci del lessico pusterese e le «fonazioni arcaico-pusteresi» riscontrate nella parlata sappadina, il plodarisch, dalla stessa studiosa, e i «confronti dialettologici condotti» in precedenza da studiosi austriaci quali Primus Lessiak ed Eberhard Kranzmayer [5].
Segue le conclusioni di Maria Hornung Heinz-Dieter Pohl: Sappada venne fondata nel XIII secolo, nel quadro della grande colonizzazione medievale diretta dai «Landesherren», nel caso specifico dai conti di Gorizia; il plodarisch risulta affine alle parlate della Pusteria, al dialetto in uso intorno a Sillian, da ciò si può desumere che gli antenati degli attuali Sappadini provenissero proprio dal Pustertal [6].

Altri studiosi non condividono o non sembrano conoscere, innanzitutto nei dettagli, oppure semplicemente non citano la tesi della Hornung sulla provenienza dei Sappadini proprio «dall’area di Heimfels» — prossima a quel Villgratental da cui, secondo un’antica leggenda, alcune famiglie sarebbero migrate nella valle di Sappada intorno al X o nell’XI secolo, per sfuggire alla tirannia dei conti di Heimfels (o Heinfels) [7]. Per lo più si sostiene infatti, in termini sostanzialmente generici, che il luogo d’origine sia o possa essere la Val Pusteria [8], oppure si parla di «insediamenti carinziani» [9] o anche soltanto di «una parlata di tipo pustero-carinziano» [10]. In questi casi si tratta quasi sempre di trattazioni sintetiche, in cui gli autori riservano necessariamente a Sappada e al sappadino solo pochi paragrafi.

Si è ancor meno d’accordo sulla datazione degli insediamenti. Per M. Hornung e H.-D. Pohl la colonizzazione sarebbe avvenuta, rispettivamente, attorno al 1270 o al 1275 [11]; altri propongono, approssimativamente, l’XI secolo (o la seconda metà del secolo) [12], il XII («verso il sec. XII» [13]), il XIII [14] (o la prima metà del secolo [15]) oppure il XIII-XIV secolo [16].

La datazione e la zona di provenienza indicate dalla Hornung vengono nel complesso rifiutate da Alberto Peratoner, e al tempo stesso dal «Comitato Unitario delle Isole Linguistiche Storiche Germaniche in Italia», in un articolo intitolato Storia di Sappada, che compare nel sito www.isolelinguistiche.it e in Isole di cultura. Saggi sulle minoranze storiche germaniche in Italia, a cura di Christian Prezzi (2004) [17], e che è stato riproposto (senza alcuna modifica di rilievo) come Breve storia di Sappada / Plodn, nella raccolta Documenti per la storia di Sappada / Plodn. 1295-1907 (2005) [d’ora in avanti: Documenti (2005)] [18]. In esso l’Autore ha condensato parte dei capitoli del suo precedente Sappada / Plodn. Storia, etnografia e ambiente naturale (2002) [d’ora in avanti: Sappada / Plodn (2002)].
Ne riporto qui di seguito i passi fondamentali riguardanti le origini di Sappada e le vicende più antiche collegate.
A questa datazione [1270 circa] si oppone in modo netto quanto è espresso inequivocabilmente nel primo documento esteso effettivamente tramandato, del 1296 (il primissimo, di appena un anno precedente, è una scarna indicazione di un lascito di due denari aquileiesi in ecclesia de Sapata da parte di tal Henricus Fantuluttus de Comelians), in cui il patriarca di Aquileia Raimondo della Torre investe perpetuamente i Sappadini dei masi e delle terre abitate, elevandone però la tassa in vigore sino ad allora, in riferimento a quanto “solevano corrispondere dai tempi antichi”. Se, dunque, nel 1296 si fa esplicito riferimento all’uso in vigore “dai tempi antichi”, non è neppure concepibile che il primo stanziamento della comunità datasse appena al 1270, ovvero neppure un trentennio prima.
Uno studio contestuale dei movimenti delle popolazioni in età altomedioevale, nella zona interessata, sembra suggerire, piuttosto, l’ipotesi di una retrodatazione dell’origine dell’insediamento di Sappada. [...] Per precisare le aree di rispettiva competenza [delle «diocesi di Aquileia e di Salisburgo»], nell’811 Carlo Magno fissò al corso della Drava il confine tra le due regioni metropolitiche. Per quanto dipese dalla diocesi di Salisburgo, l’evangelizzazione degli Sloveni Carantani andò di pari passo con la loro germanizzazione, ed è possibile ipotizzare che una sacca appartenente a questa stessa etnìa possa aver dato origine, in un periodo indefinito dei secoli successivi, all’insediamento della conca di Sappada. Questo sarebbe confermato da alcuni toponimi a componente slavofona della zona, in particolare delle valli immediatamente a settentrione di Sappada, nonché da alcuni vocaboli del dialetto sappadino, in cui si registra traccia di radici paleoslave.
Nel periodo in questione, tra l’VIII e il X secolo, permanenze stagionali nelle valli estreme del Cadore per il pascolo — e, potremmo aggiungere, per le attività estrattive — potrebbero essersi col tempo trasformate in residenze ed insediamenti stabili. In particolare a Sappada diversi toponimi testimoniano l’importanza dell’attività mineraria nell’area immediatamente a Nord dell’attuale insediamento, tra il Monte Ferro, i Laghi d’Olbe e il Vallone Rio della Miniera.
[...]
All’origine dell’abitato di Sappada potrebbe, inoltre, collegarsi quella del paese di Sauris, altra isola linguistica germanofona, posta a Sud di Sappada, rispetto alla quale è separata dall’interposta Val Pesarina. Tra i due paesi dovette esservi sin dai primi secoli del loro insediamento una certa comunicazione [...].
Il 3 aprile 1077 l’imperatore Enrico IV infeuda l’intero Friuli, Cadore incluso, al patriarca Sigeardo di Tengling; da questo momento il territorio della conca di Sappada rientra sotto la giurisdizione del Patriarcato di Aquileia. Nei secoli successivi alcuni flussi migratori potrebbero aver sovrapposto al nucleo originario slavo-carantano quella componente più nettamente germanofona affine alla zona di Sillian riscontrata dai dialettologi, destinata a prevalere e ad imporsi nell’impasto linguistico risultatone.
In un tale contesto di un insediamento ormai arricchitosi di successivi apporti di popolazione, trova posto il citato documento del 1296 — con la menzione di un fitto corrisposto “dai tempi antichi”, che obbliga a risalire indietro di almeno due secoli, e ancora oltre —, dal quale apprendiamo pure che Sappada doveva essere in quest’epoca organizzata in regolare unità amministrativa rappresentata da un decano per gli atti ufficiali.
Altri documenti del 1308 e 1318, emessi dalla signoria caminese, cui i territori cadorini erano stati subinfeudati, dispongono i termini della composizione di contese occasionate da molestie e vessazioni di piccoli potentati contermini, mentre in un documento del 1334 troviamo la prima menzione delle miniere di ferro a Sappada, che alcuni abitanti di Caprile chiedono di sfruttare rivolgendosi al patriarca Bertrando di San Genesio. [19]

[1] http://www.isolelinguistiche.it/plodnSappada.page; T. Telmon 1994: 932.

[2] Autrice del Wörterbuch der deutschen Sprachinselmundart von Pladen/Sappada in Karnien (Italien) (= M. Hornung 1972) e del Pladner Wörterbuch / Glossario Sappadino (= M. Hornung 1995).

[3] M. Hornung aveva anche affermato, in un suo articolo apparso nel 1984: «nella fondazione di Sappada si è certamente trattato di un insediamento pianificato da parte dei sudditi dei conti di Gorizia» (passo citato in A. Peratoner 2009b: 24-5, nota 25).

[4] Lungo il corso della Gail, l’ultimo comune del Tirolo orientale è Untertilliach, cui segue il comune carinziano di Lesachtal, comprendente Maria Luggau. Sulle affinità linguistiche, si veda anche M. Benedetti 2009: 141, nota 13.

[5] M. Hornung 1995: 35-8; A. Draxl 2002: 78-9; A. Peratoner 2002: 55 (nota 10), 61 (nota 26), 135; A. Peratoner 2009b: 20, 24-5; M. Benedetti, C. Kratter 2010: 15-6.
Anton Draxl, tra le voci comuni a Sappada e alla regione di provenienza, ne cita due: «l’impalcatura di legno per seccare i prodotti agricoli», che a Tilliach, Sappada, Sauris si chiama Keise (a Villgraten Keise è l’‘altalena’), mentre a nord e a sud del Brennero vien detta Köse; il vocabolo Ggörre ‘pecora madre’, usato in Pusteria, a Sauris e a Sappada (nella forma keire, cfr. M. Benedetti, C. Kratter 2010: 289), mentre nel Lesachtal Gorre è il ‘montone’.

[6] H.-D. Pohl 2002: 36-7, 61-2; H.-D. Pohl 2010: 1.
Pohl riporta alcuni aspetti linguistici comuni al plodarisch e alle parlate della probabile zona d’origine dei Sappadini: 1) m.a.t. uo > ui (Sappada e Pusteria — Tilliach incluso), ad es. m.a.t. bruoder > pruider ‘fratello’; 2) m.a.t. ei > ā (Sappada e regioni estese di Carinzia e Tirolo orientale, ad ovest di Anras — Tilliach escluso), ad es. m.a.t. geiz > gaass ‘capra’; 3) negazione icht [it, et, ette] (Sappada, Pustertal, Lesachtal) ≠ bavarese nit o net; 4) Jause ‘pranzo’ (Sappada, Tilliach, Lesachtal) ≠ ‘spuntino’ (Carinzia ed Est Austria).

[7] Cfr. A. Peratoner 2002: 54-6, e A. Peratoner 2009b: 19-21. Cfr. altresì http://www.plodn.info/sappada/sappada_plodn.html e http://www.isolelinguistiche.it/plodnSappada.page.
Adolf Leidlmair (2002: 21) ritiene che siano stati gli abitanti di Villgraten a fondare Sappada, nella seconda metà dell’XI secolo.
G. Piller Puicher (1995: 23) retrodata la fuga leggendaria da Heimfels al VI-VII secolo, cioè al periodo al quale fa risalire l’«insediamento permanente» nella conca sappadina (cfr. la nota 33 della Seconda parte).

[8] G. Gasca Queirazza et alii 1990: 604-5 (Carla Marcato) e T. Telmon 1994: 932.

[9] Cfr. G. B. Pellegrini 1984: 181, A. Angelini, E. Cason 1992: 28, e G. Marcato, F. Ursini 1998: 29.

[10] G. Francescato 1993: 319.

[11] http://www.isolelinguistiche.it/plodnSappada.page; H.-D. Pohl 2002: 36-7; H.-D. Pohl 2010: 2.

[12] A. Leidlmair 2002: 21.
In Paesaggio linguistico veneto, Gianna Marcato (1990: 205) scrive: «All’estremità nordorientale del Comelico, a ridosso della Carnia, sorge Sappada/Pladen, una delle antiche colonie carinziane presenti nel Friuli dal secolo XI, secondo alcuni, XIII-XIV secondo altri».

[13] C. Marcato, in G. Gasca Queirazza et alii 1990: 605.

[14] G. B. Pellegrini 1984: 181; A. Angelini, E. Cason 1992: 28; G. Marcato, F. Ursini 1998: 29.

[15] A. Draxl 2002: 78.

[16] G. Francescato 1993: 319; T. Telmon 1994: 932.

[17] A. Peratoner 2004: 167-9.

[18] A. Peratoner 2005: VII-XII.

[19] http://www.isolelinguistiche.it/plodnSappada.page; A. Peratoner 2004: 167-9. Sulle origini di Sappada e i documenti del XIII-XIV secolo, cfr. anche A. Sacco 2002: 146-7.

sabato 21 aprile 2012

Sappada/Plodn. Bibliografia e ringraziamenti

 

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Gino Zandonella Sarinuto, Dino Zandonella Sarinuto (2008): Il Ladino di Comelico Superiore, Gruppo Ricerche Culturali di Comelico Superiore, Crocetta del Montello.



Ringraziamenti

Si ringraziano per la collaborazione: Adriana Rossetto, Heinz-Dieter Pohl (Università di Klagenfurt), Dino e Gino Zandonella Sarinuto (Gruppo Ricerche Culturali di Comelico Superiore), Emma e Giandomenico Zanderigo Rosolo, Piergiorgio Cesco Frare, Fondazione Giovanni Angelini (Belluno), Igino Genova (Edizioni Tiziano, Pieve di Cadore), Max Pachner e Marcella Benedetti (Associazione “Plodar”, Sappada), LaMoneta.it, Iginio Romanin (Comune di Forni Avoltri), Margherita Serafini (Ufficio Informazioni di Falcade).

venerdì 7 ottobre 2011

Sulle gravi offese e accuse attestate in alcune «Leggi delle nazioni germaniche»



Per i Longobardi del VII secolo gli insulti più pesanti rivolti alle donne erano quelli di «striga» e «fornecaria», di cui trattano i capitoli 197, 198 e 376 dell’Edictum Rothari. Il 197 e il 376 inoltre, ci attestano la voce masca, usata nelle formule esplicative «strigam, quod est mascam» e «strigam, quem dicunt mascam», nelle quali si individua un’«alternativa» striga/masca plausibilmente interna al “latino”, come Piergiuseppe Scardigli ha evidenziato[1], con masca da ritenersi un probabile imprestito dal latino parlato al longobardo.
Poniamo pertanto a confronto quei tre capitoli.
197. De crimen nefandum. Si quis mundium de puella libera aut muliere habens eamque strigam, quod est mascam, clamaverit, excepto pater aut frater, ammittat mundium ipsius [...].

198. De crimen in puella iniectum qui in alterius mundium est. Si quis puellam aut mulierem liberam qui in alterius mundium est, fornecariam aut strigam [«histrigam», in C. Azzara, S. Gasparri 1992: 56] clamaverit, et pulsatus penitens manefestaverit per furorem dixissit, tunc praeveat sacramentum cum duodecim sacramentalis suos, quod per furerem ipso nefando crimen dixissit, nam non de certa causa cognovissit. Tunc pro ipso vanum improperii sermonem, quod non convenerat loqui, componat solidos vigenti, et amplius non calumnietur. Nam si perseveraverit et dixerit se posse probare, tunc per camphionem causa ipsa, id est per pugnam ad Dei iudicium decernatur. Et si provatum fuerit, illa sit culpabilis, sicut in hoc edictum legitur. Et si ille qui crimen misit, provare non potuerit, wergild ipsius mulieris secundum nationem suam componere conpellatur.

376. Nullus praesumat haldiam alienam aut ancillam quasi strigam, quem dicunt mascam, occidere; quod christianis mentibus nullatenus credendum est, nec possibilem ut mulier hominem vivum intrinsecus possit comedere. Si quis de cetero talem inlecitam et nefandam rem penetrare presumpserit, si haldiam occiderit, componat pro statum eius solidos 60, et insuper addat pro culpa solides centum, medietatem regi et medietatem cuius haldia fuerit.[2]
Nei primi due, il crimen, «nefandum», consiste in un esecrabile insulto nei confronti di una fanciulla o donna libera ­— grave all’incirca quanto l’arga (‘vile’, o piuttosto ‘invertito, effeminato’) rivolto a un uomo, di cui si dirà più avanti — da parte di chi ne detiene il mundius o di una “terza” persona. Offesa che consiste nel dare, nel primo caso, della «striga», anzi della «masca», nel secondo, della «fornecaria» (= ‘prostituta’, in senso lato) o della «striga»[3].
Il capitolo 376, che — secondo G. Barni, L. Capo e C. Azzara (ma non P. Delogu) — va considerato tra le aggiunte e integrazioni (capp. 367-388)[4], si occupa dell’omicidio di un’aldia o un’ancella altrui ritenuta, a torto, una «masca». A torto, perché non è possibile che una donna mangi un uomo vivo «all’interno», cioè ne mangi le viscere, o forse solo il cuore (oppure «dall’interno», come intendono alcuni, ma senza spiegare tale espressione[5]).
Mentre nel capitolo 197 nulla è indicato dell’attività delle «mascae», qui vien detto che si nutrono, in qualche modo, di carne umana; sembra quasi di sentire nel cap. 376 — se è vero che è stato aggiunto in seguito — l’eco di dolorose vicende accadute di recente, che hanno richiesto un “aggiornamento”, giacché ora non si tratta più soltanto di gravi calunnie nei confronti di donne libere — calunnie non so quanto punite se rivolte a semilibere e serve[6] —, bensi di uccisioni di aldie o ancelle presunte «mascae» divoratrici di carne umana. Uccisioni solo di aldie e ancelle; le donne di condizione libera avranno forse subito da qualcuno soltanto nefande ingiurie[7].
Poiché nel cap. 193 si pone l’eventualità che la donna o fanciulla così insultata possa essere riconosciuta «culpabilis» (tramite il duello), si potrebbe concludere che una donna libera, per i Longobardi, avrebbe potuto disonorare se stessa e la propria famiglia come «striga» o prostituta/fornicaria (ma erano probabilmente le violenze subite a costringere alla prostituzione)[8].

Di «fornicazione volontaria» da parte di fanciulle o donne libere, tratta poi il cap. 189[9]: è questo in effetti il capitolo cui rinvia il passo «sicut in hoc edictum legitur» del cap. 198. Rimane pertanto privo di riscontro il caso di colpevolezza della donna libera accusata di essere una «striga»; oppure, essendo tale colpa assimilabile a quella di «fornecaria», innanzi tutto forse perché associata alla «sfera sessuale»[10] (cfr. infra quanto riportato di simile dalle norme di altre genti germaniche), il cap. 189 dovrebbe valere per entrambe le forme di colpevolezza (in primo luogo nello stabilire: «potestatem habeant parentes in eam dare vindictam»).

In realtà il termine masca è presente solo nei capp. 197 e 376: nel primo, non si parla di un’accusa che possa essere dimostrata: forse tutti sanno — o meglio, dovrebbero sapere — che una «mulier» (libera, aldia o ancella che sia) non può essere una «masca», come poi è stato rammentato o precisato dal cap. 376?
Si potrebbe ipotizzare pertanto che l’Editto attesti l’esistenza di credenze relative a due tipi di «strigae»: le prime (cap. 198) sono dedite a pratiche malefiche in genere, sulle quali però nulla vien detto; le seconde son chiamate «mascae» (capp. 197 e 376). L’alternativa striga/masca, interna al latino, allora non risulterebbe veramente di tipo sinonimico.
Tale ipotesi tuttavia contrasta, se non altro, con la natura sinonimica fin qui attribuita un po’ da tutti a formule quali «strigam, quod est mascam» e «strigam, quem dicunt mascam», e con una certa ambivalenza semantica riconoscibile nel termine striga usato nelle altre legislazioni germaniche altomedievali[11].

Dell’insulto di arga, rivolto a un uomo, tratta il capitolo 381 dell’Editto: «Si quis alium “arga” per furorem clamaverit et negare non potuerit et dixerit, qod per furorem dixisset, tunc iuratus dicat, quod eum arga non cognovisset; postea conponat pro ipso iniurioso verbo solidos duodecim. Et si perseveraverit, convincat per pugnam, si potuerit, aut certe conponat, ut supra.»[12]
Claudio Azzara e Lidia Capo, traduttori rispettivamente dell’Editto di Rotari e della Storia dei Longobardi, danno al longobardo arga i significati di ‘vile, vigliacco’ e ‘vile, sciocco’[13]. Elio Bartolini (in Paolo Diacono 1988: 279) sembra propendere per ‘vile’; Paolo Delogu (1980: 63) preferisce “inetto”. Azzara inoltre, spiega così la sua scelta: «è ben comprensibile come l’accusa di vigliaccheria venga percepita come la più infamante che si passa rivolgere ad un uomo libero da una cultura a fondamentale connotazione militare quale è quella longobarda».
Nell’episodio narrato da Paolo Diacono nel Libro VI, Cap. 24, della sua Storia, il duca del Friuli Ferdulfo «apostrofa» con tali parole lo sculdahis Argait che non era riuscito a raggiungere alcuni slavi ladri di pecore: «Quando tu aliquid fortiter facere poteras, qui Argait ab arga nomen deductum habes?»; parole che Lidia capo traduce, un po’ liberamente, con: «E quando mai potevi fare qualcosa di buono tu, che sei Arga di nome e di fatto?» (Bartolini invece preferisce rendere fortiter con «valorosamente»). Nel seguito del racconto, però, Argait, che era in effetti «vir fortis» («uomo valoroso», nella versione della Capo), ha modo di dimostrare veramente tutto il suo valore, un valore però inutile, anzi pernicioso, perché decidendo di attaccare un esercito di Slavi, accampato «in summo montis vertice», per la via più diretta, dura ed esposta, trascina con sé verso una morte sicura Ferdulfo e l’intera nobiltà del Friuli, che per puntiglio non vogliono apparire meno valorosi di Argait.
Ebbene, è necessario ricordare che Paolo Diacono compose l’Historia Langobardorum alla fine dell’VIII secolo (all’incirca fra il 788 e il 796[14]), mentre le vicende narrate in H. L., VI, 24 riguardano i primi anni del secolo. Al contrario, l’Editto di Rotari è del 643, fermo restando che, se il cap. 381 va considerato tra quelli aggiunti successivamente (capp. 367-388), potrebbe essere sì posteriore, ma non tanto da documentare una concezione ideologica, una mentalità ancor più cristianizzate, dei valori fondamentali, dei concetti socio-culturali comuni diversi da quelli che caratterizzano l’insieme dei capitoli 1-366 (la qual cosa tutto sommato vale anche per il cap. 376).
Se dunque dalla promulgazione dell’Editto alla composizione della Storia è trascorso circa un secolo e mezzo, ma solo una sessantina d’anni separa la morte di Argait dall’Editto e un po’ meno di un secolo la composizione della Storia dalla morte di Argait, perché non pensare che Paolo Diacono sentisse nell’epiteto di arga un insulto ormai diversamente recepito rispetto ai tempi di Rotari, e forse a quelli di Argait stesso? La sua potrebbe essere la testimonianza di come quel termine, usato dopo il 643 per almeno una sessantina d’anni e conservatosi — grazie all’Editto stesso —, e forse usato, per altri novant’anni circa, con l’evolversi della situazione culturale e sociale, con l’integrazione, anche sul piano religioso, si sia “banalizzato”, abbia cioè perso la sua denotazione originaria e mantenuto una sua connotazione più “ovvia”, più accettabile, che ipotizzo debba essere proprio quel ‘vile’ che Azzara e Capo (come pure Scardigli[15]) attribuiscono all’arga dello stesso Editto di Rotari.
Ma che avrà potuto significare questo termine longobardo originariamente? E attorno al 643? E perché nel cap. 381 non viene glossato con una voce latina?

Michel Rouche, occupandosi degli insulti infamanti puniti dal Pactus Legis Salicae, cap. XXX: De convitiis (convitium = ‘oltraggio, ingiuria’), capitolo presente nella prima redazione (anni 507-511) — di poco dunque posteriore alla conversione di Clodoveo —, li novera tutti e otto: dal più disonorante, vale a dire quello di «prostituta» (cui corrispondevano 45 soldi di ammenda), a quello di «pederasta» (15 soldi) e alle altre ingiurie, tutte e sei da Rouche ritenute meno gravi alla stessa stregua (tre soldi): concagatus (reso con «fruga-merda»), «volpone», «traditore», «spione», «lepre» e l’accusa di aver gettato via lo scudo ed esser fuggiti dal campo di battaglia[16].
Le parole oltraggiose usate nei sette paragrafi in cui è diviso il capitolo XXX del Pactus sono dunque rivolte tutte a uomini tranne in un caso; le riporto qui sotto nell’ordine e nella forma morfosintattica con cui compaiono nel testo edito da Karl August Eckhardt[17], assieme alle definizioni lessicali dell’editore (termini tedeschi), alle glosse malbergiche (da «mallobergo = gerichtlich», ‘in giudizio, legalmente’: «mallobergus = Gerichtsstätte», ‘sede di tribunale’[18]) inserite nel testo stesso nella lingua dei Franchi — le prime tre in tempi successivi: risalgono agli anni 511-533 e 567-593 —, a mie interpretazioni e notazioni.

A) [par. 1] «cinitum»: «cinitus = Buhlknabe» [‘ragazzo amante, prostituto’; cinitus pare deformazione del lat. cinaedus (> italiano cinedo)][19];
«mallobergo quintuc sunt»; quintuc = «Hundsfott» [espressione tedesca volgare, dal significato di ‘potta di cagna (in calore)’][20]; nel manoscritto K 79 si legge la glossa: «id est arga».
B) [par. 2] «concagatum»: «concagatus = Scheißkerl» [‘merdoso, cacone, vigliacco’][21].
C) [par. 3] «meretricem»: «Si quis mulierem ingenuam, seu uir seu mulier, alteram meretricem clamauerit et áeiñ non potuerit adprobare, [mallobergo strabo], MDCCC denarios qui faciunt solidos XLV culpabilis iudicetur».
In questo paragrafo si specificano dunque tre condizioni, delle quali due necessarie: 1) l’accusata è una donna libera («ingenua»); 2) se l’accusatore non può provare la sua accusa, si ha una «calunnia» («mallobergo strabo»: strabo = «Verleumdung», ‘calunnia’[22]), che richiede la composizione di 45 soldi; 3) la terza è un’alternativa: ad accusare può essere anche un’altra donna («seu vir seu mulier»).
D) [par. 4] «uulpem».
E) [par. 5] «leporem».
F) [par. 6] «quod scutum suum iactasset, [et fuga lapsus fuisset]».
Anche qui è indicata la condizione necessaria dell’impossibilità di provare l’accusa, cioè la sua realtà calunniosa, di «mallobergo austrapo»: austrapo = lose strabo = «lügnerische Verleumdung», ‘calunnia menzognera’[23]; inoltre si specifica che l’accusatore è un «uomo libero» («Si quis homo ingenuus alteri inputauerit, quod [...]»).
G) [par. 7] «delatorem aut falsatorem»: «delator = Denunziant», ‘delatore’; «falsator = Fälscher», ‘falsificatore’;
falsator è piuttosto ‘colui che falsifica’ la realtà usando la parola: il “mentitore”, il “falso testimone” (e presumibilmnte lo “spergiuro”[24]);
«mallobergo leodardi sunt»: leodardi = «Mannbuße», ‘indennizzo personale’.
Anche per questi insulti è indicata la condizione necessaria di cui ai parr. 3 e 6, ma l’ammenda prevista è di 15 soldi, non tre (e nella bibliografia che correda il saggio di Rouche è segnata proprio l’edizione del Pactus a cura di Eckhardt).

Anche l’epiteto «pederasta», forse dovuto al traduttore (Gabriella Vèrnole), a mio avviso non è esatto, perché se mantiene l’ingiuria nell’ambito sessuale, purtroppo non rende il senso tradizionale del termine germanico cui credo si riferissero gli estensori del Pactus Legis Salicae. Tale voce è arga, o meglio, il corrispettivo dell’arga longobardo, che presumibilmenie aveva la stessa forma[25].
Julius Pokorny cita come voce a.a.t. ar(a)g, attribuendole i significati di ‘vigliacco, indolente, infame, cattivo’. Assieme al gr. orkhéō, -éomai (‘metto in moto; danzo’), all’ags. earg, all’a. isl. arg [norr. argr], ragr ‘effeminato, voluttuoso, cattivo’, e poche altre, la considera derivata dalla radice ie. *ergh-, ‘scuotere, agitare, tremare’, oppure *er- con ampliamento, ‘mettere in movimento’[26]. Più suggestivo però — perché si rimane nell’ambito sessuale — mi pare l’accostamento con il greco orkhis ‘testicolo’, avestico ərəzi ‘scroto’, a. scandinavo ögurr («per *örgurr») ‘pene’, riproposto in G. Dumézil 1986: 218, nota 2. Una simile associazione ritiene possibile anche Jan de Vries: l’ögurr del composto ögurstund, significante forse ‘ora di voluttà’ (in Völundarkviða 41), potrebbe valere ‘membrum virile’ e derivare da una forma *örgur confrontabile col gr. órkhis e con argr [27]. Pokorny invece riconduce órkhis e ərəzi- a un ie. orĝhi-, r̥ĝhi- ‘testicolo’ e non prende in considerazione ögurr[28].
Il significato originario di arga doveva essere vicino a quello di ‘omosessuale passivo’, contrapposto alI’‘attivo’, che, sia pure con qualche dubbio, possiamo riconoscere nel latino popolare concagatus (rispettivamente: 15 e tre soldi di ammenda)[29].

È da notare che quella specie di gerarchia delle colpe che si forma, o meglio ci formiamo, sulla base delle diverse entità delle ammende, non è evidenziata dai compilatori del Pactus nell’elencazione delle ingiurie, poiché la più pesante quanto ad ammenda compare nel terzo paragrafo, e si trovan nell’ultimo delle ingiurie indennizzabili con 15 soldi: la disposizione, dunque, lascerebbe intravvedere una bipartizione “ambito sessuale” – “ambito del coraggio e della lealtà’ (parr. 1-3 – parr. 4-7), nella quale solo il primo[30] riguarderebbe anche le donne, giacché si tratta della sfera sessuale, mentre coraggio (non solo in battaglia) e lealtà erano virtù prettamente maschili, ovvero erano richieste agli uomini nei rapporti sociali.
Si può ancora rilevare che, in base alle ammende, fossero ritenute più gravi le accuse di delazione/falsità rispetto a quelle di codardia — cfr. il cap. 33 del Pactus Alamannorum, che punisce una donna che abbia chiamato subdulo un uomo: in quella legge è l’unico caso, credo, di ingiuria da donna a uomo[31]. Manca invece nel cap. XXX del Pactus Legis Salicae, per le donne, quell’insulto di «striga» che ci si aspetterebbe in un capitolo dedicato ai convitia, ma che compare invece nel par. 2 del capitolo LXIV, De herburgium («Sul servitore di streghe»[32]):
Si quis <vero> mulierem <ingenuam> striam clamauerit aut meretricem et non potuerit adprobare, mallobergo faras [= «Fahrende», ‘(donne) che viaggiano’, ‘vagabonde’, riferito appunto a striae/meretrices[33]], <MMD> denarios qui faciunt <in triplum> solidos (C)LXXXVII et semis culpabilis iudicetur.
Salta qui agli occhi come l’ammenda per l’accusa di meretricio sia stata all’incirca quadruplicata rispetto a quella del par. XXX, la qual cosa potrebbe spiegarsi solo ipotizzando che il cap. LXIV o il solo par. 2, o soltanto le parole «aut meretricem», siano un’aggiunta, un’integrazione successiva: in effetti il titolo De herburgium è attinente al solo par. 1. e i tratti «aut meretricem» e «mallobergo faras» risalgono alla redazione degli anni 567-93 (regno di Gontrano o Childeberto II).
Su varie particolarità del capitolo XXX stesso, comunque, non mi pare si riesca a trovare sempre qualche spiegazione certa (ma forse è sbagliato ricercare sistematicità e coerenza in una Lex di un popolo germanico agli inizi del VI secolo). Innanzi tutto, perché non vien posta nel par. 1 (e nel par. 2) la possibilità di provare l’accusa di omosessualità rivolta ad un altro, come se presso i Franchi Salii, agli inizi del VI secolo, verso chi era omosessuale 1) non si potesse formulare l’accusa di omosessualità, ché non aveva senso sul piano giuridico, 2) non si dovesse rivolgere l’insulto di «cinitus» (e di «concagatus»), ingiuria che, comunque, era punita? La società franca dunque, non ancora cristianizzata, riteneva infamante l’omosessualità passiva (e quella attiva) ma non la puniva?

La prima testimonianza riguardante l’omosessualità passiva presso i Germani la si ritrova in Tacito, in Germania, XII: «Distinctio poenarum ex delicto: proditores et transfugas arboribus suspendunt, ignavos et inbelles et corpore infames caeno ac palude, iniecta insuper crate, mergunt» («La differenza delle pene dipende dal reato. l traditori e i disertori vanno impiccati a un albero, i vigliacchi, gli imbelli e gli invertiti tuffati nel fango d’una palude con una stuoia in testa»[34]).
Come ha ben rilevato Bernard Sergent, gli antichi Germani erano bisessuali (così pure gli antichi Greci, i Romani e altri popoli indeuropei dell’Antichità), cioè ammettevano la pederastia, la relazione tra un adulto e un adolescente (come in Grecia tra erastès e eròmenos), e disprezzavano gli adulti omosessuali passivi: ce lo fanno capire Tacito, che usa l’espressione «corpore infames», e Ammiano Marcellino, in Rerum Gestarum, XXXI, 9, 5, riferendo dei costumi dei goti Taifali[35].
Ma è soprattutto nelle saghe islandesi e nei Carmi Eddici che si rintracciano vari riferimenti all’omossessualità, indispensabili per delineare un quadro più chiaro e completo sulle concezioni e le consuetudini delle genti germaniche e degli stessi Longobardi.
All’arga longobardo corrispondono in antico nordico gli aggettivi argr, ragr ‘effeminato, (uomo) sessualmente passivo’ e i sostantivi ergi, regi ‘omosessualità passiva’ — il verbo at serða designava quella attiva. Lo stesso seiðr, insegnato da Freyja, sorella di Freyr, ai Vani — dei tacciati appunto di «perversità sessuale» e il cui culto era caratterizzato da «trasgressioni sessuali» — e praticato da Odino (Óðinn), era un tipo di magia «che s’associava ad una condizione cosi effeminata, che gli uomini non potevano dedicarvisi senza perdervi tutto l’onore, e che, per questa ragione, era insegnato alle sacerdotesse».
Anche nell’antica società scandinava la peggiore ingiuria consisteva nel chiamare un uomo «effeminato», ragr, ingiuria che veniva punita dalle leggi islandesi, svedesi, norvegesi. Ma Régis Boyer[36] ­afferma che «il termine più insultante» conosciuto dall’antico scandinavo era quello di «lupo» (vargr), riferito a chi veniva condannato alla proscrizione, cioè veniva escluso dalla collettività, con l’imposizione di mutare quasi la propria condizione umana in quella ferina di lupo[37].
«La saga di Harald Hȧrdrȧdes» [Haraldr Harðráði[38]] (re norvegese dell’XI secolo) ci documenta l’esistenza della prostituzione omosessuale, mentre in un’altra si parla di «imposta per argr», argaskattr. Le saghe e l’Edda poetica, inoltre, ci testimoniano l’abitudine di rispondere a quell’oltraggio con una «contro-calunnia simmetrica». Nella Lokasenna Odino e Loki si rinfacciano a vicenda, rispettivamente, la metamorfosi (di Loki) in donna [«là, tu hai partorito dei figli»] e la «femminilizzazione» (di Odino) nella pratica del seiðr [«e tu battesti sul vétt come le streghe; / sotto la forma di una strega andasti tra i popoli»][39].
Degno di nota il fatto che, nel periodo della cristianizzazione, venisse mossa ai cristiani l’accusa di comportarsi come donna — ergi, appunto — dai pagani che, presumibilmente, nel «perdono» e nell’«umiltà» affermati innanzi tutto dai missionari, riconoscevano valori antitetici a quei principi quali la «vendetta» e l’«affermazione del proprio diritto», che regolavano le società scandinave nel X secolo[40].

Se quanto detto finora consente di affermare con una certa sicurezza che il cinitus del Pactus Legis Salicae corrisponde a quel tipo di insulto maschile, appartenente alla sfera sessuale, che le testimonianze scritte dell’Antichità e del Medioevo ci documentano per le genti germaniche pre-cristiane, a maggior ragione si può esser sicuri del valore originario di ‘maschio trattato da donna’ attribuibile al logobardo arga.
Ho motivate convinzioni che tale valore si fosse conservato almeno fino all’epoca di Rotari, poiché nell’Editto sono presenti solo i più infamanti tra gli insulti disonorevoli di tradizione germanica, inerenti («invertito», «prostituta») o connessi («strega») alla sfera sessuale, quali sono testimoniati nelle leggi di altri regni romano-germanici e nella letteratura nordica antica. Di sicuro un po’ gli effetti della cristianizzazione si erano già fatti sentire sul comportamento sessuale; probabilmente nel 643 le relazioni omosessuali giovani-adulti erano in forte calo, innanzi tutto perché non avevano più l’antica funzione iniziatica, pedagogica messa in luce da B. Sergent. La bissessualità, un tempo diffusa tra le genti germaniche, allora era repressa, combattuta — non so con quanto successo — dagli uomini di Chiesa, che nei Penitenziali imponevano la purezza, condannando innanzi tutto la sodomia, l’adulterio (in accordo con il paganesimo), ogni genere di fornicazione e di violenza[41].
Che sia dovuto all’imbarazzo di cristiani o alla generale conoscenza (e diffuso impiego) del termine, il non aver glossato con espressione latina il longobardo arga? Anche Bonifacio di Magonza (675 c.a-754), nel suo Sermone XV: De abrenuntiatione in baptismate, nel noverare — senza una individuabile graduazione e staccando la “sessualità” dalla “strigoneria” — parecchi tipi di «opera diaboli», evita di nominare esplicitamente l’omosessualità, facendola rientrare, come sembra, tra le pollutiones (mentre per fornicatio si può intendere la ‘prostituzione’ in senso lato): «Ordunque, quali sono le opere del diavolo? Esse sono la superbia, l’idolatria, l’invidia, l’omicidio, la denigrazione, la bugia, lo spergiuro, l’odio, la fornicazione [fornicatio], l’adulterio, tutte le polluzioni [omnis pollutio], i furti, la falsa testimonianza, la rapina, la gola, l’ebbrezza, i turpiloqui, le dispute, l’ira, i venefici, ricercare incantesimi e sortilegi [incantationes et sortilegos exquirere], credere alle streghe e ai finti lupi [strigas et fictos lupos credere], abortire, essere disobbedienti ai signori, avere amuleti. Queste e cose simili sono le malvagie opere del diavolo»[42].
D’altra parte, L’Edda poetica — in Völuspá, str. 39 (X secolo) — prevedeva la punizione dopo la morte, nel luogo “infernale” chiamato Náströnd[43], di sole tre categorie di malvagi: gli spergiuri, gli assassini (quanti uccidevano senza farsi riconoscere) e i seduttori delle mogli altrui[44].

Certo l’Editto di Rotari non prevede punizioni per le relazioni omosessuali e neppure le prende in considerazione, eccezion fatta per l’allusione contenuta nell’arga, bensì tratta di incesto (cap. 185: sono le donne imparentate a subire il legame illecito), di «violenza» nei confronti di donne libere (capp. 186-7), di fornicazione volontaria da parte di ragazza o donna libera (cap. 189), di adulterio (capp. 211-2), come se fosse solo la donna, tra i liberi, a subire violenze di carattere sessuale la cui gravità richieda una codificazione scritta.
Però la Legge dei Visigoti, «edita» da Recesvinto nel 654 — un ventennio dopo l’Editto di Rotari, risalente al 643 —, «renovata» da Ervig nel 681 e integrata da Egica qualche anno dopo, puniva, nel Libro III, 5, 4 e III, 5, 7, «masculorum concubitores» e «sodomiti» con la «castratio»[45].
È poi alquanto significativo il fatto che, nei racconti dell’antica Scandinavia e d’Islanda, le pratiche magiche, la stregoneria — sulla cui natura, sulle cui forme però bisognerebbe ulteriormente indagare — siano collegate ad eccessi e trasgressioni sessuali, cioè appartenenti alla terza funzione indeuropea “duméziliana”, quella della fertilità-fecondità, rappresentata proprio dai Vani Njörðr, Freyr e Freyja[46]. Tale collegamento, una volta spiegato, per quanto possibile, in tutti i suoi aspetti, getterebbe forse una più intensa luce anche sui capitoli XXX e LXIV del Pactus Legis Salicae e sui capitoli 381 e 198 dell’Edictus Rothari.

Se confrontiamo quei due ultimi capitoli, emergono in ogni modo alcune differenze e/o analogie e parallelismi:
a) qualcuno chiama («clamaverit») un altro arga: «iniuriosum verbum» — qualcuno chiama («clamaverit») una ragazza («puellam») o una «donna libera» («mulierem liberam») sotto il mundio altrui, «prostituta o strega» («fornecariam aut histrigam»): «nefandum crimen» («accusa nefanda»);
b) l’insultante è «in preda all’ira» («per furorem») — l’insultante è «in preda all’ira» («per furorem»);
c) se l’insultante ammette ciò e giura che l’altro, a sua conoscenza, non è arga, paga poi 12 soldi («solidos duodecim») di composizione — se l’insultante ammette ciò e il suo pentimento, e giura, assieme a dodici suoi sacramentali (uomini liberi co-giuranti), che era mosso dall’ira e senza alcuna motivazione certa («non de certa causa cognovissit»), paga poi 20 soldi;
d) se l’insultante insiste, deve dimostrare in duello («per pugnam»), se può farlo, che l’attribuzione dell’epiteto è fondata — se l’insultante insiste e sostiene di poter provare l’accusa, deve dimostrarne la fondatezza mediante un duello («per pugnam»), cioè ricorrendo al giudizio di Dio,
e) altrimenti, se non può provarlo, paga i 12 soldi — altrimenti, se non può provare l’accusa, deve pagare il guidrigildo («wergild») dell’accusata.
Purtroppo nell’Editto di Rotari non sono contemplati, come ho già rilevato, altri tipi di accusa o insulto infamante, che assieme avrebbero potuto costituire una gerarchia comparabile con quella del Pactus Legis Salicae evidenziata da Rouche. Ciò nonostante, mi pare ragionevole sostenere che le analogie e l’unicità più che a due distinte formulazioni da parte di redattori diversi o in momenti diversi, fan pensare ad una redazione dei due capitoli avvenuta nello stesso momento o in due distinti momenti, però ad opera di uno stesso compilatore (o di due, il secondo dei quali abbia seguito da vicino la formulazione operata dal primo). Quindi una certa consapevolezza che i due tipi di ingiuria sono di gravità simile — l’una rivolta a un uomo, l’altra rivolta a una donna o fanciulla — e al tempo stesso differente: è considerata più grave infatti l’infamazione femminile. Va infatti sottolineato come le leggi longobarde (non meno della Legge Salica e delle altre leggi germaniche) tendessero alla salvaguardia della purezza, dell’onorabilità, dell’integrità delle donne libere da ogni forma di violenza, oltraggio e comportamento illecito in genere, che si sarebbe ripercossa negativamente su chi ne deteneva il potere di tutela, il mundio. E al tempo stesso rammentassero quali erano le condizioni femminili di dipendenza (di subordinazione) e quali i comportamenti illeciti, disonorevoli e/o puniti giuridicamente: l’adulterio, l’uccisione del marito, la fornicazione, il coniugium con un servo (cap. 221) — punito con la morte o la vendita come schiava fuori del regno[47] —, la stregoneria, la partecipazione ad una rissa. Per quest’ultimo fatto, il cap. 378 stabilisce che la composizione da pagare in caso di danno fisico provocato ad una donna libera accorsa ad un tumulto, debba essere la stessa prevista per un ugual danno al fratello, ed inoltre non possa esser richiesto alcun indennizzo per subita offesa (900 soldi), perché «ella stessa è accorsa alla zuffa, il che per le donne è cosa disonorevole da fare»[48]. Non per niente non potevano portare armi e difendersi, né a quanto mi consta, se insultate, potevano contro-calunniare l’insultante. Tutto sommato, la donna visigota e la húsfreyja «custode delle tradizioni familiari», che in caso di divorzio o separazione manteneva la sua dote (heimanfylgja) e la sopraddote (mundr), che nelle saghe islandesi (composte qualche secolo dopo) rimprovera gli uomini della propria famiglia di essere poco maschi e li incita a combattere con ardimento, a vendicare le offese[49], credo godessero condizioni (relativamente) migliori rispetto a qualsiasi moglie di arimanno del VII secolo[50].
Solo con le Leggi di Liutprando la donna longobarda vede migliorare la propria situazione — capacità successoria riconosciuta alle figlie, maggior autonomia dipendente dalle «nuove capacità patrimoniali» (in precedenza costituivano beni disponibili per la donna sposata soltanto la meta, specie di dote, e il morgingab, il ‘dono del mattino’) —, pur continuando a subire violenze, anzitutto sessuali e morali («rapimenti, stupri, adulteri»)[51].
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[1] «[...] testi di tradizione lgb. come l’Editto di Rotari (197 “striga quod est masca”) [...] L’alternativa aiuta a comprendere, a individuare meglio il significato di una qualsiasi parola, riduce quindi il rischio di incomprensione. E non è detto che una parola oscura appartenga alla categoria ‘volgare’, cui molte parole lgb. si accodano. È frequente il caso che proprio la parola classica, ricercata, sia ostica per la gente comune» (P. Scardigli 1987: 278).
Sul bilinguismo, Bruno Migliorini osserva: «Poco c’insegnano per quel che concerne il procedere del bilinguismo le glosse e i glossari. Già nei testi degli editti qualche termine più difficile, longobardo o no, è spiegato con un sinonimo» (B. Migliorini 1962: 50).

[2] Ed. Roth. 1868: 48, 87.

[3] In C. Azzara, S. Gasparri 1992: 114 (nota 95), si osserva giustamente che nei capp. 197-8 «il riferimento alle streghe [...] è complessivamente fugace».
Gasparri rileva come le accuse di stregoneria vengan viste dal legislatore «con preoccupazione come facile strumento di diffamazione e quindi come fonte di eventuali discordie, all’interno della stessa famiglia o tra differenti gruppi parentali (S. Gasparri 1983: 96).
Delogu, relativamente ai capp. 197-8, parla di false accuse di «adulterio» o di «magia» (P. Delogu 1980: 81).

[4] G. Barni 1987: 87; Paolo Diacono 1992: 523; C. Azzara, S. Gasparri 1992: XXVIII.
Delogu pensa sia il cap. 386 a chiudere il «corpo principale» dell’Editto e ritiene i restanti capitoli «integrative aggiuntive» (P. Delogu 1990: 136).

[5] Nell’indice-glossario alle Leges Langobardorum, s. v. intrinsecus comedere (in Leges Lang. 1868: 672), il curatore, Friedrich Bluhme, pone tra parentesi la seguente traduzione: «von innen auffressen» («divorare dall’interno»).

[6] Nell’Editto, sono previsti i casi di uccisione di aldi e servi maschi (capp. 129-36), di aldie, liberte e ancelle «violentiatae» (capp. 205-7) e di ancelle, «gentiles» o «romanae», con cui «qualcuno ha fornicato» (cap. 194) (Ed. Roth. 1868: 30-1, 50-1, 47; C. Azzara, S. Gasparri 1992: 36-9, 60-1, 56-7). Non mi risultano casi di ingiurie o calunnie, che tuttavia potrebbero essere stati abbastanza frequenti, ma non puniti (si veda quanto affermato da P. Delogu: «le ingiurie [...] non avevano rilevanza giuridica contro i non liberi» (P. Delogu 1980: 63). D’altra parte, la tendenza dei padroni ad unirsi con le proprie schiave era ben diffusa presso i Germani (e i Romani): non valevano, per esse, tutte quelle misure a salvaguardia della verginità e contro la fornicazione e l’adulterio che troviamo — anche nell’Editto — nei capitoli riguardanti le donne e le fanciulle libere (cfr. M. Rouche 1986: 354, 359-60; S. F. Wemple 1990: 212, 214).
Il cap. 194, come rileva Claudio Azzara, sembra fuori posto, perché è inserito all’interno di un gruppo di capitoli (186-204) riguardanti i casi di donne libere, e non nel blocco di quelli relativi alle aldie e alle serve (205-10). Inoltre nelle «ancillae gentiles» e nelle «romanae ancillae» sembra siano da vedersi rispettivamente “serve di Longobardi” e “serve di Romani”, piuttosto che serve di stirpe longobarda e romana (C. Azzara, S. Gasparri 1992: XXVIII, 56-7; S. Gasparri 1997: 149-51).

[7] Se fosse effettivamente avvenuta l’uccisione di donne libere considerate «mascae», non credo che l’Editto e le successive leggi longobarde ne avrebbero taciuto; comunque, sarebbe sempre stato possibile applicare le sanzioni previste per gli omicidi in genere.

[8] Sul rapporto tra donne «corrotte»/«disoneste» e prostituzione: M. Rouche 1986: 354.
Gasparri, a proposito dell’accusa di essere una «striga» dei capp. 197 e 198, sostiene che «il legislatore lascia almeno formalmente intendere» che la ritiene assurda, ma nel cap. 198 l’alternativa «fornecaria aut histriga» «lascia aperta la possibilità per l’accusatore (che qui è persona diversa dal mundualdo della donna) di provare quanto afferma mediante duello: l’accento, tuttavia, potrebbe qui essere messo più sull’accusa di fornicazione che su quella di stregoneria propriamente detta», come è dimostrato anche dall’accenno alla pena prevista nel caso di provata colpevolezza dell’accusata, che sembra rinviare al cap. 189 (S. Gasparri 1983: 95-6).

[9] Ed. Roth. 1868: 45.

[10] Cfr. C. Azzara, S. Gasparri 1992: 114 (nota 95) e S. Gasparri 1983: 96.

[11] In S. Gasparri 1983, alle pp. 96-9 — Capitolo V: La testimonianza delle Leggi, par. 1. Rotari [per le prime pagine (93-6) del capitolo, v. note 22, 32, 37, 38], l’Autore riscontra o constata quanto segue:
1) nel cap. 376 si parla di «credenze in pratiche stregonesche in senso stretto», e diversamente dal cap. 198 tali pratiche non possono essere confuse con altre;
2) «l’origine del nome striga», e delle credenze relative, «ci porta proprio alla definizione che ne dà Rotari, che la indica come divoratrice di uomini. Siamo quindi alla radice stessa della fede nelle streghe» [se ne deduce pertanto che per Gasparri le «pratiche stregonesche in senso stretto» siano le «pratiche cannibalistiche», cui accenna subito dopo nella nota 132];
3) confrontando i tre capitoli, si potrebbe arrivare a distinguere tra:
a) «un tipo più lieve di pratiche stregonesche», imputato a donne libere, «la cui attività illecita si confondeva talvolta con la fornicazione» [«come nel cap. 198»], e
b) «una stregoneria vera e propria, tipica di un livello sociale subalterno», vale a dire, per il 643, «romanico» [ricordo però che nel cap. 376 il legislatore stabilendo come debba esser punito chi ha ucciso un’aldia o un’ancella da questi ritenenuta una masca “antropofaga”, non esclude il caso che qualcuno possa reputare e chiamare masca una libera, come attestano il cap. 197 e, nel 376, la frase «ut mulier hominem vivum intrinsecus possit comedere»; è preferibile, almeno per ora, in mancanza di altre testimonianze (in special modo esaurienti e comparabili in modo pienamente corrispondente), evitare di proporre più o meno nette distinzioni tra livelli o gruppi sociali];
4) il confronto con capitoli di analogo contenuto della Legge Salica (capp. XIX e LXIV), induce a ritenere «la magia della donna libera» longobarda «una ‘fascinazione’ a sfondo prevalentemente sessuale».
5) rispetto alla Legge Salica, «gli accenni alla stregoneria in Rotari sono molto blandi», limitati alle streghe e al loro cannibalismo; inoltre nella Legge Salica è espressa «apertamente la fede nell’esistenza delle streghe»;
6) «la presenza indubitabile di pratiche cannibalistiche a scopo magico-rituale» nella Capitulatio de partibus Saxoniae (cap. 6), «l’esistenza di forti tratti comuni» a Longobardi e Sassoni, «la presenza di riti a sfondo cannibalistico in età più antica» presso i Longobardi (cfr. la celeberrima storia di Alboino e Rosmunda), sono «elementi sufficienti per considerare almeno possibile la persistenza di culti stregoneschi a sfondo cannibalistico nella società longobarda dell’anno 643»; in S. Gasparri 1990b: 20 però, non vi è più alcun accenno a pratiche cannibalistiche, bensì si afferma che «l’uso di conservare il cranio dei nemici uccisi [...] aveva lo scopo di assicurare al vincitore la forza vitale del nemico morto» e che «l’offerta fatta alla regina di bere nella tazza-cranio» di Cunimondo «si inserisce in un rituale propiziatorio verso il defunto» (simile la spiegazione formulata in W. Pohl 2000: 156: l’utilizzazione di un cranio come calice per bere era «una pratica magica diffusa, per trasferire su di sé la forza del morto»); in S. Gasparri 1997: 130, si rileva invece che si trattava de «l’osservanza di un preciso rituale guerriero, in base al quale ai nemici uccisi, se valorosi e di alto rango, veniva tagliata la testa e trasformata in coppa per libagioni a carattere sacro [...] un rituale tipico dei popoli nomadi».
7) nell’Editto è testimoniato «un momento iniziale» dell’«incontro tra tradizione germanica e pratiche indigene», tra la fede nella stregoneria propria dei Longobardi — già «entrata in una lenta decadenza» prima della condanna ufficiale espressa da Rotari — e le «“superstizioni” analoghe di origine italica, e, come tali, vive soprattutto presso gli strati inferiori, non liberi, della popolazione» [si veda quanto osservato al punto 3), b)].
Poiché a p. 124, nella nota 183, riguardo al ricorso agli indovini (arioli e ariolae) punito da Liutprando nei capp. 84-85 delle sue Leggi (cfr. C. Azzara, S. Gasparri 1992: 170-3), Gasparri soggiunge: «Anche gli accenni alla stregoneria presenti in Rotari non si elevano da un livello di credenze di tipo magico», si ha qui conferma di quanto detto dall’Autore in precedenza a p. 95, là dove, constatando che appunto le credenze non cristiane cui l’Editto accenna sono di «tipo magico» e compaiono «riferimenti abbastanza espliciti» solo riguardo alle «streghe», fornisce una quasi-definizione (in sostanza una definizione) di ciò che si deve intendere per magia: «Si tratta di credenze di tipo magico, quindi in un certo senso “inferiori” rispetto al culto vero e proprio».
È evidente che così si crea un “contenitore” nel quale, tolte le credenze e pratiche propriamente religioso-cultuali, le credenze («respinte», ma non «perseguite») e le pratiche stregonesche di tipo cannibalistico (cfr. pp. 95-8, 122) possono stare accanto a quelle divinatorie (cfr. pp. 121-3), all’uso di erbe magiche da parte di un campione (cap. 368 dell’Editto; cfr. pp. 101, 122, 139), all’azione magica contarninante-isterilente operata gettando aquam sorditam su una sposa (cap. 15 delle Leggi di Astolfo; cfr. pp. 150-1), e, per realtà testimoniate anche più anticamente e/o al di fuori delle Leggi, al valore magico della capigliatura (capp. 80 e 141 delle Leggi di Liutprando, cap. 4 delle Leggi di Astolfo; cfr. pp. 144-8), al valore magico delle armi di un eroe (di Alboino; cfr. pp. 52-4), alla «conservazione del cranio» del re gepido Cunimondo da parte di Alboino (cfr. pp. 43-4), per la quale conviene prescindere da forme di previo «cannibalismo rituale», sul quale nulla ci dicono le fonti: mi pare infatti ben diverso il caso di antropofagia accennato nel cap. 376 dell’Editto (cfr. comunque sulla figura di Alboino, P. Delogu 1980: 11-2).
(Sulla definizione e le varie forme di magia del Medioevo si veda R. Kieckhefer 1993, innanzi tutto alle pp. 3-5, 12-21.)

[12] C. Azzara, S. Gasparri 1992: 102.

[13] C. Azzara, S. Gasparri 1992: 119; Paolo Diacono 1992: 576.
J.-P. Poly traduce invece l’arga del cap. 381 dell’Editto con «foutu» (‘fottuto’) (J.-P. Poly 2003: 223-4).

[14] W. Pohl 2000: 93.

[15] P. Scardigli 1987: 220, 273.

[16] M. Rouche 1986: 381-2.
Elencando nell’ordine proposto da Rouche le ingiurie con le rispettive ammende, si ottiene in effetti una serie in cui la diminuzione progressiva della gravità degli insulti viene interrotta dalle ingiurie-accuse di «traditore» e «spione»: «prostituta» («solidos XLV»), «pederasta» («solidos XV»), «fruga-merda» («solidos III»), «volpone» («solidos III»), «traditore» («solidos XV»), «spione» («solidos XV»), «lepre» («solidos III»), e chi ha gettato lo scudo («solidos III»).

[17] P. Leg. Sal. 1962: 118-20.

[18] Mallobergus, voce mediolatina di origine germanica, è composto da mallus, mallum ‘assemblea giudiziaria, corte popolare, tribunale pubblico’ (< *mahal- < germ. maþl- neutro, cfr. l’a.a.t. mahal ‘patto, accordo legale’) + -bergus, forse significante ‘collina’ (se dal germ. *berga- ‘monte’), da cui, secondo J.-P. Poly, mallobergus = «colline aux palabres» (‘collina delle discussioni’), o anche, stando a P. Riché, ‘collina dei discorsi’ (il malberg era il «Tumulus su cui si esercitava la giustizia popolare dei Franchi una volta al mese»). Oppure da accostare al got. *bairgan ‘custodire, conservare’, ted. bergen ‘recuperare, salvare’. Cfr. M. Caravale 1994: 75, N. Francovich Onesti 1999: 90, J.-P. Poly 2003: 90, P. Riché 1996: 220, W. P. Lehmann 1986, s. v. *bairgan.

[19] J.-P. Poly 2003: 222) preferisce, a quanto pare, la lezione caenitum (nel ms. K 46), da cui trae un nominativo cenitus che traduce con «embourbé», cioè ‘affondato nel fango (o in un letamaio)’ [dal lat. caenum ‘fango, melma’].

[20] Il termine quintuc potrebbe essere un diminutivo in -c di un nome associabile al m.a.t. kunt ‘cunnus’, nederlandese kont ‘culo’, ‘genitali femminili’ (< germ. kuntō-) (http://www.etymologiebank.nl/trefwoord/kont; M. G. Saibene 1996: 309). Viene tradotto da J.-P. Poly con l’espressione «culo di donna» (J.-P. Poly 2003: 222).

[21] Cfr. l’a. fr. conchié = ‘insozzato (di merda)’, ‘disonorato’; nel Du Cange il valore di concagatus è reso con le voci francesi «Foireux, Breneux» (rispettivamente: ‘sporco di escrementi, merdoso’ e ‘vile’, ‘laido’) (Du Cange, et al. 1883‑1887, t. 2, p. 475, coll. a-b).
Per J.-P. Poly 2003: 222) «conchié» è «celui qui s’oublie de peur», vale a dire che ‘se la fa addosso per la paura’.

[22] J.-P. Poly 2003: 222, 536 (nota 67) corregge strabo in *strado, vale a dire «une femme “etalée”» (= ‘esibita, in mostra’, ‘che ha molte relazioni’), «da confrontare con l’a. ingl. straegdan, “gettare per terra, spargere”, e col norr. stredha, “avere rapporti sessuali”» [stredha = ‘prostituirsi’].

[23] J.-P. Poly 2003: 222, 536 (nota 66) invece corregge austrapo in anstrapo, significante «débouclé» (‘slacciato’, detto di chi ha slacciato la correggia del proprio scudo), che fa derivare da una voce strop ‘correggia’, connessa al lat. struppus, stroppus e all’ingl. strap, strop.

[24] Cfr. J. F. Niermeyer 1993, s. v. falsator.

[25] Ancora oggi esistono in tedesco l’aggettivo arg con i significati di ‘cattivo, maligno, brutto, grande’, e il sostantivo Arg, ‘malizia’, rispettivamente dal m.a.t. arc ‘cattivo, vile’, a.a.t. arg, arc ‘cattivo’, e m.a.t. arc, a.a.t. arg, arc(h) ‘male’ (a.a.t. argi ‘malvagità’). Cfr. M. Lexer 1992: 7; R. Schützeichel 2006: 39; F. Kluge 1989: 38.

[26] J. Pokorny 2005: I, 339 e 326-8.

[27] J. de Vries 1977b: 686.
J. de Vries (1977b: 13) attribuisce ad argr, ragr i valori di ‘vile, effeminato; immorale’.

[28] J. Pokorny 2005: I, 782.

[29] Sulle voci germ. arga, arg, argr, cfr. anche J.-P. Poly 2003: 200, 213, 222-4.

[30] P. Leg. Sal. 1962: 230-1.

[31] Leges Alam. 1863: 36; Leges Alam. 1888: 23.

[32] J.-P. Poly (2003: 176-7) traduce l’herburgium del cap. LXIV del Pactus Legis Salicae con ‘protezione dell’Esercito’, vale a dire del «wutende Here», l’«Esercito furioso» (Wütendes Heer) (sul quale cfr., tra gli altri, C. Lecouteux 1999 e K. Meisen 2001): «Se qualcuno ha accusato un altro di her(e)burgium [protezione dell’Esercito], vale a dire spartizione con le streghe (strioportio), o colui di cui si dice che porti il calderone di bronzo là dove le streghe cuociono, al mallberg è Humnisfitch [andare a cercare quello d’Hymi]». Secondo lo studioso francese, «quello d’Hymi» sarebbe il calderone: Hymi [Hymir, Hýmir], «gigante-lupo» della tradizione norrena, ne possedeva infatti uno (cfr. G. Chiesa Isnardi 1991: 128-34, 654).
Si confronti però la traduzione del Poly col testo del capitolo dell’edizione a cura di K. A. Eckhardt: «Si quis alterum herburgium [«herburgius = Hexendiener», ‘servitore di streghe’] clamauerit, hoc est strioportium [«strioportio = Hexenträger», ‘portatore, facchino delle streghe’], aut illum, qui inium portare dicitur, ubi strias coccinant, et non potuerit adprobare, mallobergo humnisfith [= «Sühnegeld», ‘indennizzo’] hoc est, MMD denarios qui faciunt solidos LXII semis culpabilis iudicetur» (P. Leg. Sal. 1962: 230-1, 283, 304, 317).

[33] J.-P. Poly interpreta faras come *faeráes ‘carogna del viaggio’ (ma purtroppo non precisa i motivi di una tale ricostruzione; cfr. comunque il ted. Aas ‘carogna’ < germ. occ. *æ̅sa-), ove per «viaggio» secondo lo Studioso si devono intendere le pratiche di tipo sciamanico cui erano dedite le streghe (J.-P. Poly 2003: 177, 222).

[34] Cornelio Tacito 1990: 26-7; cfr. anche C. Lecouteux 1986: 28. Sulle donne, forse adultere streghe, giustiziate e immerse nelle paludi dello Jutland, nei secc. IX-V a.C. — ma vi sono anche casi più recenti —, cfr. J.-P. Poly 2003: 156-9.

[35] J.-P. Poly precisa che secondo Ammiano Marcellino i Tafali costituivano una «frazione dei Sarmati iraniani», ma in realtà tale affermazione non trova alcun riscontro nell’opera di Ammiano (J.-P. Poly 2003: 61).

[36] Cfr. R. Boyer 1986b: 238, 1986a: 174, e 1994: 180.

[37] Cfr. uuargus in Pactus Legis Salicae, cap. LV, par. 4 (P. Leg. Sal. 1962: 207).

[38] Cfr. R. Simek, H. Pálsson 1987: 145-6.

[39] B. Sergent 1986: 160-70; R. Boyer 1991a: 201.

[40] E. Mundal 1992: 313-5.

[41] Cfr. M. Rouche 1986: 402-8.
In epoca posteriore, nei penitenziali dei secoli X-XI, la categoria delle colpe più gravi comprendeva «l’incesto e l’unione con una monaca, infrazioni vicine, la sodomia omosessuale e la bestialità, pure raggruppate, e infine lo stupro». Seguivano «l’adulterio e la fornicazione semplice con una vedova o una vergine, l’accoppiamento a tergo, qui la sodomia, con una donna, e talvolta una polluzione grave, per esempio “strofinandosi contro le natiche di un ragazzo”» (J.-P. Poly 2003: 388-9).

[42] Bonifacio 1863: col. 870; traduzione di Erberto Petoia, in E. Petoia 1991: 221.

[43] Cfr. R. Simek 1984: 280 e C. Lecouteux 2005: 173.

[44] C. A. Mastrelli 1982: 6, 312-3 e P. Scardigli 1982: 11; cfr. altresì: Gylfaginning 52 — ove manca però il verso menzionante i seduttori —, in Snorri Sturluson 1991: 154-5; Reginsmál, str. 3-4, in C. A. Mastrelli 1982: 156, 422, e P. Scardigli 1982: 198; E. Mundal 1992: 316-7.

[45] Leges Visig. 1902: 163 e 165. Cfr. J.-P. Poly 2003: 62-3.

[46] Su Freyja e i suoi legami con la sessualità, la magia e i morti, cfr. R. Boyer 1994: 215.

[47] Cfr. P. Delogu 1980: 56, 80.

[48] C. Azzara, S. Gasparri 1992: 100-1. Il cap. 378 viene ripreso nel cap. 141 delle Leggi di Liutprando, ove si comminano la decalvatio e la frusta a donne radunate e inviate dai loro uomini contro altri ad esse inferiori di forze (C. Azzara, S. Gasparri 1992: 202-5 e 214, nota 63; S. Gasparri 1983: 142, nota 208).

[49] R. Boyer 1994: 7, 69.

[50] Sulla donna nel VI-VII secolo, cfr. S. F. Wemple 1990: 211-7; sulle donne longobarde cfr. P. Delogu 1980: 77­-81, e D. Herlihy 1994: 63: «Fra tutti i codici nazionali, la legge longobarda era quella che poneva il maggior numero di restrizioni alla libertà delle donne».

[51] S. Gasparri 1983: 116-8; P. Delogu 1980: 77-8, 142.